di Gianmaria Tammaro
Gli anni dell’accademia a Modena, la decisione di fare l’attrice, il corso estivo a Londra. L’incontro con i the Jackal e l’esperienza di Pesci piccoli. E poi l’esordio in teatro e il momento in cui, finalmente, si è sentita una professionista. Il divorzio dei suoi genitori e la consapevolezza raggiunta a dodici anni. Quello di cui ha più bisogno e l’importanza delle persone più che dei luoghi. L’intervista.

Martina Tinnirello ha lasciato Torino a ventitré anni. Si è spostata prima a Modena e poi a Roma. Ultimamente va spesso a Napoli per il suo lavoro con i the Jackal. Dopo essersi laureata in Scienze della comunicazione, ha deciso di impegnarsi al massimo per diventare un’attrice: ha preso parte a corsi propedeutici in giro per l’Europa, da Londra al Belgio, e poi si è preparata per i provini nelle varie accademie italiane. È stata presa in quella dell’Emilia Romagna, e per tre anni e mezzo ha vissuto a Modena, dove ha dovuto trovare un altro equilibrio con i suoi compagni di corso. Il suo esordio come attrice c’è stato in teatro, in una piccola produzione indipendente. In quel momento si è sentita una professionista, perché le sono stati proposti un ruolo e un contratto.
Pesci piccoli, la serie dei the Jackal, è arrivata dopo due anni di profonda incertezza a Roma. Ha fatto un self tape, e grazie ai due casting director, Massimiliano Pacifico e Adele Gallo, ha ottenuto un incontro con Francesco Ebbasta, il regista dei the Jackal. Prima di allora, Martina non sapeva niente: né come ci si muove su un set né il linguaggio tecnico. Veniva dal teatro, e il teatro, per lei, è sempre stata la prima casa. Crescendo, ha dovuto fare rapidamente i conti con le responsabilità dell’età adulta: quando aveva dodici anni, i suoi genitori hanno divorziato, catapultandola in una dimensione fatta di consapevolezza. Oggi, dice, la cosa più importante per lei è non perdere l’entusiasmo. Perché è l’entusiasmo, per quanto breve, per quanto momentaneo, a fare la differenza.

Visto che sei spesso a Napoli, perché non ti sei trasferita?
«Guarda, fare Roma-Napoli in treno è la cosa più semplice. È stato difficile l’anno scorso, quando dovevo essere in ufficio tre giorni a settimana: non aveva senso fare la pendolare, e quindi ho preso casa a Napoli. Però, credimi, pago pochissimo qui a Roma: non me ne voglio andare. Ogni volta che sento i racconti dell’orrore sul mercato immobiliare, mi convinco sempre di più che sto facendo bene a tenere questa stanza. E poi Roma mi piace molto».
Quando hai lasciato per la prima volta Torino?
«A ventitré anni».
Per studiare recitazione?
«Prima mi sono laureata in Scienze della comunicazione. Volevo il pezzo di carta. Poi ho cominciato a fare i provini in tutta Italia nelle varie accademie e scuole. Ci ho provato per due anni. Alla fine sono stata presa alla scuola dell’ERT (Emilia Romagna Teatro, ndr). E così, a ventitré anni, mi sono trasferita a Modena. Ci ho vissuto per tre anni e mezzo. Dopo Torino e Modena, a Roma mi trovo veramente bene».
A Modena no?
«Non voglio inimicarmi i modenesi... Diciamo che è una città per famiglie, e io ancora non ho una famiglia».
È una città piccola?
«Sì, abbastanza. Ma è una città molto interessante, universitaria; il punto è che ci sono poche scelte… Io e i miei compagni di accademia abbiamo vissuto questi tre anni come se ci trovassimo ne Il signore delle mosche».
Addirittura, è andata così male?
«Tra inciuci, piccoli flirt... Ci abbiamo provato, credimi, ma finivamo sempre nella stessa minestra».
Quindi ti sei trasferita a Roma.
«Sì. Quando finisci una scuola di recitazione, la scelta è sempre la stessa: Milano o Roma. Al massimo si torna a casa, per cominciare un progetto proprio, una compagnia indipendente, cosa che, per non farmi mancare niente, ho fatto anche io».
Come si chiama la compagnia?
«Firmamento Collettivo».
Perché la scelta è tra Roma e Milano?
«A Roma, di solito, si va per sfondare nel cinema. A Milano, invece, si va per sfondare nel teatro».
Il tuo esordio come attrice c’è stato in teatro.
«Sì».
Come si chiamava lo spettacolo?
«Love Date di Luca Zilovich. Diciamo che è stato il primo spettacolo a cui ho preso parte. Super-indipendente, per carità, ma è stato il primo spettacolo in cui sono stata scelta e sono stata pagata. Prima ho fatto qualunque tipo di corso propedeutico: tutte le scuole di teatro, con i vari saggi. Love date è stata la mia prima volta».
Tra questi corsi propedeutici, ce ne sono stati uno a Londra e un altro in Belgio.
«Quella a Londra è stata una bella esperienza. Tra l’altro, ci sono andata prima ancora dell’accademia. Ed è stato un momento fondamentale per me. Io ho fatto tutti questi corsi che promettevano la stessa cosa, e cioè: ti rendiamo materiale d’accademia. Però io volevo provare qualcosa fuori, e ho sempre amato l’inglese... La verità è che non sono una persona particolarmente originale».
In che senso?
«Sono nata nel ‘92 e sono cresciuta con MTV. Io sono totalmente colonizzata dalla cultura britannica e americana... anzi, più americana. Ancora faccio le prove per i discorsi dei Golden Globe. (ride, ndr) Sono felicissima per il mio percorso, per dove mi trovo, ma c’è una parte del mio cervello che continua a ringraziare mia madre per questo o quel premio. Comunque. Ho speso tutti i miei soldi per un corso estivo alla Guildhall... Non so dirti, ora, perché ho scelto proprio la Guildhall… Abbiamo passato due settimane lavorando su Shakespeare. Ho conosciuto persone che venivano da tutto il mondo: ricordo che c’era una ragazza che veniva dalla Nuova Zelanda, un’altra veniva da San Pietroburgo, poi c’era una ragazza di Bordeaux. È stato fighissimo, credimi. Quando sono rientrata, tre settimane dopo, ho iniziato i provini per le accademie. Ma mi ero promessa una cosa».
Cosa?
«Che se non mi avessero presa avrei fatto i provini per tornare in Inghilterra... Alla fine, però, sono andata a Modena».
Sono stati più intensi i tre anni e mezzo a Modena o le tre settimane a Londra?
«I tre anni e mezzo a Modena. (ride, ndr) È chiaro che la tradizione teatrale, in Inghilterra, è una cosa importante e che c’è un altro tipo di investimento per sostenerla. Sembrano più strutturati. In realtà, è vero quello che dice Favino: abbiamo questa sensazione che all’estero si lavori meglio, ma la differenza sta nei soldi che si investono. L’inglese, chiaramente, permette un’apertura maggiore verso il mondo esterno: tutti, più o meno, lo parlano. Però tante cose di quelle tre settimane a Londra le ho ritrovate anche in accademia, dove abbiamo lavorato con tanti registi, abbiamo imparato a suonare il flauto traverso... Immagina, ora, diciannove flauti traversi che suonano insieme… Terribile».
Pesci piccoli, invece, è stato il tuo esordio in una serie tv.
«Prima avevo fatto solo dei corti, sì».
Che cosa ricordi dei provini?
«Io sono fuori da qualunque logica. Non ci sono mai state scorciatoie. Al massimo, se vuoi, ho avuto una grossa botta di culo. Ho finito la scuola, mi sono trasferita a Roma, ho fatto in tempo ad avere un anno di depressione profonda, in cui ho messo in discussione tutte le mie scelte… Sono di Torino, ho ‘sta faccia, non sono manco ‘sta fregna… Potevo mai fare, che ne so, Che dio ci aiuti?»
Come ti sentivi in quel momento?
«Il mondo mi gridava di darmi una mossa, ero già grande. Non potevo prendermela con me stessa, anche perché quest’idea del “se vuoi puoi” è una grossa stronzata… Quindi sono resistita due anni qui a Roma, e poi sono riuscita a trovare un’agenzia di cinema. Una cosa, credimi, difficilissima. E ho avuto fortuna. I casting director di Pesci piccoli, Adele Gallo e Massimiliano Pacifico, stavano cercando un’attrice del nord, sui trent’anni, che non fosse un grosso nome. E io rispondevo perfettamente a questa descrizione».
A quel punto che cosa è successo?
«Massimiliano e Adele hanno mandato questa richiesta alla mia agenzia dell’epoca, la CPDS. Io ho fatto il self tape, e sono stata chiamata. La fortuna sta anche nell’attenzione e nella cura che Adele e Massimiliano mettono nel loro lavoro. Perché credimi: guardano veramente ogni cosa, e non è scontato. Ho fatto un provino con Francesco (Ebbasta, il regista dei the Jackal, ndr), senza avere la più pallida idea di chi fosse».
Non conoscevi i the Jackal?
«Sì, li conoscevo. Il mio video preferito, all’epoca, era Ogni maledetto Natale, quello in cui imitano lo stile di diversi registi. Ma non conoscevo chi c’era dietro la camera, come Francesco. Non ero una fan, ecco».
Preferivi i the Pills?
«Non ho mai pensato che i social fossero una merda, però non li ho mai seguiti. Mi ci sono avvicinata solo dopo. Quello che sapevo sui the Jackal è che erano i più bravi, la crema, ecco, delle produzioni online. Poi ho visto i video di Willwoosh, di Claudio Di Biagio... Avevo visto Freaks. Dei the Pills mi citano in continuazione delle cose, ma io non le conosco...»
Non conoscevi nemmeno Yotobi? Lui è di Torino.
«Ma sì, certo. Una delle eccellenze torinesi. Mi sono sempre piaciuti le sue video-recensioni, quelle in cui parla di quei film bruttissimi...»
Che esperienza è stata quella di Pesci piccoli? Per quello ti sei trasferita a Napoli, sì?
«Sì, certo. Pensa che dopo qualche settimana dall’inizio delle riprese ho detto a Ciro che i primi tempi non riuscivo nemmeno a capirli quando parlavano. E lui mi ha chiesto: perché parliamo in napoletano? Io non li capivo per i termini, per il modo in cui si muovevano sul set, per la loro disinvoltura. Ho imparato tantissime cose grazie a Pesci piccoli. E le prime volte, ti dico la verità, mi cagavo addosso… Anzi, mi caco addosso ancora oggi, perché noto il rapporto che li lega e quanto sono affiatati. Non è scontato per un gruppo del genere, così strutturato, che è sempre riuscito a rimanere su, dare fiducia a una persona come me che aveva fatto solo teatro. Quando fai l’attrice, è molto difficile partire con un’occasione come questa».
Ricordi il momento in cui ti sei sentita un’attrice?
«Sicuramente la mia percezione è cambiata quando sono stata pagata. Dopo il primo contratto, mi sono sentita autorizzata a dire di essere un’attrice. Ma in realtà ho sentito di essere un’attrice subito dopo il diploma. Io sono molto insicura... Ci sono voluti tanti anni, ecco. E tanti lavori».
Perché?
«Il mondo che ti circonda non ti considera una professionista. Ora sono più tranquilla perché quando mi chiedono dove possono avermi vista, ho la risposta pronta. Ma c’è questa idea sbagliata secondo cui puoi essere un attore solo se fai i grandi numeri, se sei al cinema o sulla Rai. Aver fatto Il magico paese di Natale, quando avevo vent’anni, ripetendo dieci volte al giorno un mini-musical di venti minuti, mi ha fatto sentire decisamente un’attrice».
Adesso la the Jackal è anche la tua agenzia. Che cosa è cambiato rispetto al passato? Continui a fare provini?
«Visto che sono il mio management, si sono impegnati a far sapere a tutti i casting director che sono con loro. Continuo a fare self tape. Nel frattempo è chiaro che i the Jackal hanno sempre la priorità. Sono un acquisto bizzarro, se vuoi. Ma devo veramente tanto ai ragazzi, soprattutto per la loro fiducia. Mi hanno spinto a fare delle cose che non avrei mai fatto».
Una volta che hai finito il provino con Francesco, hai googlato il suo nome e recuperato i suoi lavori.
«Sì».
E che cosa hai visto?
«Generazione 56K l’avevo già vista, per fortuna. E mi era piaciuta tantissimo. L’inizio, soprattutto. Addio fottuti musi verdi... Devo ammetterlo... Allora, Francesco si prende molto in giro. Quando ho visto il trailer, ho deciso di aspettare prima di recuperarlo. Non mi ricordo se ho intercettato Lost in Google... Sicuramente l’ho guardato dopo che ho conosciuto i ragazzi».
Dove ti senti a casa, oggi?
«Ecco, ora piango… Questo è un tema. Quando ti sposti tanto significa che stai lavorando, ed è una cosa figa. Questo è un mestiere molto precario; non sai mai quando avrai un altro ruolo. Ci sono degli altissimi e dei bassissimi, e in questi bassissimi capita di non fare niente per mesi interi. Dico sempre che Roma è il posto migliore in cui cadere in depressione».
In che senso?
«A Roma puoi sentirti meglio se fai una passeggiata. Però è anche vera un’altra cosa».
Quale?
«Sono molto più legata alle persone che ai luoghi. Ho la mia famiglia a Torino, ci sono amici che lavorano in teatro a Milano, poi ci sono gli amici di Roma... Poi, ovviamente, c’è Napoli con i the Jackal... È difficile tenere tutto insieme, ma ci provo».
Ed è facile lasciarsi alle spalle l’idea di casa che abbiamo da bambini?
«Guarda, io sono molto nostalgica. Molto, molto. Sulla parete della mia stanza, a Torino, ci sono due parole tedesche. Una significa proprio nostalgia di casa, l’altra significa nostalgia dell’avventura. Io sto nel mezzo. So che mi sto perdendo tante cose; so che mi sto perdendo una parte importante della vita dei miei genitori e di mio fratello. Però so anche che se tornassi da loro, nel giro di pochissimo tempo vorrei andarmene. Sto scendendo a patti con la consapevolezza che questa sensazione, questo misto di insoddisfazione e di nostalgia, ce l’avrò sempre. Sarò sempre una cagacazzi con me stessa».
Tuo fratello è più piccolo o più grande di te?
«Più piccolo, ci separano sette anni. Ha appena comprato casa, mentre io vivo ancora in una stanza in affitto. Mio fratello ha fatto tantissimi lavori, anche il casellante».
Quando si capisce che i genitori non sono solo genitori ma sono soprattutto persone?
«Secondo me c’è una categoria di film che si chiama “film per figlie di divorziati”. Tipo, non so, Sentimental Value. Non sono film che devono necessariamente parlare di divorzi, però c’è quella roba... quella via di mezzo tra commedia e dramma che è per le figlie di divorziati. Io l’ho capito subito che i miei genitori erano innanzitutto delle persone. L’ho capito più vent’anni fa, quando hanno divorziato. Avevo dodici anni. E hanno fatto bene. Io oggi ho due rapporti diversi con mio padre e con mia madre. Ho conosciuto due persone staccate dai loro ruoli, e le ho viste piangere e stare male. E questo mi ha dato un’altra consapevolezza».
Raggiungere questa consapevolezza a dodici anni ti ha spinto alla ricerca di una costante?
«Io sono una perfezionista, e ho sempre voluto fare le cose bene. Ho sempre avuto molta paura di sbagliare e del giudizio altrui. Un’altra cosa per cui la separazione dei miei genitori mi ha aiutato tantissimo è stata questa: vederli mentre cercano di inseguire la loro felicità, provando comunque a preservarti, commettendo errori, ti fa capire che anche tu puoi sbagliare».
E che cosa hai imparato?
«Che non esiste un’unica verità».
Com’eri al liceo?
«Una stronza».
In che senso?
«Acida, nerd… Una stronza, ripeto. L’idea di non poter sbagliare, di dover fare tutto bene, non mi abbandonava mai. Mi ero convinta che studiando, che dando il massimo, in futuro ce l’avrei fatta. Era una visione americanissima, imparata a furia di film e telefilm. E poi non potevo tollerare di farmi vedere fragile, e questo mi ha impedito di vivere tantissime esperienze».
Per esempio?
«Per esempio non mi sono mai dichiarata a nessuna delle mie cotte. Sono diventata una specie di capetta del gruppo di nerd. Mi sono liberata dopo il liceo».
Se pensi al tuo primo ricordo, a che cosa pensi?
«Mi viene in mente quando imitavo le camminate dei miei nonni, e questa cosa faceva spaccare dal ridere sia i miei genitori che i miei nonni».
Arrivata a questo punto del tuo percorso, di che cosa senti di avere bisogno?
«La prima cosa che mi è venuta in mente sai qual è? Che voglio fare un horror. Ma è perché ho visto Obsession… Io sono a metà, tra una gioia senza fine e “sta andando tutto male”. Spero di trovare sempre qualcosa capace di entusiasmarmi».
E dove si trova questo entusiasmo?
«Mi serve un equilibrio, più stabilità, però mi serve anche un team. Ho bisogno di poter lavorare con gli altri. Io, da sola, sono persa. In gruppo, invece, mi trovo meglio. E se il gruppo funziona bene, tutti possono emergere».
Quando è stata l’ultima volta che ti sei sentita entusiasta?
«Tutte le volte che vado in scena. C’è sempre un momento in cui mi sento come sospesa. Non sono d’accordo con quelli che dicono che amano questo lavoro perché possono vivere mille vite diverse. Perché non è vero. Però per un’ora, un’ora e mezza, puoi essere presente al singolo istante e viverlo fino in fondo. Fuori dal set, sono o nel passato o nel futuro».
L’entusiasmo ha qualcosa in comune con la paura?
«L’entusiasmo, dopo aver avuto paura, è ancora meglio».
Perché?
«Perché hai superato un ostacolo e puoi festeggiare per questo trionfo. Magari è una sensazione che dura per un secondo, però tutti i giorni trovo qualcosa per cui entusiasmarmi».
E dopo?
«Dopo ti senti svuotata, ti senti male. Dopo riconosci l’assenza di questo entusiasmo. Però sai cosa?»
Dimmi.
«Ne vale comunque la pena».
Foto di Paolo Palmieri. Grafica di Manuel Bruno.