di Gianmaria Tammaro
L’infanzia in Ucraina e la decisione di fare l’attrice. Il rapporto con la nonna e l’importanza di incontrare registi di cui potersi fidare. E poi la dimensione della solitudine, la passione per il teatro, il compito dell’attore. Il provino al Centro Sperimentale di Cinematografia e il primo ruolo, appena quindicenne, in una serie televisiva. L’esperienza de I figli della scimmia e la ricerca costante della felicità. L’intervista.

Quando chiedo a Lidiya Liberman di parlarmi del primo ricordo che le viene in mente, mi racconta l’ultimo sogno che ha fatto. Ed è un sogno in cui è di nuovo con sua nonna, una delle donne più importanti della sua vita. Mi dice che averla sognata l’ha resa felice e che svegliarsi è stato un modo per tornare indietro, nel passato, senza tuttavia dimenticare il presente. Lidiya ha sempre voluto fare l’attrice. Viene da una famiglia di medici e scienziati. All’inizio la sua scelta è stata vista come un’anomalia: qualcosa di strano, ma non di sbagliato. Sua madre, pittrice, l’ha sempre sostenuta: le ha fatto studiare musica e le ha permesso di andare a Kyiv per seguire un corso di recitazione.
Lidiya ha cominciato a lavorare in Ucraina. E poi si è spostata in Italia, dove ha frequentato il Centro Sperimentale. Ed è stato proprio al Centro Sperimentale che ha incontrato per la prima volta Tommaso Landucci, il regista de I figli della scimmia, un film feroce e allo stesso tempo delicato: Lidiya interpreta la madre di un bambino disabile, che deve fare i conti sia con la realtà che la circonda e la schiaccia sia con suo marito, Dario, interpretato da Riccardo Scamarcio. Si parla di sacrifici, di responsabilità, di famiglia. E si parla anche dell’importanza di preservare sé stessi come individui.
La felicità, mi ripete Lidiya, è una cosa momentanea, fuggevole tanto quanto i sogni: un momento prima c’è e quello immediatamente successivo è andata via. Ed è fondamentale conoscere la solitudine, come spazio e dimensione, per trovare la propria indipendenza. Recitare è un modo per entrare in contatto con gli altri e per restituire qualcosa. Perché oltre la sofferenza e la paura c’è l’universalità della condivisione e dei sentimenti. E un attore, anche se solo per un film o addirittura per un’unica scena, può diventare un tramite.

Che cosa ti ha colpito de I figli della scimmia?
«Cerco sempre di dare il massimo in ogni ruolo che devo interpretare. Questa è la cosa più importante. E quando mi è arrivato questo progetto sono stata colpita innanzitutto dalla sceneggiatura, che era davvero molto bella. Però, se devo essere onesta, avevo già capito che questo fosse un film speciale».
Quando?
«Quando ho fatto il provino con Tommaso (Landucci, il regista, ndr). Ci conosciamo da diverso tempo; abbiamo girato anche un cortometraggio insieme. E praticamente subito, tra di noi, è nata una specie di sintonia. Eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. Lavorare con lui è una cosa meravigliosa, credimi. È una persona estremamente sincera e per un attore questa sincerità è una risorsa».
Quanto è stato importante riuscire a trovare un equilibrio tra la parola scritta della sceneggiatura e l’istintività del singolo istante?
«Molto, e Tommaso si è impegnato proprio in questo senso. Chiaramente la sceneggiatura è stata fondamentale, ma c’è sempre stata un’apertura al dialogo. E poi non ci dobbiamo dimenticare che c’era Andrea (Aggio, che interpreta Enrico, il figlio disabile dei protagonisti, ndr) ed era fondamentale anche provare a seguirlo e a rispondere a ogni sua reazione. Ci siamo completamente affidati l’una all’altro e si è creato un rapporto di profonda fiducia».
È difficile fidarsi degli altri?
«Per me è essenziale. Quando interpreti un ruolo, qualunque esso sia, parti senza ombra di dubbio da te stessa, da quello che sai fare e puoi dare. Ma poi, davanti a te, c’è un regista con le sue idee e la sua visione, ci sono gli attori con cui condividerai la scena, c’è una sceneggiatura da leggere e seguire. E la cosa bella, la cosa veramente importante, è lasciarsi guidare. In questo modo, puoi affidarti anche al tuo talento».
È raro trovare progetti come I figli della scimmia?
«Sicuramente, a modo suo, lo è. Però io mi sento anche molto fortunata».
In che senso?
«Nel senso che negli ultimi anni ho preso parte a diverse opere prime, proprio come I figli della scimmia: da Maternal di Maura Delpero a Il cattivo poeta di Gianluca Jodice».
Da dove parte tutto?
«Sempre dalla sceneggiatura».
Perché credi che sia raro trovare progetti simili?
«Per tanti motivi diversi, in realtà. In questo momento il cinema in generale non sta attraversando un periodo particolarmente felice. Ed è un peccato che non ci sia una pluralità di voci e di punti di vista e che molti autori e molte autrici finiscano lontano dai radar. Alla cultura viene data poca importanza».
Come si riconosce, dal tuo punto di vista, la storia giusta? Quella per cui vale la pena di investire una parte della propria vita.
«Credo che sia una cosa diversa per ognuno di noi. Ho tre figli e quindi ho poco tempo. Qualunque progetto, per me, è un impegno molto grande: tra preparazione e riprese effettive, passano mesi interi. Sto attenta alle persone con cui lavoro. Se il regista che c’è dall’altra parte è un regista con cui mi trovo bene, che mi fa sentire a mio agio, che condivide i miei stessi valori, allora va bene. È stato il caso de I figli della scimmia».
Ricordi la prima volta in cui ti sei sentita un’attrice?
«Forse mi sono subito sentita un’attrice. (ride, ndr) Quando avevo 5 anni, dicevo a mia madre che mi sarei trasferita all’estero per recitare. Questa passione è nata perché sono sempre andata a teatro, fin da piccola. Ce n’era uno di fronte a casa nostra. E mi ricordo che alla fine di ogni replica volevo conoscere gli attori. Crescendo, continuando a vedere i film e questi spettacoli, ho capito che cos’era l'arte. O meglio: ho capito che cosa poteva fare».
E che cosa può fare, l’arte?
«Cambiare l’essere umano. Fargli vedere le cose da un’altra prospettiva. E questa idea di essere utile, di poter avere un effetto, mi piaceva molto. Volevo, nel mio piccolo, essere d’aiuto».
La paura è un motore per la creatività?
«A teatro fai tante prove, tante repliche. Puoi sperimentare e conoscere meglio l’altro. E poi puoi sbagliare. Segui un filo preciso, dall’inizio alla fine. Ogni cosa succede in quel momento. Sul set devi fare tutto in un giorno, non hai la possibilità di fare tutte queste ricerche. Però c’è come uno scatto. E tu devi essere pronto. Questa incertezza, questa paura, può essere estremamente eccitante. E sì, può essere un motore».
Qual è la differenza più grande tra cinema e teatro?
«In teatro lavori per il pubblico: chiunque, anche chi è seduto in fondo alla sala, in ultima fila, deve poterti sentire e vedere. L’attore si trasforma in un mezzo. Uno strumento. Al cinema, invece, la tua migliore amica è la camera: lavori sì con l’attore che ti sta davanti e per il pubblico che poi ti vedrà, ma devi anche ricordarti dell’inquadratura, di dove ti trovi, di come una determinata cosa – che sia un gesto o una semplice espressione – può essere ripresa».
L’attore può essere anche autore di quello che interpreta?
«Certo, assolutamente. Esiste il testo, esiste il regista ed esiste l’attore. E quindi esistono il suo corpo, il suo talento e la sua esperienza emotiva. Io posso avere le mie idee, però devo essere pronta ad ascoltare il regista. Non litigo mai. Provo a far entrare la mia visione del ruolo nel quadro tracciato dal regista».
Sono pochi i registi che lasciano spazio agli attori?
«Indubbiamente non è facile incontrare registi disposti a fare spazio agli attori. Penso che per realizzarsi, nel cinema, sia fondamentale trovare il proprio regista: una persona che ci vede per quello che siamo. Io, ti ripeto, mi sento molto fortunata. Se non trovo un regista così, non riesco ad aprirmi».
Quindi hai trovato il tuo regista?
«Nel caso de I figli della scimmia, sì. Ma ho trovato il mio regista in diversi progetti, non solo qui. Come ti dicevo, le persone con cui lavoro sono fondamentali nel momento in cui sto per prendere una decisione».
Per fare arte bisogna soffrire?
«Onestamente io mi muovo in modo diverso. Sono contenta se le persone sono felici, se uscendo dalla sala o alla fine di uno spettacolo teatrale si sentono piene d’amore, di ispirazione e di speranza. L’arte deve portare luce alle persone. E tra i suoi compiti c’è quello di risvegliare la parte migliore dell’essere umano. La sofferenza è ovunque. Nel lavoro che facciamo su noi stessi, tutti i giorni, è importante un certo individualismo. Ma è importante anche che lo spettatore si senta coinvolto, al centro di quello che succede. Deve esserci un rapporto uno a uno. E come attrice, devo riuscire a toccare chi mi sta di fronte: inquietandolo, emozionandolo, coinvolgendolo. Specialmente in un periodo come quello che stiamo vivendo, in cui non sembra ispirarci più nulla e la tragedia è diventata una costante. Dobbiamo trovare un punto comune, un’universalità. E per trovarla dobbiamo prima indagare noi stessi».
Che effetto ha avuto, su di te, lavorare a I figli della scimmia?
«Ha allargato il mio punto di vista, soprattutto come donna e come madre. Penso che questo film parli anche di una scelta, e cioè di quanto sia importante essere dei genitori amorevoli, presenti e pronti a difendere e a sostenere i propri figli. Per amarli, prima di tutto, bisogna accettarli. E per riuscirci bisogna scavare dentro di sé. Non ha senso cercare di cambiarli. È fondamentale riuscire a guardare il proprio figlio per la persona che è, riconoscendo le qualità che lui stesso non riesce ancora a vedere. È un’idea che si può trasformare in una spinta. I genitori di Andrea sono così. Sono stata a casa loro e ho visto quanto affetto, amore e fiducia gli danno».
Chi è il tuo personaggio?
«Una donna che lavora a casa, che ha il suo spazio e che per prendersi cura di suo figlio ha rinunciato a qualche sogno. Una donna che si è fatta carico di tante cose, anche per riempire l’assenza di suo marito».
Uno dei temi principali de I figli della scimmia mi pare che riguardi l’importanza di non annullarsi, di riuscire a conservarsi.
«A volte alcune cose vengono date per scontate. Si dà per scontato, per esempio, che sia la madre quella che rimane a casa, che non lavora, che si prende cura di tutto. E questo dipende da un’idea che si è diffusa nella nostra società: un’idea che attribuisce, erroneamente, un maggior valore nell’uomo. C’è il rischio di vedere la propria vita assorbita, senza essere riconosciuti».
Qual è il primo ricordo che ti viene in mente?
«Mi viene in mente quello che ho sognato stanotte, che non è un ricordo lontano».
E che cosa hai sognato?
«Mi trovavo a casa dei miei nonni. Non come bambina, ma come adulta: come sono adesso. E in questo sogno i miei nonni erano vivi. A un certo punto, da un telo rosso, ho tirato fuori un barboncino. Ed è arrivata anche mia madre. E mi ricordo che sorridevano tantissimo, sia mia nonna che mia madre. Siamo andate in bagno e abbiamo cominciato a lavare questo barboncino nella vasca. È stato in quel momento che mio figlio, il più piccolo dei tre, mi ha svegliato».
Ci sei rimasta male?
«Da una parte sì, perché volevo vedere come andava a finire. Dall’altra parte no».
Perché?
«Perché, ora, me lo ricorderò per sempre. Erano anni che non sognavo mia nonna».
Avevi un bel rapporto con lei?
«Sì. È morta tre anni fa. E forse ho vissuto più con lei, a casa sua, che con mia madre: lei lavorava tanto».
Com’eri da bambina?
«Ero timida. Nella mia famiglia ci sono medici da quattro generazioni. Anzi, non ci sono solo medici: ci sono anche scienziati. Per cui c’è sempre stato un grande rispetto reciproco. E me ne rendevo conto di continuo, guardando gli altri bambini e gli altri genitori. Mi sentivo già grande. Ero spesso da sola, perché sono figlia unica. Però avevamo questa biblioteca, foderata di libri in lingue diverse. Passavo molto tempo leggendo. Non avevo tantissimi amici. A volte, anziché andare all’asilo, mia nonna mi portava con sé a lavoro. Faceva il medico legale. Ricordo un sacco di lenzuoli, qualcuno anche sporco di sangue. Mi faceva guardare anche attraverso il microscopio».
Come ha reagito la tua famiglia quando ha saputo della tua decisione di fare l’attrice?
«Mia nonna non era proprio entusiasta... Mia madre, invece, è una pittrice. Si è laureata in ingegneria. Quando anche lei ha detto di voler fare l’artista, i suoi genitori non l’hanno presa benissimo. Per questo mi ha sempre incoraggiata: quando mi sono iscritta a un corso di musica, quando ho voluto fare teatro e anche quando ho fatto queste fotografie come modella. A Kyiv sono andata a una scuola di cinema. E subito dopo, praticamente, ho fatto il mio primo provino».
Alla fine tua nonna ha accettato la tua decisione?
«Ma guarda, non c’è mai stato un distacco. Semplicemente mia nonna voleva che trovassi un impiego più sicuro. Non ci siamo mai allontanate; mia nonna c’è sempre stata».
Che cosa ricordi della tua prima esperienza come attrice, quando avevi 15 anni?
«È stato bellissimo. È andata proprio come in un film. La scuola di cinema a cui mi ero iscritta aveva mandato le foto dei propri allievi alla selezione per un progetto. La mia foto, a quanto pare, era finita in cima alla pila. Una regista, Alyona Demyanenko, mi ha notato per puro caso e mi ha contattato per fare il provino da protagonista per Domani sarà domani. E io ci sono andata. Il primo provino della mia vita è stato con Ada Rogovceva, una delle più grandi attrici ucraine. E sono stata presa. Quando siamo arrivati alla firma del contratto, però, c’è stata una sorpresa: non ero più la protagonista, ma avevo un altro ruolo. Ho sperimentato sulla mia pelle il potere dei produttori».
Perché?
«Era un progetto co-prodotto da Russia e Ucraina. E i russi volevano un’attrice russa per la parte della protagonista. Così io ho avuto un altro ruolo. Il giorno prima di andare sul set, però, è successa un’altra cosa».
Cosa?
«Ho avuto l’appendicite. Ero convinta che sarei stata sostituita. E invece la regista è riuscita a tenermi nel progetto e a far slittare, di poco, le riprese delle scene in cui c’ero. Sul set avevo ancora i punti. Interpretavo una ragazza incinta. Tutti mi vedevano come un talento pazzesco: avevo paura di sedermi, mi muovevo lentamente, soffrivo... Tutto, però, per i punti, non per la parte che stavo interpretando. (ride, ndr) Si è trattato di una serie di quattordici puntate, con attori ucraini e russi che mia madre conosceva da sempre e che anche io avevo visto crescendo. Ed è stata una grande scuola».
Hai lavorato molto in televisione?
«Dopo quella prima esperienza, mi sono trasferita a Kyiv per studiare regia. Venivo fermata, le persone mi riconoscevano. E io mi sono montata un po’ la testa. Quando venivo contattata e mi proponevano ruoli secondari, rifiutavo. Volevo fare solo la protagonista. E così, per due anni, non ho fatto niente. Quando però ho sentito il desiderio di tornare sul set, mi sono aperta a qualunque possibilità, anche a fare la comparsa. Bussavo dappertutto, lasciavo le mie foto, il mio curriculum. A un certo punto sono stata contattata per fare la comparsa in un film ambientato negli anni Trenta: dovevo semplicemente camminare, insieme a un altro gruppo di ragazze. Ero felice. Mi sono impegnata al massimo. Prima di andare a casa, mi ha presa in disparte l’aiuto regia e mi ha fatto conoscere i registi, che mi hanno chiesto di rimanere. Da questo progetto, sono passata a quello successivo».
È stato difficile ambientarsi in Italia?
«Quando mi sono trasferita, ho frequentato il Centro Sperimentale. Poi, al secondo anno, ho preso parte a La doppia vita di Natalia Blum di Anna Negri, insieme a Emilio Solfrizzi e Anita Caprioli. È stato presentato al Roma Fiction Fest. Il giorno dopo mi hanno chiamato e mi hanno detto che Marco Bellocchio voleva incontrarmi».
Per quale progetto?
«Un corto. Abbiamo girato a Bobbio. E doveva finire lì. Successivamente, però, abbiamo lavorato insieme anche a Sangue del mio sangue, il suo film, e a Zio Vanja, lo spettacolo teatrale con Sergio Rubini e Michele Placido».
Prendendo parte a La doppia vita di Natalia Blum mentre eri al Centro Sperimentale, hai notato una differenza tra quello che era il mondo accademico, con le sue promesse e le sue premesse, e il mondo del lavoro?
«Ogni progetto ti chiede di ripartire daccapo, di studiare. Quello che conta di più è la tua esperienza di essere umano. Quando ho deciso di trasferirmi in Italia, ho fatto il provino al Centro Sperimentale perché volevo continuare a fare l’attrice: è stato il mio modo per entrare in questo mondo. Non c’era tantissima pratica. Però ho incontrato nuove persone e un’altra cultura. Conoscevo l’Italia per le vacanze estive e per i film che vedevo, a cominciare da quelli di Antonioni. A volte, al Centro, andavo via dalle lezioni. C’era questa saletta dove si poteva usare Internet e stampare. Io credo di aver stampato una biblioteca intera. (ride, ndr) Mi ricordo che c’era anche una scritta sul muro, da qualche parte: “la Liberman uscì e non tornò più”. Sempre al Centro Sperimentale ho conosciuto Tommaso Landucci e Andrea De Sica, con cui ho lavorato a Gli occhi degli altri. C’era un ambiente vivace. Io provo a vedere le cose positive, a non lasciarmi andare. Il Centro è stata la mia possibilità per aprirmi».
Che cosa hai portato al provino?
«Oddio, sai che non me lo ricordo? Forse era un pezzo di Anna Karenina... o forse era un pezzo di Il maestro e Margherita».
Ti ricordi chi c’era tra i tuoi esaminatori?
«Prima di qualunque provino, dovevi mandare un video. Poi, se ti sceglievano, dovevi fare un mese di preparazione e di valutazione. Dopo quel mese, venivano scelti gli studenti. Sicuramente c’era Giancarlo Giannini. Poi c’era Eljana Popova, con cui ci sentiamo ancora oggi, e c’era Adriano De Santis. Onestamente, però, non ricordo altro».
Prima mi hai detto di aver studiato regia. È una cosa a cui stai pensando, quella di passare dall’altra parte della camera?
«Ci penso, sì, ed è una cosa che mi affascina molto. Sono sempre stata una grande appassionata di documentari e fotografia. Per questo ho studiato regia documentaristica. Ancora non ero pronta a girare qualcosa... Non sapevo di che cosa parlare».
E ora?
«Ora sto lavorando al mio progetto. Sto scrivendo un film. Ed è una cosa che tra poco, penso, prenderà forma».
Nel tuo sogno, mi hai detto, eri felice. È facile ritrovare quella stessa felicità nella vita di ogni giorno?
«La felicità è qualcosa di momentaneo. E coincide con una sensazione di armonia che solo a volte sentiamo. Di colpo, siamo in equilibrio. Noi, il mondo e ciò che ci circonda. E se ci sono luoghi o persone che ci danno questa sensazione, è importante continuare a frequentarli. Io cerco tutti i giorni di raggiungere la felicità. E spesso la trovo dando all’altro qualcosa».
Capita mai di sentirsi traditi?
«E per questo è importante trovare i propri spazi. Riempirsi. Non è scontata, la felicità. Ed è fondamentale imparare a stare da soli. Perché solo se siamo in equilibrio con noi stessi lo siamo anche con gli altri».
La solitudine serve?
«Tantissimo. Io penso che nessuno possa renderti felice al posto tuo. Da piccola, magari, tendi a guardare agli altri, alle persone che incontri. Ma da grande ci sei innanzitutto tu. Il lavoro, la famiglia e gli amici possono riempire in parte la nostra vita. Non possono essere l’unica fonte di felicità. Stare da soli significa anche un’altra cosa».
Cosa?
«Imparare ad assumersi le proprie responsabilità. E non solo per quanto riguarda quello che facciamo, ma soprattutto per le persone che siamo. A volte, dobbiamo mettere al primo posto noi stessi. E questo non vuol dire essere egoisti. Noi donne, spesso, finiamo per annullarci per gli altri: ci ricordiamo di noi unicamente alla fine».
Cos’è importante?
«Prendersi cura di sé stessi».
E come ci si prende cura di sé stessi?
«A volte anche chiedendo aiuto agli altri. Soprattutto, però, ricordandosi di non dover diventare qualcuno che non siamo».
E che cosa rimane, a quel punto?
«Rimaniamo noi. E noi siamo più che abbastanza».
Foto di Andrea Folino. Grafica di Manuel Bruno. Ufficio stampa: Maria Amendola.