di Gianmaria Tammaro
L’incontro con la recitazione, i primi ruoli e le prime esperienze. E poi il rapporto con le pause e con i periodi lontano dal set. La città dei vivi, il film di Edoardo Gabbriellini, e la responsabilità di interpretare Luca Varani. L’anteprima alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e il legame con i suoi genitori. La fiducia di Valerio Mastandrea e la libertà di poter scegliere i prossimi provini. L’intervista.

In un modo o nell’altro, la recitazione ha sempre fatto parte della vita di Emanuele Maria Di Stefano. Prima dei ruoli importanti, dei film e di qualunque decisione, la recitazione è arrivata e si è affacciata nella sua vita: gli spettacoli a scuola, il cortometraggio quando era bambino, il corso che ha frequentato su consiglio di un’amica, anche lei attrice. La città dei vivi di Edoardo Gabbriellini, tratto dall’omonimo libro di Nicola Lagioia (Einaudi) e al cinema dal 1° ottobre con Eagle Pictures, è arrivato dopo un percorso preciso, in cui – mi dice Emanuele – la quotidianità non è stata schiacciata dal peso del mestiere, ma ha trovato naturalmente una sua forma.
Quando non è sul set, Emanuele affronta le sue giornate come farebbe chiunque altro. Essere un attore, mi spiega, non significa andare alle feste e fare parte di un determinato mondo. Essere un attore ha a che fare con l’impegno costante che si mette nel migliorare e nel crescere. La cosa più importante, mi dice, è la tranquillità. Quando chiude gli occhi e si lascia andare ai ricordi, la prima immagine che gli viene in mente è lui da bambino, in pigiama, a casa di sua nonna durante le feste di Natale. È un ricordo felice, ammette, e quella felicità, alla fine, coincide con l’essere tranquilli. Recitare in un film come La città dei vivi, che racconta la storia di Luca Varani, è stato una grande prova. Ed Emanuele ha sentito due responsabilità: quella dell’interprete che deve misurarsi con il testo e quella del ragazzo che deve misurarsi con il male.

Che esperienza è stata quella della première a Venezia?
«È stata un’emozione fortissima. Ogni volta che vedo questo film resto colpito. Ognuno di noi, chiaramente, ha la sua emotività. Per me è così. A Venezia, poi, le persone hanno ascoltato questo film. Me ne sono accorto durante la proiezione grazie alla qualità del silenzio che l’ha accompagnata: le persone erano prese, concentrate; non si stavano limitando a seguirlo, ma lo guardavano attivamente, con partecipazione».
Che tipo di silenzio è quello di una sala in ascolto?
«È una cosa che si nota sempre, sia in teatro che al cinema. Se le persone ascoltano, se sono attente, il silenzio non è solo silenzio; si percepisce chiaramente un’altra qualità, un’altra tensione. Le persone guardavano questo film ed erano coinvolte. Quando alla fine hanno applaudito, è stato un modo quasi per sfogarsi».
Avevi già visto La città dei vivi prima di Venezia?
«Sì, lo avevo già visto».
Quando l’hai fatto, sei riuscito a trovare una distanza? Non mi riferisco solo all’esperienza sul set e al lavoro che hai fatto, ma anche alla storia, a quello che La città dei vivi racconta.
«Mi sono ritrovato coinvolto. Ma non perché, in quel momento, mi stessi rivedendo. Mi sono ritrovato coinvolto perché La città dei vivi, secondo me, è un film molto buono che riesce a parlare allo spettatore. Quando l’ho visto, mi sono abbandonato al racconto nella sua totalità».
Che tipo di rapporto si è creato con Valerio Mastandrea? Lui interpreta il padre di Luca, il tuo personaggio.
«Non abbiamo passato moltissimo tempo insieme, però Valerio è sempre stato generoso, sia con me che con Gaia (Merlonghi, che interpreta Marta Gaia, la fidanzata del protagonista, ndr). Non si è mai tirato indietro, anche durante le pause. E poi Valerio ci ha dato una grandissima fiducia: non si è limitato, diciamo così, a guidarci; ci ha lasciato molto spazio. Non si è risparmiato. È stato estremamente disponibile».
Tu come hai trovato questo ruolo?
«Attraverso i provini. Mi ha colpito subito la sceneggiatura. Per carità: io non sono ancora nella posizione in cui vengo chiamato direttamente per un film. Per ora, passo sempre attraverso le selezioni e i provini. Quando mi è arrivato questo film, ho sentito un forte legame con alcune battute che ho letto. La sceneggiatura è una delle migliori con cui mi sia mai capitato di lavorare. Ed è stato questo, innanzitutto, a convincermi».
Come nasce la decisione di recitare?
«Diciamo che ci sono stati diversi contatti tra me e la recitazione nel corso del tempo. Spesso si è trattato di contatti casuali; altrettanto spesso si è trattato di coincidenze. Quando ero bambino, per esempio, ho preso parte a un cortometraggio solo perché mia madre aveva saputo che al regista Renato Chiocca, che conosceva, serviva un bambino. Poi ho frequentato il teatro scolastico alle medie. E mi è capitato di seguire un corso. Durante l’ultimo anno di liceo, quando non sapevo che cosa fare, un’amica, Sofia Iacuitto, che fa l’attrice, mi ha invitato ad andare nello stesso teatro in cui andava lei. E la verità è che mi sono divertito. Ma non ho mai pensato di poter fare l’attore».
Perché?
«Innanzitutto, non avevo mai visto la recitazione come un lavoro. Per me non era pensabile. Dopo qualche mese, una casting, Francesca Borromeo, ha cominciato a cercare attori per La scuola cattolica e ha contattato anche le scuole di teatro più piccole. E lì sono stato notato per la prima volta. Ho mandato una video-presentazione, poi ho fatto un provino, poi un altro e alla fine, con il terzo provino, mi hanno preso».
A un certo punto, però, hai intuito che questa potesse essere la strada giusta per te?
«No... O meglio: l’ho intuito nel momento in cui sono arrivati altri progetti. Quindi dopo La scuola cattolica, che per me poteva essere una semplice esperienza, dopo Il filo invisibile, che poteva essere quasi una coincidenza, e dopo Siccità. È stato allora che ho pensato di fare seriamente questo mestiere e che ho sentito di poter dire di essere un attore. Praticamente tre anni dopo, con lo spettacolo di Romeo e Giulietta a Milano, diretto da Mario Martone».
Che cosa significa, per te, essere un attore?
«Fare l’attore, dal punto di vista artigianale, del mestiere, quindi quando sei sul palco o sul set, non ha un peso quotidiano. Mi spiego. Lo fai in quel momento, per un periodo. Non è detto che lavorerai sempre. E secondo me questa è una premessa importante da fare. Per me fare l’attore vuol dire esprimere, immaginare, pensare e lavorare su sé stessi, migliorandosi. Ed è un aspetto che, volendo, si può coltivare anche nel proprio privato. Se invece fare l’attore vuol dire andare alle feste, stare sempre in determinati ambienti per fare il “placement” di sé stessi, non è una cosa che mi interessa. Preferisco sfruttare quel tempo per creare qualcosa di mio, qualcosa che mi appartiene davvero».
Come riempi le pause tra un set e l’altro?
«Guarda, sarò scontato... ma lo faccio vivendo. A volte mi sveglio prima, a volte più tardi. Come tutti, affronto ogni giornata un passo alla volta. Fortunatamente, fino a ora, c’è stata anche la scuola. E studiare è una cosa che mi piacerebbe continuare a fare. Ma poi ci sono le persone di cui mi fido, ci sono i miei amici, e con loro posso fare un cortometraggio o scrivere una sceneggiatura».
La precarietà fa paura?
«Fa paura, sì. Io però non l’ho ancora provata, non davvero. Sotto questo punto di vista sono stato molto fortunato. Al di là del mestiere dell’attore, riesco a vivere più che decentemente. Dal punto di vista lavorativo, sono stato fermo per due anni, sì, ma i lavori precedenti mi avevano dato abbastanza risorse per potermi permettere quella pausa. Quindi non ho sentito una vera paura in quel periodo. E onestamente spero di non provarla mai».
E che cosa hai provato, in quei due anni?
«Sicuramente ho provato la frustrazione per l’impossibilità di fare il mio lavoro».
I tuoi genitori che cosa pensano della tua decisione di fare l’attore?
«Anche su questo sono molto fortunato. Sono contenti e felici, e mi supportano molto».
Non ti hanno mai consigliato di pensare a un piano B?
«Certo. Però diciamo che dopo il primo anno, in cui ho fatto quattro progetti di seguito, sembrava davvero che potesse essere una cosa continuativa, senza interruzioni. E questo ha sicuramente tranquillizzato i miei genitori. E quindi hanno sentito meno l’urgenza di vedermi sistemato, con un piano B. Ora che sono passati sei anni dall’inizio della mia esperienza, sono contenti».
Hanno visto La città dei vivi?
«Sì».
E come hanno reagito?
«Bene... e male. Bene perché sono stati felici per me e per il mio lavoro. Male perché si sono emozionati e hanno sofferto guardando questa storia».
Com’eri al liceo?
«Il primo anno ero un po’ uno sfigato. Facevo finta di essere una cosa che non ero. Mi davo delle arie. Dopo mi sono riappacificato con me stesso e ho fatto amicizia con diverse persone. Ho ritrovato la mia spontaneità. L’ultimo anno di liceo, invece, mi sentivo in gabbia: non ce la facevo più. E poi è arrivato il COVID».
Le amicizie del liceo sono cambiate dopo che hai cominciato a fare l’attore? O sono rimaste le stesse?
«I rapporti di amicizia che ho avuto non sono mai cambiati per il lavoro o per i film che ho fatto».
In questo momento della tua carriera, è difficile rifiutare ruoli che, magari, non ti piacciono?
«Non è tanto il fatto di dire di no o di rifiutare un ruolo. In questo momento non c’è ancora quella dinamica in cui vengo chiamato direttamente per un ruolo. E quindi, quasi paradossalmente, ho una libertà maggiore nella scelta dei provini».
Come si riconosce la storia giusta, quella a cui vale la pena di dedicarsi completamente?
«In parte è un terno al lotto. Parte tutto dalla sceneggiatura, per quanto mi riguarda: sia per capire di che cosa parla sia, poi, per valutare il modo in cui è stata scritta. E in quel momento intuisci anche se rientra, o meno, nei tuoi gusti. Poi sono importanti i provini: vedi se si crea una chimica con il regista, se ti trovi, se è un ambiente che ti piace. E chiaramente c’è un discorso pratico: se conosci la produzione, se ti sembra affidabile e così via. Devi provare a farti un’idea generale del progetto. Solo quando sei sul set, però, capisci se hai fatto effettivamente la scelta giusta. Per questo, prima ti dicevo che in parte è un terno al lotto».
Qual è la cosa più importante per te, in questo momento?
«Forse sarò scontato, ma ti direi la tranquillità».
E in che cosa consiste, questa tranquillità?
«La tranquillità dipende innanzitutto da te stesso: devi trovare un equilibrio o, se serve, un disequilibrio; devi avere delle persone, accanto a te, che ti apprezzano e che tu apprezzi. Non devi essere ossessionato dalla crescita e dal cambiamento, ma è importante che ci sia anche questo: la tranquillità non coincide con l’immobilismo. Se sei tranquillo, ti evolvi. È anche vero, però, che ho ventiquattro anni e ora come ora è fondamentale riuscire a costruire la mia dimensione, così da poter essere tranquillo in futuro».
Qual è il primo ricordo che ti viene in mente?
«Non so dirti se sia il primo-primo, però mi ricordo di quando, da piccolo, stavo in pigiama, uno di quelli fatti di un solo pezzo, ed ero a casa di mia nonna. Era Natale. Mi ricordo che avevo un sacchetto di plastica pieno di caramelle e la boccia».
È un ricordo di felicità?
«Sì, direi di sì».
E con cosa coincide la felicità, per te?
«Con la tranquillità di cui ti parlavo prima».
Foto di Fabrizio Cestari. Grafica di Manuel Bruno.