di Gianmaria Tammaro
Gli anni al DAMS e quelli a Los Angeles. Il rimpianto per non aver mai fatto domanda al Centro Sperimentale e l’amore profondo per il cinema e i documentari. Le prime storie e i primi incontri. Il Papa, la Cambogia e l’Italia. Girare Mothers per esplorare sé stessa e un’urgenza personale. E poi il rapporto con gli altri mentre si lavora e con il pubblico. La responsabilità di chi racconta storie non sue e la solitudine di chi dirige. La distanza che si deve avere rispetto al tema trattato, e l’importanza dell'istinto. L’intervista.

La cosa più bella dopo le proiezioni di Mothers, mi dice Alice Tomassini, sono i dibattiti. Ci si confronta civilmente, ci si ascolta, e si prova a capire non tanto e non solo la posizione dell’altro quanto l’essenza stessa di ciò di cui si parla. In questo caso specifico, la maternità surrogata. Oltre giusto e sbagliato, oltre le tifoserie. Il cinema torna a essere un collante per le persone, e questo, mi spiega Alice, le piace tantissimo. Stimola la sua curiosità. Mothers, in sala con Wanted Cinema, è nato gradualmente. Prima in Cambogia, poi in Italia. Alice è partita subito, senza pensarci su due volte, senza nemmeno trovare un produttore. Palomar è entrata dopo, durante la seconda parte della lavorazione del film.
L’idea le è venuta perché sentiva un’urgenza: l’urgenza di esplorare il tema della maternità evitando una certa mistica e una certa retorica. È stato l’istinto a guidarla, mi dice Alice. Ed è sempre stato così. Fa questo mestiere da dieci anni, da quando ha diretto Login, il suo primo documentario. Ha raccontato storie diverse, in diverse parti del mondo. E in tutto questo tempo, ammette, il suo amore per il cinema non ha fatto che aumentare. Nonostante le sfide e le difficoltà, nonostante il modo in cui l’industria continua a considerare i documentari. Le chiedo se ha mai pensato di trasferirsi e andare altrove. Mi risponde di no. Casa è Roma. E la differenza, nel suo mestiere, non la fanno banalmente i posti, ma le persone.

Mothers si divide tra l’Italia e la Cambogia, e racconta la storia di diverse donne. È stato difficile trovarle?
«Paradossalmente trovare le donne in Cambogia no, non è stato difficile: è stato abbastanza istintivo. È da dove sono partita. È stato più difficile trovare le donne protagoniste del segmento centrale del film. Io volevo parlare di maternità».
Perché?
«Sono partita da me, da una mia esigenza».
E poi?
«Poi ne ho parlato con un’amica fotografa, Nadia Shira Cohen, ed è stata lei a raccontarmi quello che era successo in Cambogia».
A quel punto che cosa hai fatto?
«C’è stato come un colpo di fulmine: mi è sembrata una storia molto importante, e ho deciso di raccontarla. Sono partita una settimana dopo. Era l’unico modo per poter entrare in contatto con queste donne, per poterle frequentare. C’era il tema della lingua, ovviamente. Nadia mi ha aiutato a trovare una fixer che mi ha fatto anche da interprete e che mi ha suggerito come approcciarmi».
E com’è stato?
«Sorprendente. Perché è stato molto semplice. Mi aspettavo di incontrare delle persone profondamente traumatizzate, con nessuna voglia di raccontare quello che avevano vissuto e provato».
E invece?
«Invece ho trovato delle donne ancora sconvolte, sì, perché non hanno capito che cosa è successo. Ma pronte a parlare. Una di loro mi ha detto: prima eravamo delle vittime, poi siamo diventate delle persone da punire. Non sanno ancora per quale motivo sono state arrestate quando erano incinte e costrette a prendersi cura di figli che biologicamente sono di qualcun altro. È stato straordinario stare lì con loro».
Queste donne hanno visto il documentario?
«L’ho mandato alla fixer, ma è difficile ricevere una risposta immediata e diretta. La fixer mi ha detto che sono state contente di aver potuto raccontare la loro storia. Questo film mi ha permesso di conoscere delle persone pazzesche, costringendomi a mettermi in gioco».
Prima mi hai parlato di una necessità personale.
«Sì».
Che necessità era?
«Sulla maternità e sul suo significato. Volevo capire».
È stato più difficile tenere una distanza rispetto al tema?
«È stato difficilissimo. Ho provato tante emozioni diverse. Sono arrivata a provare anche rabbia. Una cosa che, lavorando a un documentario, non mi era mai capitato di provare. Non in questo modo, almeno. Inizialmente volevo raccontare solo la storia della Cambogia, ma ho avuto tantissimi problemi».
Di che tipo?
«Me ne sono dovuta andare. La fixer mi ha consigliato di lasciare il paese, perché non era più sicuro, e sono tornata in Italia. All’inizio, quando sono partita per la Cambogia, non avevo nemmeno il sostegno di un produttore. Palomar è entrata successivamente. È stato tutto molto veloce. Volevo incontrare l’unico genitore biologico raggiungibile di questa storia. Perché per me era uno dei temi più importanti: come hanno reagito i genitori biologici quando la Cambogia ha dichiarato illegale la maternità surrogata e ha arrestato queste donne, tagliando di fatto qualunque ponte esterno».
Non ci sei riuscita?
«L’unico di cui avevo il nome è un uomo cinese che si trova in carcere, e che perciò è stato impossibile da incontrare. Ho scritto a chiunque, anche al suo avvocato. E a un certo punto, come ti dicevo, mi hanno consigliato di lasciare il paese».
Quando hai deciso di spostare l’attenzione del racconto sull’Italia?
«Quando lo sceneggiatore con cui stavo collaborando, Vincenzo Scuccimarra, mi ha detto che in Italia stava per passare una legge sulla maternità surrogata che la classificava come reato universale. I punti di contatto con la storia della Cambogia erano tantissimi, e casualmente ho conosciuto Lia. Lei è stato il mio secondo incontro. Ho girato prima la parte in Cambogia, poi quella su di lei e solo alla fine la parte centrale con le altre madri intenzionali. Ho cominciato a seguire una serie di manifestazioni che si tenevano a Roma, ed è lì che ho incontrato Lia».
Chi è Lia?
«Una ragazza meravigliosa, “figlia del reato”. Per me lei rappresenta la speranza».
Faccio un passo indietro e ti chiedo: come si trova una distanza rispetto al tema trattato in un documentario?
«Non so se c’è una risposta assoluta. Il tempo ti aiuta sicuramente, ma secondo me non deve esserci troppa distanza. Almeno, non mi pare che ci sia stata durante la lavorazione di Mothers. La forza, all’inizio, me l’ha data proprio la vicinanza a questo tema e a queste donne. Ho pianto mentre parlavo con loro. Dopo mesi che ci frequentavamo e che parlavamo, ho avuto come un crollo. Una cosa che non mi era mai successa prima. Di solito riesco sempre a mantenere una certa lucidità. Forse una vera distanza l’ho trovata al montaggio, insieme a Julien Panzarasa. Siamo riusciti a bilanciare tre storie che hanno dei punti di contatto ma che, sostanzialmente, sono diverse».
Perché hai deciso di girare documentari?
«È successo. Tutto è iniziato con il mio primo film, Login. Il giorno in cui l’Italia scoprì Internet, uscito dieci anni fa. Solo successivamente ho capito che mi piaceva, che per me è la cosa più bella del mondo. Ogni volta che giro un documentario imparo qualcosa su di me e sugli altri. Ho vissuto tante vite grazie a questo lavoro, e ho trovato il mio linguaggio».
Quante cose sono cambiate in questi dieci anni?
«Non te lo so dire, onestamente. Forse sono cambiata io. Perché ho fatto tantissimi incontri. Ed è cambiato il mio rapporto con questo linguaggio».
Che persona pensi di essere diventata?
«Sicuramente sono più innamorata di questo lavoro».
Le tante sfide e i tanti problemi non ti hanno mai fatto venire dei dubbi?
«Ogni cosa finisce per avere un effetto su di te. Per plasmarti. Dopo un film, mi riscopro innamorata, come ti dicevo, e fortunata a fare questo mestiere. I dubbi sono solo una parte di qualcosa di più grande, e non sono decisivi».
Che tipo di responsabilità si sente raccontando le storie degli altri?
«È una responsabilità enorme. Con Mothers, ne ho sentita una quasi impossibile da contenere. Mi sono ritrovata a raccontare le storie di donne che hanno vissuto e che vivono ancora tanto, che hanno una loro fragilità, compresa Lia, e che non solo vanno ascoltate ma anche protette in qualche modo. Ho dovuto attraversare tantissima sofferenza e tantissimo dolore, e la mia paura più grande è sempre stata una».
Quale?
«Permettere a tutte queste persone di potersi riconoscere. È una cosa che fa paura, credimi».
Che cosa ti ha aiutato?
«Quell’urgenza di cui ti parlavo prima».
Ed è andata bene?
«È andata bene: tutti, alla fine, si sono sentiti soddisfatti, felici anzi, per il modo in cui abbiamo raccontato loro e la loro storia. E per me è stato importante».
Come ci si sente davanti a questa consapevolezza?
«Ti riempie di orgoglio. Perché significa che sei riuscita ad ascoltare delle persone che, prima di Mothers, non sono mai state ascoltate. Tanto in Cambogia quanto in Italia. Grazie al film, hanno avuto la possibilità di parlare. E secondo me è questo il compito del cinema del reale, alla fine: dare voce a chi una voce, spesso, non ce l’ha».
Quando si passa così tanto tempo con delle persone e con la loro storia, si riesce, una volta finito il film, ad andare velocemente avanti?
«Ti rimane dentro. Io non riesco a separarmi dalle persone che racconto. Mi capita spesso di continuare a frequentarle. Poi la vita fa i suoi giri, lo sappiamo, e c’è la possibilità di perdersi di vista, ma da parte mia c’è sempre l'intenzione di non passare immediatamente oltre».
Ed è una risorsa o un limite?
«Secondo me è una risorsa; finisce per arricchirti tantissimo. Quando parlo di fortuna, mi riferisco anche a questo. Nella tua vita entrano persone e storie lontanissime da te».
C’è mai il rischio di passare dalla passione per qualcosa a un’ossessione che mette in discussione anche gli equilibri personali?
«All’inizio, spesso, c’è proprio l’ossessione. Non tanto la passione. C’è un’idea, una scintilla, che cresce dentro di te e che devi imparare a gestire. Le mie due sfere, quella personale e quella professionale, sono estremamente intrecciate. Non c’è una vera distanza».
Senti di avere una responsabilità anche nei confronti del pubblico? Pensi mai a che cosa, davanti a una determinata storia, potranno pensare gli spettatori?
«No, non è una cosa su cui rifletto particolarmente. Sento l’urgenza di raccontare qualcosa, e vado. L’abbraccio. E cerco di trovare delle persone che possano aiutarmi. Su questo film Palomar è stata fondamentale; Carlo Degli Esposti è stato molto coraggioso nel dirmi subito di sì. Riguardare un film con il pubblico, però, è una cosa che mi fa immensamente piacere. Vedere le persone incuriosite, che ne vogliono sapere di più, conferma che la mia urgenza non era solo mia, ma condivisa. Per questo è importante che film come questo possano andare in giro».
Quanto è difficile trovare produttori come Carlo Degli Esposti?
«Molto. Anche perché ho avuto molta libertà. Ha creduto in me e in questo film, e mi ha lasciato raccontare la storia che avevo in mente. E poi ha trovato due distributori come Wanted Cinema e Vision, che si occuperà delle vendite internazionali».
Che cosa ricordi dell’incontro con Papa Francesco?
«Il mio silenzio. (ride, ndr) Non ho detto una parola. Ero così emozionata che non sono riuscita a dire niente. Ti aspettavi qualcosa di meglio?»
Il Papa non ti ha detto niente?
«Guarda, appena è entrato in sala, mi sono chiusa a riccio in me stessa. Però è stato un bellissimo incontro».
Anche nel caso di Churchbook sei partita da un’esigenza personale? Magari, non so, dalla fede: tu credi in Dio?
«No, non c’entra la fede. La mia era una curiosità. Volevo capire che cosa significa per il Papa comunicare attraverso i social network».
Tu credi in Dio?
«Ah, me lo chiedi di nuovo... (ride, ndr)»
È una risposta che mi interessa.
«Perché ti interessa così tanto?»
Per capire.
«Tu credi in Dio?»
Onestamente no, sono ateo. Se vuoi, possiamo evitare di parlarne.
«Preferisco evitare, sì».
Un documentario richiede anni di lavoro. Come si fa a capire che la storia che si sta raccontando è la storia giusta, quella che merita un investimento del genere?
«Lo senti, secondo me. Lo senti che è la storia giusta per te, e che è la storia giusta per le persone che stai raccontando. Ci sono dei momenti in cui è fondamentale il gruppo con cui lavori, dallo sceneggiatore al produttore. È un percorso molto lungo, ed è fondamentale non essere soli. Lo senti dentro; senti quest’urgenza che chiama».
Il lavoro del regista è un lavoro solitario?
«Lo è all’inizio. E all’inizio è tutto istinto e urgenza di parlare di qualcosa. Poi, però, quando la squadra si forma, quando metti insieme le persone, diventa fondamentale la condivisione e il lavoro solitario si trasforma in un lavoro di squadra».
Succede mai di cambiare idea durante la lavorazione di un film?
«Su che cosa?»
Sulla storia che stai raccontando.
«Certo, in un modo o nell’altro capita di continuo. Inizialmente non conosci davvero il tema; lo hai studiato, anche approfondito, ma non l’hai mai toccato con mano. E la stessa cosa vale per le persone che stai raccontando: quando cominci a girare, non sai chi sono. Con il tempo, impari ad ascoltare gli altri. E questo puoi farlo, secondo me, solo se non ti aggrappi con tutto te stesso alle tue convinzioni e a quel poco che credi di conoscere».
Che cos’è che conta?
«Restare aperti. Faccio sempre l’esempio di Dear mama, un documentario che ho fatto sulle adozioni fallimentari. Quando ho iniziato a lavorarci, ero pronta a giudicare queste persone che riportavano i bambini nelle case famiglia. E invece sono stati proprio i ragazzi che mi hanno insegnato la verità. La loro verità».
E qual è, questa verità?
«Che non vogliono altro che essere amati. Che non vogliono giudicare nessuno né essere giudicati. È un’idea che ha finito per ribaltare completamente il punto di vista sulla storia».
Testa o pancia?
«Pancia. La testa ti aiuta, sì, ma parte tutto da lì, dalla pancia. Altrimenti non ce la faresti. I tempi sono veramente lunghi; il lavoro è difficile. E delle volte sembra quasi che il film non prenda mai forma. La testa arriva dopo, arriva nella fase di montaggio».
Ed è così anche nella vita?
«Non lo so... (ride, ndr)»
Sei più istintiva o razionale?
«Istintiva, sì. Forse mi muovo nello stesso modo. Forse, nel lavoro riporto quella che sono nella vita».
Chi è la prima persona a cui fai vedere i tuoi film quando sono finiti?
«Non è una persona, ma sono due persone. La prima è il mio compagno, con cui condivido tantissimo il mio lavoro; mi supporta in tutte le fasi. L’altra persona è mio padre. La proiezione con lui sul divano di casa è un momento importante, imprescindibile».
E sono critici clementi o senza pietà?
«Mio padre è sempre gentile. Il mio compagno, invece, è più onesto. Ci confrontiamo spesso sulle storie che racconto».
Com’eri da adolescente?
«Un disastro! (ride, ndr) Ho fatto impazzire i miei genitori. Ero irrequieta, non mi fermavo mai».
Sei figlia unica?
«Ho una sorella e un fratello, entrambi più piccoli».
Che tipo di responsabilità è la responsabilità della sorella maggiore?
«Volente o nolente, sei un punto di riferimento. Devi esserci. Devi ascoltare».
Viaggiando molto, hai trovato una casa, un posto dove ti piace tornare ed essere, o non ne senti la necessità?
«Mi piace tornare a casa mia. E ogni volta che rientro da un viaggio, mi sento bene. Perché mi sento esattamente al mio posto».
Qual è stato il periodo più lungo che hai passato lontano da casa?
«Il periodo che ho vissuto a Los Angeles. Due anni. Lavoravo come ricercatrice alla UCLA (Università della California di Los Angeles, ndr). E poi il periodo che ho passato a Ginevra».
Che studi hai fatto?
«Ho studiato al DAMS, a Roma. E poi ho fatto l’accademia di cinema che si trova di fronte al Centro Sperimentale».
Hai mai provato a entrare al Centro Sperimentale?
«No, mai. (ride, ndr) Ed è, forse, il mio più grande rimpianto. Due anni fa ho fatto una lezione al Centro Sperimentale sul cinema del reale ed è stata la prima cosa che ho detto ai ragazzi e alle ragazze presenti: non ho mai avuto il coraggio per fare domanda. Poi ho preso la specialistica in Lettere e filosofia, indirizzo Cinema, e sono andata a Los Angeles».
E com’è stato?
«Bellissimo».
Hai mai pensato di trasferirti?
«No, mai. Quando sono andata a Los Angeles avevo 24 anni, e sono rimasta folgorata. Ma ora no, non vorrei vivere negli Stati Uniti. Mi piace stare a Roma».
Il documentario, in Italia, come sta?
«Si fa sempre una grande fatica».
Secondo te perché?
«Non so dirti perché. Forse sono i pregiudizi, forse una visione limitata del mercato. È sempre stato così, fin da quando ho iniziato».
E questo non ti fa pensare di andartene? Magari in un paese dove il documentario viene valorizzato.
«Onestamente penso che sia importante continuare a farlo qui, a insistere».
Per Mothers, mi dicevi all’inizio, sei partita da una tua esigenza. Alla fine delle riprese, ora che il film è in sala, hai trovato una risposta alla tua esigenza?
«Sì, credo di sì. Mi sento decisamente più consapevole. E mi sento anche trasformata».
Trasformata in che modo?
«In positivo. Sono entrata dentro quello che era il mio punto di partenza: parlare di maternità. E credo di averla capita meglio. Anche perché, spesso, si parla di maternità solo in un certo modo, abbastanza superficiale, senza comprenderne appieno la complessità e le tante sfide. Volevo andare oltre, più a fondo. E penso di esserci riuscita».
Il merito di chi è?
«Delle persone che ho incontrato. È stato un viaggio che mi ha dato tanto, un viaggio a suo modo doloroso. Spero che tante persone possano guardare Mothers. Abbiamo bisogno di discutere di maternità surrogata. La legge è stata approvata, e quasi non se ne parla più. Ci sono famiglie che vivono nella paura più totale. L’urgenza che denuncia Mothers non è andata via».
Il tuo è un mestiere terapeutico?
«Molto spesso penso di sì».
Non rischia mai di aumentare i dubbi?
«Sì, certo. Ma anche quello fa parte della terapia. Anzi, non dà quasi mai delle risposte. Aumentando i dubbi, puoi guardare delle sfumature che altrimenti non coglieresti».
Qual è il primo ricordo che ti viene in mente?
«Il mare».
Sei cresciuta vicino al mare?
«Sì. Sono nata a Roma, ma sono cresciuta ad Anzio».
E ti manca il mare?
«Ci torno appena posso. Non mi manca davvero. Il mare è un elemento che mi appartiene tantissimo».
Qual è la prossima storia?
«È bellissima. È una storia che mi ha portato lontano, per tanto tempo. Non posso dirti troppo, ma è stata un’altra grande sorpresa per me».
I film sono un po’ come i figli?
«Non ho figli, quindi non te lo so dire».
Si prova mai una certa gelosia nei confronti dei propri film?
«Gelosia no, anche perché non è un lavoro solo mio. Parte da me, sì. Ma poi diventa un lavoro di gruppo».
E che cosa succede quando si lavora in gruppo?
«Arriva la condivisione. E la condivisione, se sincera, spazza via qualunque forma di gelosia».
Foto di Dirk Vogel. Grafica di Manuel Bruno.