di Gianmaria Tammaro
L’esperienza travolgente di Hey Joe di Claudio Giovannesi, la ricerca infinita della stessa eccitazione e di un ruolo simile; le lunghe pause tra un lavoro e l’altro, la decisione di trasferirsi a Roma e di lasciare la gabbia dorata di Napoli. Gli anni del liceo e il suo gruppo di amiche. La scoperta del teatro e la voglia di recitare. La solitudine come dimensione familiare, in cui stare bene, e la paura della precarietà. L’intervista.

Dopo l’esperienza di Hey Joe di Claudio Giovannesi, Giulia Ercolini si è sentita come persa. Per alcuni mesi ha fatto molti provini, poi è rimasta ferma per un anno e mezzo. E in quell’anno e mezzo ha imparato a prendere le misure di sé stessa e a fare i conti con tutto il resto, e non ha mai smesso di darsi da fare. Il problema, mi dice, è il modo in cui ti vedono gli altri: pensano che tu sia una cosa e non ti danno nemmeno la possibilità di provare il contrario. E questo, per un attore, è un grosso limite. Proprio perché il senso del mestiere è essere sempre diversi, è cambiare, è trasformarsi. Quando le chiedo di descriversi con un colore, Giulia mi dice che si vede blu, non rossa. Mi spiega che sta bene da sola, che è fortunata ad avere dei genitori che la sostengono e degli amici presenti.
Si è trasferita a Roma perché ha sentito il bisogno di andare via da Napoli e dalla gabbia dorata in cui viveva. A Roma può fare lunghissime passeggiate, e camminare, mi racconta, è l’unica cosa che le permette di sfogarsi. Ha paura della precarietà, di recitare in progetti che come spettatrice non le piacerebbe vedere, e ha paura di non ritrovare la stessa eccitazione che ha provato sul set di Hey Joe: un’eccitazione strana, intensa, che parla tanto alla pancia quanto alla testa, e che le ricorda costantemente il rischio di poter fallire. La recitazione richiede studio e sacrificio, ma non sofferenza. L’attore, mi dice Giulia, deve essere pronto a calarsi in ogni singolo momento, evocando la fragilità e lasciandosi andare.

In questo periodo sei stata molto impegnata.
«Non avevo mai lavorato così tanto, ti devo dire la verità. E questo non significa che non mi piaccia lavorare, figurati. Però è stato veramente intenso. Sono passata da un estremo all’altro, e non c’è stato nemmeno il modo di abituarsi».
A un certo punto si riesce a fare i conti con la precarietà del mestiere?
«Non lo so. Forse te lo saprò dire tra cinque mesi, se non avrò fatto altro. Io sono stata parecchio male dopo Hey Joe, il film di Claudio Giovannesi».
Perché?
«Abbiamo girato nel 2023, tra autunno e inverno; abbiamo finito a dicembre. Il mio progetto successivo è stato Mare fuori, a luglio 2025. Sono stata ferma per più di un anno e mezzo».
E come lo hai passato questo anno e mezzo?
«Malissimo, credimi. Anche perché avevo iniziato con un film incredibile come Hey Joe. Quindi è stato due volte doloroso: ho avuto un assaggio di quello che può essere questo mestiere, delle esperienze che ti può far vivere, e subito dopo mi sono fermata. È stato come andare in un ristorante stellato e mangiare solamente l’antipasto».
Come hai fatto a superare quel momento?
«All’inizio ho scritto. Era una cosa che volevo fare da tempo, avevo diverse idee. Dopo Hey Joe, ho fatto tantissimi provini. Poi, di colpo, è finito tutto».
Quanto è durato questo periodo di provini?
«Due, tre mesi. Non di più. Io comunque ho provato a darmi da fare. Non ti nascondo che sono quasi finita in depressione... Quando il film è uscito mi sono ripresa. E quando è passata la promozione, sono di nuovo caduta nell’incertezza».
E le cose che stavi scrivendo che fine hanno fatto?
«Le ho abbandonate. Le ho riprese solamente adesso, dopo questo periodo di lavoro intenso».
Durante questo anno e mezzo, hai preso in considerazione la possibilità di cambiare?
«Di smettere di recitare, dici?»
Sì.
«No, mai. Lo so, può suonare un po’ folle come cosa...»
Non ci sono mai stati dubbi?
«No. Ho girato Hey Joe quando avevo 28 anni, e ho studiato veramente per tanto tempo».
Quando ti sei avvicinata per la prima volta a questo mestiere?
«Ho fatto un laboratorio teatrale dai 20 ai 23 anni, e dai 23 ai 26 anni ho frequentato la Scuola del Teatro di Napoli».
Quindi è stata una scelta che hai maturato da grande, da adulta.
«Sì. Prima sono andata all’università. Poi, a un certo punto, non ce l’ho più fatta. Davo gli esami, ma sentivo un’angoscia profonda, come se non stessi facendo quello che volevo davvero fare. La mia illuminazione, il momento cioè in cui ho capito che volevo fare l’attrice per il resto della mia vita, c’è stata durante l’ultimo anno di laboratorio. Ho deciso di congelare gli esami, e mi sono messa a studiare per fare le audizioni nelle varie accademie. Ho provato solo con la Scuola del Teatro di Napoli. E visto che sono entrata, sono andata avanti».
Che cosa ti ha fatto prendere questa scelta?
«Ero in un momento particolare, segnato da una grande creatività. E poi volevo farlo quotidianamente. All’inizio recitare è stato una specie di trauma. E ho pensato che facendolo tutti i giorni, ripetutamente, avrei finito per abituarmi».
Che cosa studiavi all’università?
«Per un anno ho frequentato la facoltà di Scienze politiche in inglese a Roma. Poi sono tornata a Napoli e sono andata all’Orientale, dove prima ho studiato inglese e hindi e successivamente inglese e francese. In quel periodo ho iniziato a studiare anche regia, ma mi sono resa conto che volevo recitare. Ho imparato a conoscere il teatro solo in un secondo momento. Quando ho scoperto l’Elicantropo a Napoli mi sono iscritta».
I tuoi genitori e la tua famiglia come hanno reagito quando hai preso questa decisione?
«Da questo punto di vista, mi rendo conto di essere stata veramente fortunata. E me ne rendo conto parlando con i miei colleghi. Non sono mai stata ostacolata. I miei genitori sono i miei primi fan, e lo sono a prescindere dalle loro preoccupazioni. Quando ci sono stati dei problemi, mi hanno sempre consigliato di andare avanti, magari trovando strade alternative ma mai rinunciando a quello che era il mio obiettivo».
Di che zona di Napoli sei?
«Di Chiaia».
Come hai trovato un equilibrio tra quella che era la tua aspirazione, con la scuola di recitazione, e la tua quotidianità?
«In quel periodo, quando ho cominciato a studiare recitazione, non c’era spazio per altro. Chiedevo sempre agli altri ragazzi e alle altre ragazze della Scuola del Teatro di Napoli come facessero a prepararsi per gli esami universitari. Per me era assolutamente impossibile seguire più cose contemporaneamente: quando tornavo a casa, studiavo quello che serviva per il giorno dopo. Non sono riuscita a trovare un equilibrio tra la scuola, la recitazione e la mia vita personale. Non esisteva altro. Solo d’estate riuscivo a vivere un po’ più liberamente, stando con gli amici e facendo sport. Durante il resto dell’anno, non c’era spazio per altro – lo ripeto. Anche perché quando finivano le lezioni, tornavamo in teatro per vedere uno spettacolo».
Era una costante.
«Sì. Il terzo anno è stato il più bello, e non solo per quello che abbiamo studiato; abbiamo avuto la possibilità di lavorare in modo più approfondito – era il periodo del COVID, e c’era più tempo per concentrarsi su sé stessi. Non potevamo stare tutti in classe, quindi c’erano dei giorni in cui non andavo a scuola, e in quei giorni mi dedicavo ad altro. Ho iniziato a sviluppare un gusto mio, personale, e un’idea di quello che avrei voluto fare».
Qual era il tuo obiettivo?
«Il cinema».
Che cosa ti ricordi del tuo primo incontro con Claudio Giovannesi?
«Che cosa mi ricordo? (ride, ndr) Abbiamo fatto provini per circa sei mesi: da aprile a settembre. La prima cosa che Claudio mi ha chiesto è stata di che zona di Napoli fossi, e io avevo un po’ di paura a dire che ero di Chiaia».
Perché?
«Avevo paura che dicendogli Chiaia non mi avrebbe preso per questo ruolo. Non so dirti, ora, perché. Era una cosa che sentivo. (ride, ndr) Poi c’era la questione dell’inglese. Io lo parlo bene, quasi come l’italiano. Erano fondamentali, però, due cose: il vocabolario e la mia capacità di comprensione, proprio perché dovevo essere pronta a improvvisare. E pensa: io, in quel momento, non sapevo nemmeno che nel film ci fosse James Franco; l’ho scoperto alla fine di agosto, quando ho dovuto fare un provino con lui. Claudio mi ha chiesto di raccontare come avevo fatto ad arrivare a Roma per il nostro incontro, usando un inglese volutamente maccheronico, per evocare in qualche modo il mio personaggio. E poi, dopo un mese, mi hanno richiamato per il primo, vero provino».
Dopo un’esperienza del genere, quanto è stato difficile confrontarsi con la realtà degli altri progetti? Una realtà, immagino, distante da quella di Hey Joe.
«Io sono abbastanza ossessionata dal mio lavoro. Ovviamente ci sono delle cose che mi prendono di più e che riescono ad appassionarmi, e ci sono cose che mi prendono di meno e che non mi appassionano allo stesso modo. Ci sono dei copioni che ti conquistano mentre li stai ancora leggendo. E poi ci sono dei personaggi più densi e stratificati, che non vedi l’ora di poter interpretare».
Però?
«Però non posso fare a meno di cercare la stessa eccitazione che ho provato la prima volta che ho letto il personaggio di Bambi. Quando mi capita di avere dei dubbi, quando mi chiedo come fare ad approcciare un determinato ruolo, significa che è scritto bene. E quando una cosa è scritta bene, significa che ti permette di scegliere strade alternative. Non nego che mi è capitato di pensare di volere un altro personaggio come Bambi. Ma quello che cerco è altro».
Che cosa cerchi?
«L’adrenalina che mi investe quando mi devo misurare con la sfida e la possibilità concreta di non riuscirci. Ecco, è un pensiero che mi accende come attrice».
Ti è capitato di leggere progetti simili a Hey Joe?
«Sì, proprio recentemente. Incrociamo le dita».
Che adolescente eri durante gli anni del liceo?
«Ero un po’ una “soggetta”. (ride, ndr) Vivevo nel mio mondo e avevo cinque amiche. Studiavo, sì, ma non ero una secchiona. Da ragazzina non ho mai fatto follie. Per dirti: non ho mai fatto filone. Sono sempre stata ligia al dovere. Mi sentivo in una gabbia, e poi non mi piacevano né il mio liceo né le persone che lo frequentavano».
Sei rimasta in contatto con le tue amiche?
«Sì, ci sentiamo ancora. Le ho viste ultimamente, quando sono tornata a Napoli. Ognuna di noi ha preso la sua strada. Abbiamo vite e interessi diversi. Non c’entriamo quasi niente l’una con l’altra, però tra di noi c’è un legame profondo, simile a quello che si crea in una famiglia».
Perché hai deciso di trasferirti a Roma?
«Era una cosa che volevo fare da un po’ di tempo. C’era una situazione personale – diciamo così – che mi legava a Napoli, ma quando questa situazione è finita ho deciso di cambiare. Solo adesso, dopo tutti questi mesi di lavoro, mi sto rendendo conto di quanto la vita che facevo l’anno scorso fosse diversa dalla vita che sto facendo oggi. Ci sono stati alcuni cambiamenti enormi. Non so come ho fatto ad affrontarli tutti nello stesso periodo, ma ci sono riuscita».
In che cosa è diversa la vita che stai facendo oggi?
«Roma è terribile per un’introversa come me, però è una cosa che mi sta facendo crescere e aprire tantissimo. A Napoli mi sentivo quasi protetta. Qui, invece, sei in mezzo agli squali e ti devi difendere. (ride, ndr) Devo quasi obbligarmi ad andare agli eventi, alle feste... Io devo sempre essere un po’ costretta a fare le cose. E in queste situazioni mi piaccio. Sto cambiando. Non tantissimo, per carità. Però sto imparando ad affrontare parecchie cose da sola in un’altra città».
Prima perché ti piacevi di meno?
«Per tutto quello che ho passato, ti direi. E per il modo in cui, alcune volte, l’ho affrontato. Ho girato una serie a gennaio dopo aver chiuso il periodo emotivamente più brutto della mia vita. L’anno scorso, probabilmente, non ci sarei riuscita. Adesso sono più combattente, più determinata».
Quanto è difficile tenere fuori dal lavoro la vita privata?
«Sono sempre stata dell’idea che non sia necessario portare le proprie esperienze e il proprio vissuto in una storia e nel personaggio che si interpreta; devi suggestionarti talmente tanto da entrare in quella situazione di profondo disagio che è ritrovarsi nei panni di qualcun altro. Insomma, non devi pensare a te. Quello che succede, ed è un grande dono per un attore, è che durante questi periodi particolarmente intensi e difficili sei più vulnerabile e in contatto con le tue emozioni, e sei disposto a mostrarle. E quindi, paradossalmente, diventa una forza. Non credo che sia stato un caso ottenere tutte queste parti in un momento così complesso per me».
Che effetto ha questa forza sulle singole interpretazioni?
«Arriva sullo schermo, e si vede. Ed è una forza che va ricercata a prescindere dal momento che stiamo vivendo. Un’insegnante di recitazione mi ha detto una cosa verissima; mi ha detto: non possiamo restituire la profondità di un personaggio solo quando stiamo male, o quando stiamo attraversando una situazione simile alla sua. Recitare non è questo. Quella di cui parlo io è una condizione di vulnerabilità che va evocata, anche quando si sta bene».
In che cosa consiste, alla fine, questa vulnerabilità?
«Nell’abbassare qualunque difesa, nel privarsi di qualunque maschera. Essere semplicemente, per quanto assurdo».
Perché una persona introversa decide di recitare?
«È una domanda che mi sono fatta anche io (ride, ndr)».
E che cosa ti sei risposta?
«Guarda, prima mi chiedevi dei miei genitori e di come hanno reagito quando ho fatto questa scelta. Ecco, questa è l’unica cosa che li ha veramente sorpresi. Non se lo aspettavano, proprio per la mia timidezza profonda. È una condizione di disagio, sì, ma è un disagio che serve; tu scompari, nessuno bada più a te, tu stai prestando il tuo corpo e la tua voce a qualcos’altro, e questo ti permette di trovare una distanza con quello che stai facendo. Diventi uno strumento, e diventando uno strumento sei libero. E poi non sono l’unica timida tra gli attori: ce ne sono tantissimi».
Questa distanza di cui mi parlavi prima, tra attore e ruolo interpretato, è sempre chiara? Anche al di fuori del set e del singolo progetto?
«Una difficoltà che incontro spesso è il modo in cui vengo vista, e quindi i ruoli che, secondo chi mi osserva, posso interpretare. I miei tratti e i miei colori vengono associati a un certo tipo di personaggio. E secondo me questa cosa è molto brutta, molto italiana. Si crea un cortocircuito: io non sono assolutamente come sembro».
Che cosa hai capito?
«Che probabilmente non farò mai un personaggio borghese. Nonostante io sia, per molte persone, una sorta di manifesto di quel tipo di vita e di modo di essere».
Hai mai pensato di lavorare all’estero?
«Sì, ci ho pensato. Anzi, ci sto pensando. Però credo che, alla fine, si creerebbe un problema molto simile: mi chiederebbero di fare sempre l’italiana. E non tanto per una questione di tratti, o fisica, ma proprio per una questione di lingua».
Oggi qual è la cosa che ti fa più paura?
«Ho molta paura di non riuscire a ritrovare la stessa eccitazione di Hey Joe, e ho molta paura di fare cose che non mi piacerebbe vedere come spettatrice. Ho molta paura della precarietà».
Se dovessi descrivere l’eccitazione di cui mi hai parlato, come la descriveresti?
«Io mi sono molto emozionata perché Claudio Giovannesi mi ha dato una grande responsabilità; mi ha affidato un personaggio estremamente complesso, e io ero al mio esordio in una parte simile. Ecco, che lui l’abbia data a me, mi ha caricato di aspettative e di intenzioni. Mi sono come ammalata di quel film: non ti nascondo che quando finivamo una giornata tornavo a casa per provare e studiare. Hey Joe aveva preso tutti i miei pensieri. È un’eccitazione che ha a che fare molto con la paura di non fare bene, di essere sempre in bilico. La prima scena tra Bambi e Dean, il personaggio di James Franco, l’abbiamo provata tantissime volte. Ed era questa cosa che mi muoveva e che mi piaceva di più: la possibilità di fare la stessa scena in mille modi diversi».
Questa eccitazione e questa ossessione che hai sentito hanno delle controindicazioni?
«Non lo so, non credo. Perché secondo me l’attore deve studiare tanto. Se un ruolo ti appassiona, significa che stai davvero affrontando il viaggio che serve per fare un buon lavoro. Vuol dire che stai prendendo sul serio il tuo compito. E secondo me o lo fai così o non lo fai. È un mestiere troppo stressante, questo. E incerto. Sei sempre giudicato. Devi avere qualcosa che ti muove, che ti ispira. Fare questo mestiere alla leggera rischia di logorarti. E poi hai talmente poche occasioni che sarebbe un peccato non approfittarne».
Però non c’è sempre la possibilità di girare in questo modo, con quest’attenzione e questo tempo, un film o una serie.
«È vero, e sono poche le occasioni per interpretare personaggi con diversi strati e diversi livelli di lettura. E non c’è sempre il tempo per fare il lavoro che hai in mente, per calarti così tanto in un personaggio. Per questo è importante approfittarne».
Tolte l’eccitazione e l’ossessione, che cosa rimane?
«Questo mestiere ti dà la possibilità di vivere altre vite, anche se per un brevissimo lasso di tempo. Una cosa che mi piace veramente tanto è il pensiero che, come attrice, io possa aiutare l’idea di qualcun altro, non per forza di un regista, a concretizzarsi. Secondo me sta qui la vera essenza del lavoro, non tanto nel risultato finale: l’essenza sta in quello che fai durante le riprese, sul set, nel tentativo di interpretare la visione di un’altra persona».
Se dovessi scegliere un colore per descriverti, quale sceglieresti?
«Blu».
Perché?
«Perché sono sempre triste, e il blu è il colore della tristezza. (ride, ndr) Io sono molto più blu che rossa, ma spesso vengo vista come rossa».
A un certo punto ci si affeziona anche alla tristezza?
«Sì, ne fai una sorta di bandiera».
Con la solitudine che rapporto hai?
«Dipende. La cosa che amo di più al mondo, e Roma in questo è straordinaria, è fare lunghissime passeggiate. Sono una grande camminatrice. Da sola. Perché devo stare alla mia velocità e farmi i fatti miei. È l’unica cosa che mi fa sfogare. E mi piace veramente tanto stare da sola. E mi piace avere i miei ritmi e i miei spazi».
Però?
«Però a volte ho bisogno di parlare con qualcuno, di sentire altre persone. E su questo sono molto fortunata. La cosa difficile è fare i conti con la solitudine nella sua essenza, ma è importante».
Perché è importante?
«In questo modo non usi le persone per coprire un vuoto e ti conosci davvero, non per modo di dire. Ho fatto un esercizio ultimamente, si chiama “private moment”: in poche parole, sei il personaggio quando nessuno lo vede. Ed è importante. Quando nessuno ti vede, non sei performativo, non devi rispondere alle aspettative di qualcuno; devi coltivare un tuo mondo».
Tu che mondo stai coltivando?
«Ho comprato i nunchaku, e per almeno un’ora al giorno faccio esercizi. Mi aiuta a meditare».
Quanto credi di essere cambiata da quando hai cominciato a fare questo lavoro?
«Tantissimo».
In cosa?
«La mia vita adulta, innanzitutto, è iniziata quest’anno. Ed essere adulta vuol dire provare a essere meno chiusa nel mio mondo e meno isolata. È una questione di sopravvivenza. E poi credo di essere diventata più coraggiosa. Non ti voglio dire più spavalda, però sono decisamente più propensa ad andare fino in fondo con le mie decisioni. Prima, forse, ero più passiva: le cose mi capitavano, e io o le accettavo o le rifiutavo. Adesso, invece, sono io che mi vado a cercare questi momenti».
Che cosa significa diventare adulti?
«Non avere il lusso di fermarsi».
E che cosa si prova quando non ci si può fermare?
«Senti l’urgenza bruciante di vivere la tua quotidianità».
Grafica di Manuel Bruno. Foto di Federico D’Onofrio.