di Gianmaria Tammaro
L’esordio in teatro con la prima regia, il rapporto con i suoi genitori, l’importanza di fare quello che le piace. La differenza tra essere visti e lasciarsi guardare. I ricordi dell’infanzia e il giudizio degli altri. La solitudine dell’attore e il lavoro di squadra di uno spettacolo. E poi le cose che bastano, il colore preferito, le ombre che non sembrano andare mai via. L’intervista.

In un certo senso, Emma Quartullo sente di aver sempre voluto fare la regista. Un altro passo ha segnato il suo esordio, è vero, ma già quando era piccola, con i suoi amici, si divertiva a mettere in scena degli spettacoli. Dice che si divertiva, che le piaceva quella dimensione di gioco e sospensione. Crescendo, ha imparato a fare i conti con sé stessa e con gli altri. Mi spiega che c’è una differenza enorme tra essere visti e lasciare che le persone ci guardino. Nel primo caso non siamo coinvolti in modo attivo: siamo come illuminati da un riflettore, e tutto quello che possiamo fare è subire lo sguardo altrui. Nel secondo caso, al contrario, è possibile creare un canale tra noi e gli altri: un canale fatto di condivisione e partecipazione.
Quando le chiedo della solitudine della regia, mi dice che non si è mai sentita lontana dai colleghi, dagli attori e dalle persone con cui ha lavorato. Mi dice che si sente più sola quando recita. Perché gli attori vanno in scena e devono fare i conti con il singolo momento mentre succede. Buona la prima, non si torna indietro. Ci vuole coraggio, mi ripete. I suoi genitori, Elena Sofia Ricci e Pino Quartullo, l’hanno sempre sostenuta e aiutata. Le hanno dato due consigli fondamentali. Il primo: cerca di fare quello che ti fa stare bene. Il secondo: impegnati per farlo al meglio. Oggi, dice Emma, non ha bisogno di niente. Quello che ha le basta, e non è poco.

Come è nata l’idea di Un altro passo?
«È nata dall’esigenza della Fondazione IncontroDonna di realizzare uno spettacolo che non fosse semplicemente un evento divulgativo, ma che avesse in sé elementi artistici e di intrattenimento, utili per sensibilizzare il pubblico su un aspetto importante che riguarda l’oncologia».
Quale?
«Che non ci troviamo più nella stessa condizione di qualche tempo fa, rispetto alla cura per il cancro. La ricerca e la medicina hanno fatto dei passi in avanti, alcuni fondamentali. L’idea della Fondazione è partita da un concetto preciso, “tailoring”. Significa lavorare a trattamenti specifici, cuciti su misura in un certo senso, per i pazienti».
Questo è stato il tuo esordio alla regia di uno spettacolo teatrale.
«Sì, esatto. Lavoro da diverso tempo in teatro: ho lavorato e lavoro come attrice, lavoro come curatrice, e sono direttrice artistica di un progetto che si chiama BeiRicordi. In un certo senso, credo di aver fatto il percorso inverso rispetto a quello che si fa di solito».
In che senso?
«Di solito si parte dalla compagnia e poi si costruisce un’associazione e si comincia a lavorare alla curatela di qualche progetto. Io, invece, ho fatto l’esatto opposto».
Che tipo di esperienza è stata quella della regia?
«Era una cosa che volevo fare, non lo nascondo. Spesso mi sono sentita dire che avrei dovuto dirigere qualcosa. All’inizio, non conoscendo questo ruolo, non riuscivo a capire perché. Con il senno di poi, riflettendo sul mio passato e sulla mia infanzia, ho notato un certo schema nelle cose che facevo, anche nei giochi. Mi ricordo che con gli amici organizzavo degli spettacolini, e già mi occupavo della regia. Negli ultimi anni ho fatto diversi esperimenti, ma questa, per Un altro passo, è la mia prima vera regia. È una cosa che mi piace tantissimo, che mi diverte».
Tu che obiettivo ti sei data?
«Quella di essere il più possibile onesta con ogni decisione che prendo».
Come hai scelto le protagoniste dello spettacolo?
«Sono tutte interpreti preziose e bravissime, delle vere professioniste. E per me è importante anche l’aspetto umano. Provo sempre a circondarmi di persone pure, perbene. Quando si lavora con attori del genere, si lavora bene. Silvia Ignoto è un’amica, collaboriamo da anni. Michela De Rossi, invece, non la conoscevo personalmente, però è stata la prima che mi è venuta in mente per il ruolo della protagonista. Laura Mazzi l’ho conosciuta studiando. E oltre a essere un’attrice fenomenale, ha questa capacità incredibile, quasi curativa, di farti stare bene e metterti a tuo agio».
Che dinamica si crea con gli attori?
«Per Un altro passo si è creato un bellissimo rapporto. C’era un cast tutto al femminile, e quindi si è instaurata una dinamica particolare. Stare tra donne è molto divertente, c’è una libertà diversa. Per carità: si lavora bene anche con gli uomini, ma questo è stato un caso particolare».
In teatro, un regista deve affidarsi completamente ai suoi attori.
«È fondamentale strutturare il lavoro in modo preciso. Quando gli attori vanno in scena devono dare tutto. Devono divertirsi, e devono restituire quello che hanno imparato. Si parte dal testo, ma all’interno della cornice del testo bisogna essere puntuali».
È difficile lavorare insieme se si crea un clima di confidenza?
«Dipende dalle persone. In alcuni casi essere amici può rivelarsi estremamente controproducente; in altri, invece, può essere molto funzionale».
In questo caso?
«In questo caso mi sono trovata benissimo sia con Silvia, che conosco da diverso tempo, che con le altre attrici, con cui ho meno confidenza».
Qual è la cosa più importante?
«Non la conoscenza o meno, ma il tipo di rapporto che si crea con la singola persona».
Come sta, oggi, il teatro?
«Per quella che è la mia percezione, mi pare che ci sia stata una sorta di rinascita. Se andiamo a vedere le statistiche e i numeri, però, ci rendiamo conto che il teatro è frequentato principalmente da chi lo fa».
E questo che cosa significa?
«Significa che arriva poco al resto del pubblico. Quello che mi piacerebbe fare è proprio questo: intercettare le nuove generazioni e riuscire a coinvolgere nuovi spettatori. Secondo me resiste un po’ un’idea vecchia, di esclusività, con un linguaggio non proprio attuale. Il teatro rimane uno spazio in cui qualcuno si può esibire e qualcun altro può guardarlo. E all’interno di questo schema, può succedere di tutto. Bisogna sperimentare».
Che cosa serve per entrare in contatto con le nuove generazioni?
«Al di là della bravura, del talento, della spinta innovatrice e della tradizione dei classici, credo che sia fondamentale l’onestà: se si è onesti si riesce ad arrivare; se non si è onesti, non si arriva a nessuno».
Da che cosa è nato il desiderio di fare questo lavoro? Prima mi dicevi che già da bambina, con gli amici, mettevi in piedi dei piccoli spettacoli.
«Forse è partito tutto dalla voglia di emulare chi mi stava intorno. Probabilmente, se non fossi nata in una famiglia come la mia, oggi non farei questo lavoro. Credo molto nell’importanza del contesto per la crescita di un bambino. Allo stesso tempo, però, serve anche altro».
Per esempio?
«A me interessano le persone, e mi interessa il rapporto con loro. Mi piace la psicologia, e mi avrebbe fatto molto piacere insegnare... Quello che voglio fare è riuscire a trasmettere agli altri quello che provo e che so».
Che adolescente sei stata?
«Molto solare. E molto casinista. Sono una che ama le feste, sono vivace. Mi piace ballare, mi piace uscire. E al liceo andavo decisamente in quella direzione. (ride, ndr) Mi pesava studiare, questo sì. Ma per il resto sono stata bene. La mia crescita vera e propria è avvenuta negli anni successivi, quando ho iniziato l’università».
A quel punto che cosa è successo?
«Ho cominciato a interrogarmi di più, e interrogandomi di più ha preso forma la mia identità, la persona che sono oggi».
Quando hai capito di essere un’attrice?
«Dopo il liceo ci sono stati degli anni in cui, credimi, non sapevo che cosa fare della mia vita. C’erano molti punti interrogativi davanti a me. Molti dubbi, molte insicurezze. Facevo tantissimi incubi».
Che cosa sognavi?
«Di andare in scena, di fare questo lavoro. Ed è stato in quel momento che qualcosa, dentro di me, si è acceso. Come una lampadina».
E hai capito.
«E ho capito, sì. La mia coscienza mi stava parlando. Ho preso coraggio e ci ho provato, e dopo tanti anni di difficoltà, perché è stato anche difficile, ora mi sento un po’ più libera. Le cose vanno meglio. Ogni giorno che passa, mi riconosco sempre di più nel mio lavoro».
«Mi sento un po’ più libera», hai detto. Come descriveresti questa libertà?
«Non provo più quella paura di sentirmi giudicata quando faccio qualcosa. O almeno, non è più una paura così pressante. Non sono più vincolata a quell’impulso che, prima o poi, sentiamo tutti di piacere agli altri prima ancora che a noi stessi».
Come vivi le pause e i lunghi periodi di sospensione tra un lavoro e l’altro?
«Bisogna imparare a convivere con l’incertezza. Io ho avuto la fortuna di passare tanto tempo senza lavoro. E questa cosa, questa incertezza costante, mi ha aiutato. Mi ha fatto capire una cosa fondamentale: che è importante ricordare sempre sia quello che si ha che quello che non si ha. Quando si lavora, bisogna tenere a mente che non è una cosa facile, che non c’è nessuna sicurezza. E quando non si lavora, serve ricordare che non tutto dura per sempre, nemmeno le pause».
Rispetto al lavoro, che tipo di rapporto si è creato con i tuoi genitori?
«Sono sempre stati presenti, sempre. Mi hanno ascoltato, e hanno provato a mettersi nei miei panni, a capirmi. Specie per quanto riguarda le mie insicurezze e le mie paure».
C’è stato un consiglio che ti hanno dato e che si è rivelato essere particolarmente utile?
«Mi hanno sempre ripetuto di fare qualcosa che mi facesse stare bene, e mi hanno anche detto di impegnarmi al massimo nel farlo».
Talento o esperienza?
«Talento, esperienza e botta di fortuna».
A volte la fortuna diventa fondamentale?
«La fortuna è fondamentale. Ci vuole».
Non siamo noi a crearci le occasioni?
«Quello, infatti, è il talento. La fortuna da sola non basta. Il talento e l’esperienza servono ad aumentare le tue possibilità, a renderle più concrete».
Arriva un momento in cui ci si abitua all’agitazione che si prova prima di andare in scena?
«Personalmente non credo. O almeno, per ora non mi ci sono abituata. Io sto ancora iniziando; sono costantemente mangiata viva dall’ansia. L’unica cosa che mi calma è vedere le altre persone: quelle che lavorano con me e quelle che, poi, vengono ad assistere ai lavori che facciamo».
Perché ti calma?
«Se sono felici, se stanno bene, riesco a beneficiarne anche io».
L’agitazione che fine fa?
«Si trasforma. Diventa gratitudine, contentezza, energia. Spesso anche calma».
L’ansia e la paura possono essere un motore creativo?
«Assolutamente sì. A me sta molto a cuore che il pubblico stia bene; e per far stare bene il pubblico, è fondamentale avere il controllo di ogni aspetto. Dall’incertezza si imparano molte cose, è necessario imparare a conviverci».
Quanto contano gli errori?
«Molto».
Qual è stato l’errore più importante che hai fatto?
«Ne ho fatti così tanti... (ride, ndr) L’errore più grande che ho fatto è stato sicuramente quello di non darmi abbastanza spazio, all’inizio del mio percorso di studi e lavorativo, per sbagliare. Suona paradossale, lo so, ma mi sono come bloccata. Non sono riuscita a portare avanti le mie scelte, perché non volevo fallire. Non accettavo l’idea. E finivo per auto sabotarmi».
Come si capisce che l’errore fa parte della natura delle cose?
«Solo con l’esperienza, secondo me. È l’esperienza che ci aiuta ad accettarci per quello che siamo, senza pretendere di essere di più».
Chi è il critico più feroce, noi stessi o gli altri?
«Ti direi noi stessi. Se sei tranquillo con te stesso, non ti interessa granché quello che pensano gli altri».
Succede mai di essere completamente soddisfatti?
«Io sono esigentissima con me stessa. Mi faccio mille paranoie su tutto. La notte rimango sveglia e mi tormento sui dettagli, su elementi minuscoli. Però riesco anche a dirmi di essere contenta e fiera di una cosa che ho fatto».
Che tipo di responsabilità è la responsabilità della regia?
«Il regista mette insieme ogni cosa, è centrale. E allo stesso tempo è esterno: riesce a guardare la scena, gli attori e tutto il resto da un altro punto di vista. E poi secondo me il regista deve fare un grande lavoro psicologico con le varie persone che partecipano a un progetto: deve sapere chi ha davanti. Per ottenere il risultato migliore, è indispensabile saper ascoltare».
Ci si sente soli, ad ascoltare tutti?
«Onestamente non ho mai pensato che il regista fosse una persona sola. Il teatro rimane un lavoro di squadra, e il regista per quanto mi riguarda non è mai solo».
E invece all’attore può capitare un momento di solitudine?
«Secondo me sì. Chiaramente ti parlo della mia esperienza personale, ma mi è capitato di sentirmi molto più sola come attrice che come regista».
E che tipo di solitudine è quella?
«L’attore è più esposto. Il regista non è sul palco, non viene osservato dal pubblico. Il pubblico guarda l’attore, e tutto, durante una scena, dipende da lui. Gli attori sono molto coraggiosi».
Anche tu hai questo coraggio?
«Il mio, forse, è un coraggio diverso. Ma dipende. Quando recito, mi espongo. Ed esponendomi non mi limito a dare qualcosa, ma anche a riceverlo. Quindi il coraggio viene compensato. Quello che provo sempre a fare, sia come attrice che come regista, è di non farmi vedere dagli altri, ma di lasciarmi guardare».
Che differenza c’è?
«Gli altri, quando ti vedono, ti vedono e basta. C’è un riflettore acceso su di te. Tu non partecipi attivamente a questa cosa. Al contrario, quando ti lasci guardare, lo cerchi; sei coinvolta. E si apre un canale molto più onesto e diretto con lo spettatore. La connessione che si crea è decisamente più intima».
Qual è il tuo primo ricordo?
«È un ricordo di mia nonna, con cui avevo un rapporto splendido, viscerale. Eravamo in spiaggia, più o meno durante il tramonto; mi ricordo le nostre ombre, che si allungavano sulla spiaggia. E mi ricordo che mia nonna mi spiegava proprio questa cosa, perché la mia ombra fosse improvvisamente più lunga».
Ti è capitato di fissare le ombre ultimamente?
«Guarda, negli ultimi dieci anni non ho fatto altro. (ride, ndr) E mi riferisco sia alle ombre fisiche che a quelle interiori».
La luce dove sta, quando ci sono così tante ombre?
«La luce c’è sempre; basta cercarla. Certo, non è né così facile né così immediato. A volte dipende. A volte, anzi, cercarla è un’impresa. Però la luce c’è. Vive ovunque, anche nelle piccole cose».
Qual è il tuo colore preferito?
«Mi rappresentano moltissimo i colori caldi, in particolare il rosso».
Di che cosa senti di avere bisogno in questo momento?
«Mi sento appagata, e non è poco quello che ho. Ora come ora non credo di aver bisogno di altro».
Foto di Elena Prosdocimo. Grafica di Manuel Bruno.
Un altro passo è uno spettacolo teatrale promosso dalla Fondazione IncontraDonna, realizzato in collaborazione con Stefano Dominella e Guillermo Mariotto. Scritto da Filippo Maria Macchiusi e diretto da Emma Quartullo, con il contributo scientifico di Giovanni Carrada. Con Michela De Rossi, Silvia Ignoto e Laura Mazzi, e con Elisa Cantonetti, Chiara Costa, Maria Mainetti, Jasmine Ciocoi, Martina Coletto, Giorgia Elena Cubilete, Giuseppe d’Elia, Letizia Fontana, Elisa Maretti, Elena Pangallozzi, Elisa Pattuglia, Erica Piazza, Lorenzo Scarcelli e Violetta Tripolnikova. Costumi: Guillermo Mariotto ed Emiliano Marinelli. Produzione esecutiva a cura di Anomalia Media e BeiRicordi Teatro. Assistente alla regia: Martina Bruschi. Progetto luci: Federica Spada. Progetto sonoro e musiche: Gabriele Gallo. Trucco: Elisabetta Emidi. Acconciature: Eleonora Migliaccio.