di Gianmaria Tammaro
L’infanzia in provincia, il desiderio di fare l’attrice, lo scontro con il giudizio degli altri. E poi il primo trasferimento a Roma, la decisione di lasciare l’accademia, il ritorno a casa, dai suoi genitori, e il COVID. Il TAM di Ravenna, la scoperta del teatro, il provino per la serie sugli 883, disponibile su Sky e NOW, e la felicità finalmente ritrovata. L’intervista.

Dice Ludovica Barbarito che da bambina era irrequieta: era estroversa, ribelle, sempre pronta a farsi avanti. L’esatto opposto, mi spiega, di sua sorella maggiore. Venire dalla provincia l’ha costretta a fare i conti con i suoi sogni: quello che per gli altri era impossibile per lei era una necessità. Anzi, un bisogno fisico. E così, piano piano, ha continuato a coltivare il desiderio di fare l’attrice, finché a 16 anni non si è trasferita a Roma e si è iscritta alla sua prima accademia. Non è stata l’esperienza migliore del mondo, mi confessa. E infatti, dopo poco, se n’è andata. A quel punto è arrivato il COVID e lei è tornata a Ravenna. E tutto ha rischiato di fermarsi: per un momento ha pensato di cambiare rotta e di entrare nell’Esercito. Poi ci sono stati il TAM, il provino per la serie sugli 883 (disponibile su Sky e NOW), la riscoperta della felicità e un nuovo equilibrio. Sembra un gioco di incastri: un enorme puzzle che ha bisogno di tempo e determinazione per essere completato. E, in un certo senso, lo è.
Oggi Ludovica vive a Roma ed è molto più consapevole. Ed è quella consapevolezza tipica dell’età adulta, in cui le responsabilità convivono con le aspirazioni e le aspirazioni non sono mai fini a sé stesse. Sono concrete, solide, con una loro forma e una loro consistenza: mattoni su cui costruire il futuro. Mi dice Ludovica che per avere la parte di Silvia in Hanno ucciso l’Uomo Ragno è servita una buona dose di fortuna. E poi mi parla dell’esperienza del teatro, dello stare con gli altri, della recitazione come mestiere e non più solo come passione. Mi racconta del tempo perso e di quello, al contrario, guadagnato. Quando si rivede in tv, nella serie sugli 883, Ludovica prova a essere un po’ mamma di sé stessa: si coccola, non si demolisce; riconosce i limiti e le possibilità di ogni scena e cerca di essere equilibrata nei giudizi. Alla fine quella che rimane è una certezza: il bisogno di recitare non è mai cambiato.

In un’intervista con Vogue Italia, hai detto che non sei mai stata più felice di quando sei stata scelta per la serie sugli 883.
«In realtà, forse non ero mai stata felice. E lo dico senza vergognarmi. Quando sono stata scelta per la serie, ho capito come ci si sente davvero quando si è felici».
E come ci si sente?
«Non è una cosa facile da descrivere, anche perché parliamo di sentimenti. Però ho sentito per la prima volta nella mia vita di trovarmi nel luogo giusto, facendo esattamente quello che ho sempre desiderato di fare».
Dopo questa esperienza, ti è ricapitato di sentirti nello stesso modo?
«Be’ sì, per esempio quando sono stata scelta per un altro progetto che ho finito di girare da poco».
Bro di Riccardo Donna e Tobia Campana.
«Esatto».
Vorrei tornare su una cosa che hai appena detto, e cioè su questa sensazione di essere nel posto giusto. Come la definiresti?
«Si avverte una certa libertà ed è una libertà che non viene minimamente condizionata dalla paura di essere giudicati. È un pensiero che non ti attraversa nemmeno per un momento».
Di solito, invece, è difficile convivere con il giudizio altrui?
«Per me sì, specialmente prima dell’esperienza della serie sugli 883. Ero più piccola e insicura, vivevo a Lido Adriano, che è una frazione di Ravenna. Quindi, in un certo senso, nella provincia della provincia. (ride, ndr) E in posti del genere è abbastanza inevitabile, secondo me, sentire il giudizio degli altri come un peso. Anche volendo, non riesci a fregartene».
Com’eri da bambina?
«Com’ero? (ride, ndr) Ero… irrequieta, direi. Sì, irrequieta».
Ed eri anche estroversa?
«Sì, molto. Io ho una sorella più grande di quattro anni. E siamo sempre state opposte in diverse cose. Se lei è stata prima la bambina e poi l’adolescente perfetta, bravissima in tutto, io ero decisamente più tormentata. E non per eventi di vita, intendiamoci. Parlo proprio di tratti caratteriali».
Quindi non ti interessava il giudizio degli altri.
«Il giudizio degli altri era un problema perché mi buttava giù, mi frenava. Io avevo dei sogni grandi e in un posto come la provincia se dici che vuoi fare l’attrice ti guardano come se fossi pazza, come se stessi dicendo qualcosa di assolutamente impensabile».
E come hanno reagito queste stesse persone quando ti hanno rivista in Hanno ucciso l’Uomo Ragno?
«Quando mi hanno presa per la serie, mentre stavamo girando, la voce si era già diffusa. E quindi più o meno tutti sapevano quello che stavo facendo. Però si erano fatti un’altra idea, anche mia madre. Pensavano che avessi una parte piccolissima, al limite della comparsa. E soprattutto non avevano capito la portata della serie: erano convinti che si trattasse di un docufilm, una di quelle produzioni con qualche scena ricostruita. Quando poi è uscita la serie, non ti dico la sorpresa generale».
Ne hai approfittato per toglierti qualche sassolino dalla scarpa?
«Ma no, figurati... Capisco perfettamente queste dinamiche. E le cose che ti sto dicendo non te le sto dicendo con rabbia o malizia, anzi. In un posto del genere, c’è proprio un’altra mentalità. E non dico che sia giusta, attenzione. Dico solo che è un dato di fatto. Io ho sempre voluto fare l’attrice. Ma vivendo in un paesino anche io non la vedevo come una cosa possibile. E quindi mi sono impegnata nella scuola e nello studio».
Però?
«Però il bisogno che sentivo di recitare, di provarci e di mettermi in gioco non è mai andato via. Ci ho provato a prescindere da quello che gli altri pensavano».
Silvia, il personaggio che interpreti nella serie sugli 883, viene chiamata “Atene” per le sue origini greche. Tu avevi un soprannome al liceo?
«Io sono Barbatrucco. Mi sono chiamata così su Instagram dodici anni fa ed è un nomignolo che è rimasto. Mia sorella su Instagram è Barbariccio, perché ha i capelli ricci, e mio padre è Barbaricco».
Com’è cominciato il tuo percorso nella recitazione?
«A 16 anni sono stata presa in una scuola e mi sono trasferita da sola a Roma. Purtroppo, però, non è andata bene. E così, dopo aver lasciato questa scuola, ho continuato a studiare con Mariagrazia Pompei, che mi ha fatto innamorare del teatro. Prima pensavo unicamente al cinema. Con il COVID, sono rimasta a Roma, completamente sola. Dopo sei mesi, appena c’è stata la possibilità, sono tornata a Ravenna. E non ti nascondo che durante quel periodo ero in forte crisi».
Perché?
«Perché avevo mille dubbi. Se non ce l’avevo fatta a Roma, perché avrei dovuto farcela a Ravenna?»
E che cosa hai fatto a quel punto?
«Ho provato a rivoluzionare la mia vita».
Come?
«Ho fatto l’esame per entrare nell’esercito. Dopo un po’, però, mi sono sentita soffocare. Mi mancava l’aria. E ho capito che la mia era una necessità fisica: dovevo recitare; dovevo provare a seguire questa strada. E così sono andata al TAM di Ravenna».
Come ti sei trovata?
«Benissimo. Innanzitutto perché ho incontrato persone che già conoscevo, e poi perché ci siamo ritrovati in questo posto estremamente protetto. La maggior parte delle persone che vanno al TAM non vogliono recitare in modo professionale, come lavoro; sono lì perché sentono un bisogno. E non si pongono nessuna domanda. Si concentrano sul singolo istante, su quello che è importante per loro».
In quel momento, quando ti sei trovata al TAM, che cosa hai capito?
«Ho finalmente messo a fuoco quel bisogno di cui ti parlavo prima; ho finalmente capito che recitare è quello che voglio fare per il resto della mia vita, finché resiste questa passione. Ho trovato un equilibrio. E non mi importava, credimi, di farcela a livello professionale: volevo solo avere la possibilità di recitare».
Prima ancora di Hanno ucciso l’Uomo Ragno, hai esordito in teatro con L’opera da tre soldi di Cristiano Caldironi.
«Al contrario di tanta altra gente che fa questo lavoro, riesco a tenere insieme le sensazioni che si provano sul set cinematografico e quelle che si provano in teatro. Per me sono due esperienze che si somigliano, pur rimanendo profondamente diverse. Soprattutto per quanto riguarda la tensione: in un caso c’è come un filtro, nell’altro, invece, è tutto più immediato. Alla fine, però, rimane la recitazione. E la sensazione che provo è la stessa. Parliamo delle due facce della stessa medaglia. Il teatro mi manca, e mi manca per l’atmosfera che si respira, per il modo in cui si vive il lavoro insieme agli altri e per il rapporto che si crea con il pubblico».
Come ci si sente quando si è sul palco e bisogna recitare davanti a un gruppo di sconosciuti?
«È l’unico momento in cui è bello sentirsi esposti davanti agli altri. E con questo non ti voglio dire che sono così calata nel personaggio che non faccio caso a nient’altro. Però è un momento particolare, di sintesi, dove la fatica della preparazione incontra il desiderio di fare e di andare in scena. Ci sei tu, c’è il palcoscenico e c’è il pubblico».
Riesci a essere soddisfatta per quello che fai o rimane sempre una vena critica?
«È veramente raro che un attore, rivedendosi, dica di essere stato perfetto. Tutti noi, quando ci riguardiamo, ci facciamo mille domande e ci ripetiamo che potevamo fare meglio. Nel mio caso, però, prevalgono la felicità e la fierezza. Quindi sì, sono critica, ma sono anche molto madre di me stessa: mi coccolo e provo a tranquillizzarmi se prende il sopravvento la vena più critica; mi consolo e mi ricordo anche della gratitudine per la fortuna che ho avuto».
Come hai scoperto il provino per la serie sugli 883?
«Prima di allora, non avevo mai fatto un provino. Non pensavo di essere pronta. Durante il TAM, però, Ivano Marescotti mi ha detto di provarci, che ero adatta al cinema. E quando Ivano è scomparso, ho sentito quasi la responsabilità di farlo. Così ho cercato su Internet e ho trovato questo annuncio per “una nuova serie su Max Pezzali”. Chiedevano un video di presentazione, e così ne ho mandato uno anche io. Non avevo la minima speranza; immaginavo che nessuno lo avrebbe visto. E invece è andata bene. E quello che ha colpito di più è stata proprio la mia naturalezza».
Hai ricevuto subito una risposta?
«Dopo quel video di presentazione, mi sono decisa a trovare un agente e a fare altri provini. Mi ero praticamente dimenticata della serie. Avevo smesso di controllare la mail. Poi, a un certo punto, dopo mesi, mi ha chiamato Danilo Sarappa, uno dei responsabili del casting, e mi ha chiesto se fossi ancora interessata al progetto. “Ti abbiamo scritto”, mi ha detto, “ma non ci hai più risposto”. E solo allora ho fatto gli altri provini».
Che tipo di clima si è creato sul set?
«A Pavia dormivamo tutti nella stessa struttura, quindi passavamo insieme ogni momento, anche dopo le riprese. Provavamo e cazzeggiavamo tanto, perché era giusto anche quello. A Roma no, a Roma di meno. Ma a Pavia, credimi, siamo diventati una specie di famiglia».
Com’è andata a finire, poi, con l’esame per l’Esercito?
«Mi sono fermata alla prova psicologica. Ma non credo che sarei stata ammessa. Ho dei tatuaggi che vanno contro le regole. E non c’entra niente la grandezza. I tatuaggi non possono ricondurre a una “personalità abnorme”».
Tu che tatuaggi hai?
«Dietro la schiena, una strofa di Psycho Killer dei Talking Heads. E quella, per loro, è “personalità abnorme”. Sul ginocchio ho una scritta, “I killed Bill”, un omaggio al film di Quentin Tarantino. E per loro anche quella è “personalità abnorme”. Magari poi non lo pensano davvero, ma queste sono le regole».
Hai rimpianti?
«Assolutamente sì. E ti dirò di più: questa cosa che non bisogna avere rimpianti non la capisco. Io non ho problemi ad ammettere che ne ho tanti. Il primo è non aver capito subito che volevo fare l’attrice. Poi c’è il tempo che ho perso inutilmente. Ho il rimpianto di non essere stata abbastanza vicina ad alcune persone. E avrei potuto essere una figlia e una nipote migliore. Non credo che ci sia niente di male. I rimpianti ci ricordano che cosa abbiamo fatto, come siamo diventati quelli che siamo; ci dicono che non siamo perfetti».
Credi che sia cambiato il tuo rapporto con quel bisogno che sentivi di recitare?
«No, anzi. Voglio che questo bisogno rimanga. Anche perché credo che sia alla base di qualsiasi passione, specialmente di quelle passioni più grandi che vogliamo trasformare in un lavoro. Tra la seconda stagione della serie sugli 883, Nord Sud Ovest Est, e la serie che ho appena finito di girare, sono diventata più “macchina”: ho capito come muovermi sul set, riconosco i segni e ho imparato le cose più tecniche. In questo sì, sono cambiata».
Tuo padre ha cantato Come mai per tua madre quando si sono sposati. Sono riusciti a incontrare gli 883?
«No, non li hanno incontrati. (ride, ndr) Pensa che ho ancora la foto della faccia che ha fatto mia madre quando le ho detto che ero in questa serie. E all’epoca pensava che avessi un ruolo piccolo. Quando i miei genitori hanno visto la prima puntata, si sono come illuminati. E anche questo fa parte della consapevolezza di star facendo la cosa giusta. Quando io ho incontrato Max Pezzali, ero rossa come una Ferrari. Quindi figurati se riesco a organizzare una cosa del genere...»
Che cos’è importante, oggi?
«Fino a pochissimo tempo fa, ti avrei risposto: trovare un modo per rendere questo lavoro più facile. Mi spiego: dovevo trasferirmi a Roma. Ma dopo l’esperienza tra i 16 e i 18 anni ho fatto un po’ di fatica a decidermi. Negli ultimi anni, anche per i provini, sono andata avanti e indietro. Ora, invece, mi sono ufficialmente trasferita a Roma. Forse, sento di aver bisogno di poter continuare a lavorare e di immergermi in esperienze nuove. Voglio ricominciare a studiare per formarmi nella maniera più completa possibile. Anche facendo masterclass improbabili. (ride, ndr) Ho bisogno di crearmi una vita a Roma e di capacitarmi del fatto che recitare può essere un lavoro per me... Perché io non riesco ancora a crederci».
Ti sei sentita immediatamente a tuo agio quando sei tornata a Roma?
«Ora sto bene. E non tanto per la città, ma per le persone. Stare a contatto con chi fa questo lavoro tutti i giorni per me è incredibile. A Ravenna non ho la possibilità di chiacchierare con qualcuno o banalmente di essere capita. Qui a Roma c’è sempre una persona pronta ad aiutarmi per i self-tape. A Ravenna dovevo chiedere a mia madre o costringere il mio migliore amico».
È facile fare un passo indietro e trovare una distanza con questo mondo?
«Credo di sì».
Tu riesci a essere altro?
«In questo momento, se devo essere onesta, no. Ma perché sono appena arrivata a Roma e sono così entusiasta che non voglio pensare ad altro».
Stai abbracciando la tua felicità?
«Sto provando a renderla la mia normalità».
Foto di Paolo Ciriello. Grafica di Manuel Bruno. Su Sky e NOW è disponibile Nord Sud Ovest Est, la nuova stagione della serie sugli 883.