di Gianmaria Tammaro
L’esperienza sui set come aiuto regia e nella produzione; la consapevolezza di voler fare l’attrice. La parentesi universitaria, tra facoltà diverse. Il rapporto con i propri genitori e la grande scuola del teatro, con due tournée. E poi un unico bisogno: trovare presto un nuovo ruolo al cinema per mettersi alla prova. L’intervista.

Dice Bea Barret che non ha mai deciso di recitare: è una cosa che, in qualche modo, ha sempre saputo di voler fare. Ha avuto questo desiderio fin da piccola, quando andava al cinema con suo padre e lo ascoltava mentre le raccontava storie e aneddoti sui film che vedevano. Poi, crescendo, dopo l’università e le esperienze in produzione, sono arrivati il primo ruolo e la prima parte in Maserati. Si è data da fare, ha fatto provini su provini e dopo Notte prima degli esami 3.0 ha iniziato due tournée in teatro, tra Il misantropo di Molière con la regia di Andrée Ruth Shammah e Chi come me, sempre con la regia di Shammah.
Sul palcoscenico, spiega, ha fatto i conti con un altro tipo di sfida e un altro tipo di dimensione, e sente di essere migliorata tantissimo come attrice. Ora spera in un nuovo ruolo al cinema: qualcosa per mettersi ancora una volta alla prova, per non fermarsi e per continuare a cambiare e sperimentare. Ci è voluto del tempo per raggiungere questa consapevolezza e, soprattutto, per trovarsi finalmente nel posto che ha sempre desiderato occupare. Alla fine, però, l’impegno ha ripagato.

Com’è stato muoversi contemporaneamente tra due spettacoli teatrali?
«Sono in un momento di realizzazione. Ho capito che è passato tanto tempo durante questa tournée. Ho iniziato a leggere il testo e a fare i provini per Il misantropo di Molière a settembre, e ora siamo a giugno. È successo tutto molto velocemente, e quasi non ho avuto la possibilità di godermi quello che ho fatto».
C’è un momento in cui la routine della scena, con le prove e l’esibizione, diventa naturale, quasi meccanica?
«Prima de Il misantropo, non avevo mai lavorato in teatro. Con le prime repliche, mi sono resa conto che qualcosa era cambiato. All’inizio ero tormentata dall’ansia. La memoria muscolare si è rivelata importantissima. Io quasi faccio fatica a tornare alle mie battute se non sono fisicamente lì, a teatro. Ho un legame profondo con il luogo. Contano il dove, il contesto e il personaggio; ci sono mille variabili».
Appena ne hai la possibilità, anche se sei in piena tournée, torni a casa?
«Sì, ne ho bisogno. Soprattutto quando passo così tanto tempo lontano. Appena posso torno dalla mia famiglia, dai miei amici e dal mio fidanzato. Dormire nel proprio letto è impagabile».
Come hai trovato un equilibrio tra il teatro e il cinema? Mentre eri in tournée, hai dovuto seguire anche la promozione di Notte prima degli esami 3.0.
«È stato tutto estremamente travolgente. Non so dirti se ho trovato un vero equilibrio; l’unica cosa che ho fatto è stata provare a godermi il singolo istante, giorno dopo giorno – ed è una cosa difficile, come dicevo. Non mi sono mai lanciata troppo in là con il calendario: ho provato ad affrontare gli impegni uno per volta».
L’ansia è un rischio?
«L’ansia, volenti o nolenti, c’è sempre. Torna. E io tendo a essere piuttosto ansiosa, soprattutto quando prendo in considerazione tutte le cose che devo fare. Ho provato ad affidarmi alle persone che mi stavano vicino. E alla fine sono riuscita a fare tutto, con un po’ di serenità».
Quando hai visto per la prima volta il calendario con i vari impegni che cosa hai pensato?
«Una cosa sola: “che follia” (ride, ndr)».
Fai ancora ballo latino-americano?
«In questo momento, chiaramente, no. Ma per questioni di tempo, non per altro. Dopo tanto lavoro, il mio corpo ha bisogno soprattutto di riposare. In teatro, dove c’entrano tanto il fisico quanto la mente, è fondamentale trovare un attimo per sé stessi, per respirare».
Ti sei creata una routine prima di andare in scena?
«All’inizio, durante le prime repliche, sì. Proprio per affrontare quell’ansia di cui ti parlavo. Mi vestivo subito. E lo faccio ancora adesso: mi vesto per prima, vado al trucco; devo darmi il tempo di abituarmi. Ho bisogno di stare in costume per un po’. Prima avevo bisogno di venti minuti di silenzio e di isolamento. Oggi no; oggi vivo la dimensione della compagnia. E mi piace entrare in scena dopo aver riso. Ho una carica diversa – meno pesante, più leggera. E questa cosa mi permette di divertirmi».
Quanto è importante il divertimento?
«Fondamentale. Durante le prime repliche, pensavo unicamente alla prestazione: dovevo fare bene e non potevo permettermi di sbagliare. Adesso so divertirmi, e ne riconosco la necessità: la prestazione migliora proprio perché vivi tutti con più leggerezza».
Perché hai deciso di fare l’attrice?
«Onestamente non ricordo il momento in cui l’ho deciso. Quando da piccola mi chiedevano che cosa volessi fare da grande, rispondevo sempre così: l’attrice. Un po’ il merito è di mio padre: lui è un grandissimo appassionato di cinema; mi ha sempre portato in sala, e con lui ho visto veramente tanti film. Mi spiegava e mi raccontava aneddoti, e volente o nolente ha finito per trasmettermi questa sua passione. Crescendo, avevo quasi abbandonato l’idea di fare l’attrice. Tutti mi ripetevano che si trattava di un mondo complesso, e i miei genitori speravano in qualcosa di più solido per me».
Di che periodo parliamo, più o meno?
«Dopo la fine del liceo, quando avevo 18 anni».
E che cosa è successo a quel punto?
«Ero tormentata dai dubbi. Volevo fare l’attrice, ma forse non ci credevo abbastanza. Mi sono iscritta alla facoltà di Economia, che non faceva per me; ma io sono così: testarda. Sul lavoro è una cosa che aiuta, in altri ambienti decisamente meno. Comunque d’estate ho deciso di cambiare facoltà; sono passata a Linguaggio dei media, e mi sono laureata. È stato a quel punto che un produttore mi ha proposto di andare sul set del suo nuovo film per lavorare. In questo modo, ho potuto farmi un’idea più precisa di quello che c’è dietro un film».
Di che film si trattava?
«Ferrari di Michael Mann. Ho lavorato in produzione, e all’inizio non sapevo niente. Ho imparato ogni cosa, giorno dopo giorno. Termini, ruoli; come funziona praticamente un set».
E che cosa hai capito?
«Mi sono innamorata del cinema. Poi ho fatto anche l’aiuto regia in un altro film. Ma mentre ero sui set sapevo di essere nel posto giusto. Mi mancava qualcosa».
Cosa?
«Il ruolo giusto».
E quindi hai iniziato a recitare.
«Era quello di cui avevo bisogno, quello che volevo fare. Il primo provino è arrivato con il tempo; ho fatto una parte in Maserati, ed è stato lì che, finalmente, mi sono sentita a mio agio. Non ho mai avuto ansia; non ero terrorizzata. Cosa che, magari, mi succedeva durante il lavoro in produzione. Ero eccitata, avevo voglia di fare».
I tuoi genitori, mi dicevi, non fanno parte di questo mondo.
«No, lavorano in banca».
Bea Barret è un nome d’arte?
«Sì».
Come mai questa scelta?
«Un po’ per tenere separate le due cose, la mia vita privata e il lavoro. Non credo che debbano essere sovrapponibili o associabili; quella che sono al lavoro, o quando parlo di lavoro, non è la stessa persona che sono, per esempio, a casa. E poi non volevo che la gente si interessasse alla mia famiglia e ai miei amici».
Dopo tutte queste esperienze, qual è stata la cosa che ti ha sorpreso di più di te stessa?
«Che sono riuscita a trovare il coraggio per provarci, per fare quello che volevo fare. E come ti ho detto non è stata una cosa immediata. Ci è voluto del tempo. Molto tempo. Serve una determinazione importante. Quando ho fatto l’università, ero un’altra persona: ero persa, spaesata; quasi non sapevo cosa volevo. Negli ultimi quattro anni della mia vita è cambiato tutto; sono completamente diversa. Ho dovuto lavorare per capire chi ero. E anche per parlarne con i miei genitori. E su questo, ti dirò, sono stata fortunata».
Perché?
«Perché una volta che i miei genitori hanno capito che cosa avevo in mente, quanto ci tenessi, mi hanno immediatamente affiancata e sostenuta. Oggi voglio ripagare anche il loro coraggio e la loro fiducia».
Quando si comincia a riconoscere i genitori come persone e non solo, appunto, come genitori?
«A me forse è capitato durante l’ultimo anno di università. Aver iniziato a lavorare presto, da giovane, mi ha permesso di capire il tipo di sforzo e i sacrifici che hanno fatto i miei genitori per me. Nessuno ti dice quanto è tosta lavorare. Devi dare sempre il massimo; ci devi provare. Quando raggiungi questa consapevolezza, cominci a vedere gli altri, a cominciare proprio dai tuoi genitori, in modo diverso. Poi per carità: l’affetto ci sarà sempre. Il nostro confronto è molto più sincero e diretto, ci parliamo apertamente».
Tu sei figlia unica?
«Sì».
Ed è stato difficile convivere con quella solitudine?
«Sono figlia unica, sì, ma sono sempre stata circondata da amici e amiche. Non ho mai sofferto di solitudine. I miei mi hanno fatto crescere con i miei cugini, e i miei cugini sono un po’ i miei fratelli e sorelle».
Qual è la cosa di cui, in questo momento, senti di avere bisogno?
«A livello professionale vorrei fare altri film. Dopo questi due spettacoli in teatro, mi piacerebbe tornare sul set. Magari con un ruolo un po’ più grande. Con il teatro ho acquisito altre capacità. Mi piacerebbe interpretare un personaggio più impegnativo. E questo, intendiamoci, non significherebbe abbandonare il teatro».
No?
«No, voglio continuare a fare entrambe le cose. Il teatro, ora, è casa».
Grafica di Manuel Bruno. Foto di Marco Ragaini.