di Gianmaria Tammaro
La passione per gli anime e i manga, il rapporto con i suoi genitori e i suoi fratelli. La decisione, quasi naturale, di aprire un canale YouTube. L’importanza di avere una community e Internet come spazio in cui essere finalmente sé stessa. La solitudine come possibilità e la palestra come costante. E poi gli anni del liceo, la sfida della timidezza e il suo legame profondo con il Giappone. L’intervista.

Durante gli anni delle medie e del liceo, Eleonora Sayaka Chialva ha imparato a tenere per sé le sue passioni. Le persone, dice, non le capivano e finivano sempre, o quasi sempre, per prenderla in giro. Solo una volta diplomata, dopo essersi iscritta all’università, ha iniziato a incontrare altri come lei: ragazzi e ragazze interessati ai manga e agli anime, che passavano il loro tempo giocando ai videogiochi. Quando ha aperto il suo canale YouTube, il suo mondo si è allargato e parte di quella timidezza che l’aveva accompagnata durante gli anni della scuola è andata via, lasciandola più libera. Anzi, meglio: più sé stessa. Ha cominciato con le fotografie e i post su Facebook, racconta. Poi, più o meno tre anni fa, ha caricato il suo primo video. La scelta di aprire due canali, uno in inglese e uno in italiano, è venuta naturalmente. Perché una volta non c’erano gli strumenti per tradurre l’audio o i sottotitoli e così, se pubblicavi qualcosa in italiano, finivi per essere seguito solo da chi parlava italiano.
Oggi Eleonora ha più di 330 mila iscritti su YouTube e la cosa che le piace di più, ammette, è poter condividere con le persone i suoi progressi, mentre ripara una vecchia console o un vecchio computer. Su Internet, insomma, ha trovato uno spazio in cui potersi esprimere e non doversi nascondere. Insieme a YouTube ci sono anche la palestra, con il powerlifting e il bodybuilding, e la sua famiglia: le altre due linee guida della sua quotidianità. Non sa se YouTube è quello che vuole fare per il resto della sua vita. Intanto, mentre si prepara alla laurea al Politecnico di Torino, prova ad andare avanti seguendo esattamente quello che le piace.

Tu sei di Torino, giusto?
«Sì, esatto».
Perché hai scelto di occuparti proprio di restauro di computer e console?
«Diciamo che c’è una nicchia di appassionati che, rispetto ad altri settori, può sembrare molto piccola, ma è anche molto attiva e partecipe. Insomma, ci sono sia pro che contro. Parliamo di computer di quarant’anni fa, a volte di più, eppure si ritrovano video, approfondimenti e siti specializzati. Ed è una cosa, secondo me, bellissima. Proprio perché ti permette di avvicinarti a un mondo che sembra lontanissimo ma che in realtà è estremamente raggiungibile. Io ho iniziato così, guardando i video delle altre persone».
E che tipo di community hai trovato?
«Una veramente felice di accogliere altre persone, anche se si tratta di persone che non sanno niente, o quasi niente, del tema. È una community pronta ad aiutarti a conoscere questo mondo».
Il tuo primo video, se non sbaglio, risale a tre anni fa.
«In italiano sì, è di tre anni fa. Era un restauro di una Playstation 1. In realtà, era soltanto una pulizia. Lo avevo registrato con il tablet che usavo per l’università».
Che cosa ti ha convinta a pubblicarlo?
«Guarda, ricordo che pubblicavo su Facebook delle fotografie, proprio di queste riparazioni che facevo. A volte mi capitava di chiedere consigli. Altre volte, invece, mi limitavo a raccontare quello che facevo. Mi sono accorta che a molte persone interessava e così ho deciso di spostarmi anche su YouTube».
Per caso, insomma.
«No, no: per scherzo. (ride, ndr) Non pensavo minimamente di riuscire a raccogliere un seguito o di diventare famosa... Per carità, non che lo sia ora, però non mi aspettavo nemmeno di raggiungere cento iscritti. Averne 83 mila sul canale italiano e più di 250 mila su quello inglese è un traguardo importante. Ogni volta che pubblico un video, anche dopo tutto questo tempo, continuo a chiedermi sempre la stessa cosa».
Cosa?
«“Quante persone lo guarderanno?” Ricevere così tante visualizzazioni per me rimane assurdo».
Perché hai deciso di aprire due canali, uno in italiano e uno in inglese?
«Innanzitutto ammetto che sono una persona timida e che stare davanti a una telecamera mi metteva un po’ di pressione... Me ne mette anche adesso, ma è più gestibile. (ride, ndr) All’inizio giravo dei video dove non comparivo, dove mettevo semplicemente dei sottotitoli. La maggior parte dei creator che seguo è inglese o americana. E così, un po’ inconsciamente, già nel primo video ho messo i sottotitoli in inglese. Però su Facebook pubblicavo le mie foto e i miei post in italiano».
E quindi?
«E quindi mi seguivano persone di diversi paesi. Quando ho iniziato a comparire in video, ho capito che c’era una specie di divisione. Ora su YouTube ci sono stati dei cambiamenti importanti: sono disponibili audio e sottotitoli in diverse lingue. Prima no, prima se parlavi in italiano, ti rivolgevi a un pubblico fondamentalmente italiano. Per questo ho deciso di aprire due canali. Alla fine, però, condivido gli stessi contenuti».
Frequenti il Politecnico. Tra i tuoi compagni di corso ci sono iscritti al tuo canale YouTube?
«Onestamente? Non credo. Di solito va sempre diversamente: sono io che dico di fare video di riparazioni. Anzi, all’inizio mi vergognavo un po’. Quando le persone che incontro lo vengono a sapere, ne parliamo e magari scopriamo di avere la stessa passione in comune. Ma in un primo momento, come ti dicevo, pensavo fosse un settore abbastanza estraneo all’Italia e poco considerato dai più giovani».
E invece?
«Invece, poi, ho scoperto che non è così».
Hai sempre riparato console e computer?
«Sì, sempre. Non solo da quando ho cominciato a fare video».
Ti rilassa?
«Sono cresciuta in una famiglia che collezionava già console e computer vintage. Poi ho frequentato il liceo scientifico, indirizzo scienze applicate: è un liceo in cui, anziché fare latino, fai informatica. Mi è piaciuto molto. Ho seguito anche dei corsi di Python e C».
Perché?
«Ho sempre voluto capire come funzionano le cose. Durante il COVID, poi, i miei genitori hanno abbandonato la loro collezione e si sono dedicati ad altro; l’ho recuperata io in soffitta, dove mi sono trasferita e ho cominciato a giocare con le console, a studiare i Commodore e gli Spectrum. Da lì sono passata alla pulizia e, con il tempo, alla riparazione».
Credi che fare video per YouTube abbia avuto un impatto su di te?
«Mi ha sicuramente aiutata ad aprirmi di più. Al liceo, come ti dicevo prima, sono sempre stata una persona molto timida e introversa: non mi veniva facile parlare con le persone. Dopo essermi iscritta a YouTube e aver iniziato a fare video, sono cambiata».
Come te ne sei accorta?
«Durante il primo anno di università, quando facevo gli esami orali, ero proprio impacciata, non riuscivo ad andare avanti. I professori mi dicevano: si vede che hai studiato, ma non va bene esporlo così. I video su YouTube mi hanno aiutata a prendere il controllo e mi hanno permesso di capire che ci sono altre persone come me, con la mia stessa passione. E questo, in qualche modo, mi ha permesso anche di tranquillizzarmi».
Sei figlia unica?
«No, ho due fratelli. Uno più grande di otto anni e l’altro più piccolo di otto anni».
Che rapporto avete? Anche loro sono appassionati di console e computer?
«Il più piccolo è un grande appassionato di videogiochi e di Pokémon. Il più grande, invece, ci gioca di meno. Mi ricordo che quando eravamo piccoli passavamo molto tempo davanti alla tv con la Playstation 2. Ci vogliamo bene».
E invece con i tuoi colleghi content creator hai contatti?
«Ho contatti con chi si occupa delle mie stesse cose, sì. Solo quest’anno ho iniziato a incontrarli, grazie agli eventi che organizza YouTube Italia. Personalmente guardo soprattutto video inglesi, non conosco molto bene i creator italiani. Non ho ancora collaborato con nessuno».
YouTube Italia offre supporto?
«A livello di contatti con i brand, non lo so. E, ti devo dire la verità, non ho mai cercato aiuti in quel senso. Però YouTube è molto costante. Ti manda e-mail con gli aggiornamenti e ci sono dei veri e propri gruppi che hanno un referente preciso. Se avessi dei problemi, saprei a chi chiedere».
Tua madre, ora, è una tua collega: ha aperto un canale YouTube.
«Sì, diciamo di sì. (ride, ndr) Ha iniziato a fare video. Le piace parlare con le persone, ma è abbastanza timida. Era da un sacco di tempo che scriveva articoli e condivideva foto su Facebook, soprattutto su anime e manga. Quando ho iniziato a fare video, mi sono proposta di darle una mano e così ha cominciato anche lei. Però ora non vuole nessun aiuto. Vuole fare tutto da sola».
Prima che cosa faceva?
«Lavorava in fumetteria».
Mi racconti della tua tata giapponese?
«In realtà non è la mia tata: è la mia madrina. Sono cresciuta con lei, praticamente. Nel 2011 è tornata in Giappone per motivi familiari. Io avevo iniziato a studiare il giapponese. O meglio, a esercitarmi con lei. Mi portava puzzle, filastrocche, libri. E ora non mi esercito più. Sono andata a trovarla un paio di volte, ma la distanza tra Italia e Giappone è molto grande».
Al liceo avevi un gruppo di amici? Siete rimasti in contatto?
«Passavo molto tempo a studiare. Pensavo che le mie passioni fossero solo mie, una cosa che mi ripetevo da sempre, anche alle medie. E poi, sai, chiamarsi Eleonora Sayaka, in una scuola pubblica, non era proprio il massimo. Così come non era il massimo essere appassionata di anime e manga. A volte le persone non erano molto gentili. Al liceo mi sono sbloccata un po’».
Che rapporto hai con la solitudine?
«Ho molte passioni, forse troppe. Vorrei fare mille cose. E apprezzo il tempo che passo da sola, perché posso dedicarmi completamente a quello che mi piace. Non mi pesa, la solitudine; in un certo senso, la cerco».
Come mai hai scelto proprio il powerlifting e il bodybuilding?
«Sono due discipline simili, ma differenti. Il bodybuilding si concentra sulla crescita muscolare, mentre il powerlifting consiste nel sollevare pesi. Li ho scelti un po’ per caso».
Come YouTube.
«Quando andavo al liceo, ho iniziato ad andare in palestra. Non c’era molto da fare nel mio quartiere. Prima ho fatto Thai, poi mi sono spostata nella sala pesi. E da quel momento ho cominciato ad allenarmi. Mi piacciono i muscoli, mi piace quel tipo di fisico. E con gli anni ha finito per piacermi anche alzare carichi importanti».
Che cosa hanno in comune l’impegno che richiede l’allenamento in palestra e l’impegno che richiedono le riparazioni di vecchie console?
«Non so se hanno degli elementi in comune. Per quanto mi riguarda, sono due cose che mi rendono felice. La palestra richiede costanza e impegno. E lo stesso vale anche per la riparazione delle console e dei computer. Più fai, più ti impegni, più ottieni. Non ci sono persone che riparano meglio le console; c’è l’esperienza e l’esperienza ti guida. La stessa cosa succede in palestra».
Cos’è più importante per te, il talento o l’esperienza?
«Credo che siano importanti entrambe le cose, e credo che sia importante anche saper ascoltare i consigli degli altri. L’esperienza è qualcosa che si può condividere. Su YouTube e sui vecchi forum ci sono tantissime informazioni. Insomma, non credo che si tratti di bravura. Serve provarci».
Il senso di comunità di cui parlavi prima non è una cosa così diffusa. Ogni giorno, specie su Internet, c’è una nuova polemica. La tua mi sembra un’eccezione.
«Penso di sì... Ma non posso parlare per gli altri, per chi si occupa – per esempio – di cibo. Come dicevo prima, la nostra è una cerchia molto ristretta; le persone che ne fanno parte hanno una passione profonda, spesso la portano avanti da più di quarant’anni. E questo affetto rende la community delle retro console molto aperta».
Non c’è un po’ di “gatekeeping”?
«Forse sì, ma tendo a non farci caso. Ci sono sicuramente persone che vogliono litigare, che non vedono l’ora di discutere. Personalmente, però, non è una cosa che mi interessa. Passo subito oltre».
C’è stata una riparazione che ti ha messo in difficoltà?
«Non ce n’è stata solo una, figurati. Una volta ho provato ad aggiustare una Playstation 2 e non riuscivo a capire che cosa non andasse. Forse ci ho passato tanto tempo perché ci ho lavorato l’anno scorso, d’estate, e stavo morendo di caldo. (ride, ndr) E poi c’è stato un Commodore, che è arrivato con una scheda C64 spezzata. Per fortuna bastava riunire le piste, ma ho avuto paura di non riuscirci. Perché non era solamente spezzata: mancava proprio un pezzo».
YouTube è il tuo piano A o è solo una parentesi?
«Attualmente non lo so… Sono tre anni, ormai, che mi occupo di questo. E non è una domanda che tendo a farmi. Io faccio quello che mi piace. Spero di continuare per molto tempo. Amo condividere quello che faccio, e sono ovviamente contenta di avere una risposta così positiva. Quando ero più piccola ho provato a farlo e non sono stata accolta nello stesso modo. (ride, ndr) Su Internet, invece, ci sono persone pronte ad aiutarti».
Lo dicevi anche prima: da piccola tendevi a tenere per te le tue passioni. Ci sono state delle occasioni in cui, raccontandole, ti sei sentita criticata? Respinta?
«Sì. Io sono consapevole del fatto che certe cose cambiano a seconda della zona, della città, eccetera. Nella mia esperienza, però, le persone non rispondevano in modo positivo al mio nome, alla mia passione per manga e anime; a 12 anni mi piaceva giocare ai videogiochi, alla Playstation 2 e a qualche console retro».
Ti prendevano in giro per il tuo nome, Sayaka?
«A volte. Solo dopo il liceo ho incontrato persone che trovavano questa cosa bella o comunque interessante. Dopo anni e anni in cui ti criticano o ti prendono in giro per una tua passione, finisci per nasconderla, per tenerla per te. Con l’apertura del mio canale YouTube, ti confesso che mi sono sentita molto più tranquilla. E questo non perché debba avere delle passioni che piacciono anche agli altri, no. Ma credo che sia bello poterle condividere senza avere paura».
Qual è la canzone migliore da ascoltare mentre si ripara qualcosa?
«Sono una persona che ascolta musica a seconda del periodo. In questo periodo, sto ascoltando in continuazione Total Eclipse of the Heart di Bonnie Tyler».
È la stessa canzone che ascolti mentre sei in palestra?
«Sì».
Non hai due playlist diverse?
«No, no. L’altro giorno, guardando un episodio di Star Trek: Strange New Worlds, c’è stato un momento in cui un personaggio ha cantato questa stessa canzone in klingon. E mi ha fatto molto ridere».
Che manga stai leggendo in questo periodo?
«Jujutsu Kaisen, Mi sono reincarnato in uno slime, Toilet-Bound Hanako-kun... Seguo diverse serie contemporaneamente. Devo anche recuperare gli ultimi capitoli di Berserk, che sono usciti recentemente».
In che modo pensi di essere cambiata in questi anni di YouTube?
«Sicuramente, come ti dicevo, sono diventata più estroversa e sono meno ansiosa. L’ho notato rivedendo i miei primi video, quando non riuscivo nemmeno a guardare in camera. Ho sviluppato le mie passioni e l’ho fatto confrontandomi con gli altri. È una cosa che adoro. Mi piacerebbe, poi, collaborare con altri content creator».
Chi è il peggior critico?
«Dipende dalle persone... Nel mio caso, ti direi me stessa».
Ci sono dei momenti in cui riesci a essere soddisfatta?
«Se passa un po’ di tempo e guardo indietro a quello che ho fatto, sì».
Come ci si sente quando ci si sente soddisfatti?
«Io seguo tutto da sola, dall’editing dei video alle riprese, compresi i social. E faccio tutto sia in italiano che in inglese. A volte finisci per perderti. Quando arrivi alla pubblicazione del video, non ne puoi più. E in quel momento, quando lo rivedo per la prima volta, sono molto critica. Se però riguardo dei vecchi video, mi sento tranquilla. Felice. Ecco, sta qui la soddisfazione».
Non hai problemi nel rivederti?
«No, no. E mi fa piacere notare i miglioramenti che ho fatto».
Che cos’è, ora, che ti piacerebbe fare?
«Forse collaborare con qualcun altro. E avere una soffitta più grande».
Per te è importante il confronto?
«Io trovo che sia bellissimo crescere con un gruppo di persone. Ed è esattamente così che vedo la mia community: c’è la voglia di andare avanti insieme. Quindi sì, il confronto è importante».
Grafica di Manuel Bruno.