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intervista
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30.05.2026

SUPERNOVA NR. 73: Alberto Palmiero

di Gianmaria Tammaro

Gli anni del Centro Sperimentale, l’incontro con Daniele Luchetti, il suggerimento di Gianluca Arcopinto. E poi la fiducia di Marco Bellocchio e Kavac. La nomination ai David di Donatello come miglior regista esordiente e l’importanza delle coincidenze. Il periodo negli Stati Uniti, quando aveva sedici anni, e l’esperienza di dirigere i propri genitori. L’intervista.

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Alberto Palmiero non ha mai pensato di poter fare il regista. O almeno, non ha mai pensato di riuscire a fare un film, di vederlo distribuito e di ricevere anche una nomination ai David di Donatello come miglior esordiente. Quando ha fatto l’esame per il Centro Sperimentale di Cinematografia, stava ancora frequentando la magistrale in informatica. E quando è stato accettato al corso di regia, si è sentito fuori posto: né dentro né fuori. Sapeva di essere uno spettatore pigro, dice. Tienimi presente, il suo film, è arrivato quasi per caso, per una serie di coincidenze.

La prima è stata il periodo che ha passato a Chicago, quando aveva sedici anni: lì, su suggerimento della responsabile dell’orientamento, ha fatto un corso di cinema. Poi c’è stato Daniele Luchetti, che lo ha voluto per piccole parti in Confidenza e Prima di noi, e che gli ha detto di lavorare a qualcosa di suo. Quindi ci sono stati Gianluca Arcopinto, il primo a credere nella sua idea, e subito dopo Kavac, con Simone Gattoni e Marco Bellocchio. Oggi Alberto sente di aver fatto il film che aveva in mente, quantomeno nelle intenzioni, e vuole continuare a proteggere la sua ingenuità. Questo, mi spiega, è un mestiere che si impara facendolo, ma in cui è importante preservare la propria visione.

A un certo punto, dopo così tanto passato in giro promuovendo Tienimi presente, hai sentito la necessità di cambiare pagina e di cominciare a pensare ad altro?
«Il problema è la mancanza di tempo. Non ti puoi fermare. E serve calma per scrivere con un certo rigore. Stare sempre in giro, sempre in treno, non aiuta. Me la vivo un po’ così. Ci sono persone che, invece, riescono a incastrarla bene questa cosa...»

Non c’è il rischio di essere identificati con il proprio film?
«Certo che c’è. E nel caso del mio film credo che sia un rischio ancora più evidente. Tienimi presente è estremamente legato a me, a quello che sono, e può far nascere un’incomprensione».

Quale?
«Che io voglia raccontare solo questo tipo di storie».

Su di te che effetto ha?
«L’esatto opposto: mi spinge a cambiare».

Ti aspettavi questo successo?
«Guarda, tu l’hai visto il film, no? Ecco, puoi immaginare com’è stato metterlo insieme, quanta fatica ha richiesto. È un film piccolo, è stato fatto con un budget molto, molto contenuto... E tutto quello che è arrivato è stato sorprendente. Già andare alla Festa del Cinema di Roma mi è sembrato incredibile, non ti dico quando è arrivata la candidatura ai David… È assolutamente fuori di testa, è bellissimo».

Qual è la tua speranza, ora?
«Che questo successo e questa visibilità mi diano la possibilità di fare altri film: film miei, film diversi. Però intendiamoci: io non ho mai dato nulla per scontato, e non lo faccio nemmeno adesso. Per Tienimi presente si sono incastrate tantissime circostanze».

Per esempio?
«Marco Bellocchio si è speso in prima persona, e ha deciso di firmarsi come produttore di questo film insieme a Simone Gattoni e Gianluca Arcopinto».

Arcopinto è stato il primo a credere in questo film?
«Sì, e anche il suo interesse, per me, è stato inaspettato. Tienimi presente è un progetto che stavo portando avanti da solo, per fatti miei. Gianluca, invece, si è subito proposto. È una persona che ascolta tutti, specialmente i giovani».

Come lo hai conosciuto?
«È stato uno dei miei insegnanti al Centro Sperimentale, e c’è sempre stata una grande stima. Una stima che mi sembrava anche troppa, eccessiva... (ride, ndr) Gianluca ci ha creduto fin dal primo istante, quando il progetto era ancora in una fase embrionale. I materiali che avevo scritto velocemente con Davide De Rosa erano molto grezzi... Gianluca mi ha dato la forza di andare avanti, di crederci».

Prima di incontrare Arcopinto, che cosa pensavi?
«Avevo mille dubbi. Ero intenzionato, intendiamoci, a girare il mio film. Ma non sapevo assolutamente che cosa aspettarmi. Sicuramente non mi aspettavo di trovare un distributore e di farlo vedere a qualcuno, a un pubblico».

Qual è stata l’influenza più grande di Arcopinto?
«Grazie a lui mi sono deciso a trasformare la mia idea iniziale. In un primo momento volevo fare un documentario, non un film di finzione. È stato Gianluca a farmi capire che valeva la pena crederci, che valeva la pena rischiare. Gli facevo vedere tutto quello che giravo, ed è stato estremamente utile».

Perché?
«Perché grazie alle varie scene premontate che avevo proiettato a Bobbio sono riuscito a farmi notare da Simone Gattoni, e quindi da Kavac. Ripeto: è stato un insieme di coincidenze assolutamente imprevedibili. Pensa che quell’estate, l'estate in cui ho cominciato a lavorare al film, io dovevo fare tutt’altro».

In che senso?
«Prima di questo progetto mi ero allontanato dal cinema. È una parola grossa “smettere”, e non è nemmeno corretta: uno, alle storie, ci pensa sempre. Però ero tornato ad Aversa e avevo cominciato a lavorare in un’azienda informatica. Consideravo molto remota la possibilità di esordire con un lungometraggio. I corti che avevo fatto non erano andati benissimo. Il soggetto di un film che avevo scritto girava, ma nessuno mi aveva contattato».

Com’è nato Tienimi presente?
«Dopo una chiacchierata».

Con chi?
«Con Daniele Luchetti. Anche lui è stato mio docente al Centro Sperimentale».

E che cosa vi siete detti?
«Daniele mi aveva fatto fare un piccolo ruolo nel suo film, Confidenza. Ho interpretato uno degli studenti del personaggio di Elio Germano, quelli che vanno a casa sua. Daniele voleva avere i suoi allievi nel film. E in quell’occasione ci siamo aggiornati. Gli ho detto quello che stavo facendo... cioè, quello che non stavo facendo».

E lui?
«Lui mi ha consigliato di lavorare a una cosa mia, da solo. Ed è stato sempre lui che mi ha consigliato di recuperare Eleonora Danco e di vedere N-Capace. E infatti la prima idea che mi è venuta in mente era una cosa simile a N-Capace: un ibrido tra documentario e un racconto più personale, autobiografico».

Quanto sono durate le riprese di Tienimi presente?
«Circa due anni, ma non c’è stato un unico periodo... Conta che io attaccavo e staccavo, in continuazione. Quando ho cominciato a lavorare a Tienimi presente, stavo aiutando Claudio Giovannesi con il suo film, Hey Joe: lo aiutavo con le interviste ai soldati americani. Io sono di Gricignano, e qui vicino c’è una base militare. Pensa che poi Giovannesi mi ha anche proposto di fargli da assistente personale».

E tu hai detto di no.
«Sarebbe stato un impegno lungo, di almeno quattro mesi. E così mi sono messo a lavorare alla mia idea, mi ci sono dedicato al 100%. Avevo anche lasciato il lavoro in azienda».

Come dicevi tu prima, c’è stata una serie di coincidenze incredibili, tra incontri dentro e fuori il Centro Sperimentale.
«Il personaggio che Gianluca Arcopinto fa nel film in un primo momento doveva essere un regista/mentore interpretato da Daniele Luchetti. E un giorno, infatti, sono andato a proporglielo. Dopo Confidenza, mi aveva chiamato anche sul set di Prima di noi, la serie che ha diretto per Rai1, come figurazione speciale... Daniele ha preso quest’abitudine, ogni tanto mi chiama per recitare... (ride, ndr) Comunque in quell’occasione ne ho approfittato e gli ho fatto la mia proposta. All’epoca quel ruolo era più positivo rispetto a come, poi, l’ho adattato per Gianluca: voleva essere un modo per omaggiare il rapporto che si crea con i propri maestri, che sono sempre pronti a sostenerti e a darti consigli. Sono rapporti tra persone, essenziali. Ed è la loro essenzialità, secondo me, a renderli speciali».

Hai pensato fin dal primo momento di interpretare il protagonista del tuo film?
«In realtà è stata una necessità. Non si poteva fare diversamente per i tempi e per i costi. Riflettendoci qualche giorno fa con Francesco Di Grazia, che ha sia fatto da compositore che recitato nel film, ho capito un’altra cosa».

Cosa?
«Che serviva impegnarsi in prima persona, mettendoci letteralmente la faccia, per farsi notare ed emergere. Dovevamo entrarci tutti in questo film: e ci dovevamo entrare con il nostro corpo. Non sarebbe bastato un impegno dietro le quinte. È stata una cosa un po’ inconsapevole. E in questa inconsapevolezza c’è stata pure la fortuna del film: ci siamo messi in gioco dal primo all’ultimo minuto».

Ti piace recitare?
«Sì, è una cosa bellissima. Ma non è tra le mie priorità. Io voglio fare il regista. Sicuramente potrà capitare, in futuro, di interpretare qualche altro personaggio. Ma è la storia la cosa più importante. Non voglio impostare sempre così i miei film. La recitazione è uno strumento, un linguaggio. È un ottimo modo per esprimersi. Non sono il primo regista ad aver tentato questa cosa, no? E poi penso che tutti i registi, almeno una volta, dovrebbero recitare».

Perché?
«Lo ha detto anche Susanna Nicchiarelli, un’altra dei miei insegnanti al Centro Sperimentale. Quando ha iniziato, nei suoi corti e nei suoi primi progetti, faceva l’attrice. Ora fa film dove non compare. Però ha sempre ribadito l’importanza di un’esperienza simile per i registi».

Tienimi presente è stato associato moltissimo al cinema di Massimo Troisi: è un riferimento inconscio o che hai scelto consapevolmente?
«Confesso che Massimo Troisi non è uno dei miei riferimenti principali; io mi affido sempre al mio immaginario e alle cose che mi interessano, che sono cose diverse rispetto al percorso che ha fatto Troisi. Ormai è diventato una costante, anche quando vado in giro a presentare Tienimi presente: Troisi viene sempre nominato. Io, però, sono sereno».

Sì?
«Non lo vedo come un peso… È anche vero che Troisi sapeva stare molto meglio di me davanti a un pubblico e a una telecamera, e all’inizio della sua carriera ha puntato molto su quello. Nel tempo è cresciuto. Io sono diverso, e poi penso che sarebbe sbagliato provare a replicare il percorso di una persona che, soprattutto nelle nostre zone, ha avuto un impatto enorme sull’immaginario collettivo. Chiunque, davanti a Troisi, è meno. Io non mi sento così attore».

Quando hai deciso di provare seriamente a fare il regista?
«Se ti riferisci al periodo precedente al Centro Sperimentale, è sempre stato un gioco per me. Non avevo mai pensato di poterlo fare seriamente, come lavoro. Nel frattempo mi sono laureato, e mi sono laureato con la consapevolezza che fare il regista fosse una cosa estremamente complessa. E poi non credevo di riuscire a entrare al Centro Sperimentale. Sapevo quanto fosse difficile. Quando ho fatto l’esame di ingresso, stavo frequentando la magistrale. E all’inizio ho dovuto fare i conti con la mia poca preparazione, specie sulla storia del nostro cinema. Mi sentivo sempre più fuori che dentro, e anche quando sono stato ammesso ho continuato a sentirmi un po’ estraneo...»

In che senso?
«Sono sempre stato uno spettatore molto svogliato e poco educato: guardavo solo le cose mainstream. Mi sono impegnato al massimo per colmare le mie lacune, ma la vivevo proprio male. Sentivo che dovevo recuperare. Ma non ero così convinto dell’importanza dello studio della storia del cinema».

Oggi, invece?
«Oggi no: non solo la capisco, ma la condivido. Non si può fare il cinema senza conoscerne la storia. Ovviamente senza diventare dei fanatici. Ma all’epoca peccavo di presunzione, e quasi mi ribellavo allo studio».

Ed è stato quando hai raggiunto questa consapevolezza che hai capito di voler fare il regista?
«Guarda, un po’ provocatoriamente ti direi che non l’ho ancora capito... (ride, ndr) Nemmeno adesso mi sento di appartenere al posto fisso del cinema. Parliamo di un ambiente che non ti dà nessun tipo di certezza… Ed è normale, secondo me, non essere in grado di vivere subito, immediatamente, solo con questo lavoro. Specialmente se uno vuole mantenere una propria linea e una propria indipendenza. Tienimi presente mi ha fatto capire che oggi è possibile riuscire a ottenere ottimi risultati anche con poco, e per fortuna le cose che ho in mente, che voglio raccontare, sono molto economiche (ride, ndr)».

Che adolescente sei stato?
«Sono stato principalmente uno sportivo. Ho fatto atletica a livello agonistico fino ai sedici anni, e quindi la mia adolescenza l’ho passata allenandomi, in giro per partecipare alle gare, sempre in campo».

E come mai hai smesso a sedici anni?
«Sono partito per l’estero con Intercultura; sono stato per un anno negli Stati Uniti, a Chicago. E quando sono tornato sono entrato nell’associazione, sono diventato volontario e poi responsabile».

Che esperienza è stata quella dell’anno negli Stati Uniti?
«Un’esperienza molto forte. È una cosa che consiglio di fare a tutti i ragazzi di quell’età, e anche per questo, poi, sono diventato volontario. Intercultura parte da un principio di giustizia sociale, con borse di studio per merito; dà la possibilità a chiunque di partecipare, ed è bello. Io sono stato in uno dei quartieri ispanici di Chicago; ho vissuto molto la cultura colombiana e messicana. È stato divertente sotto tanti punti di vista, ed è stata un’esperienza decisiva: trovarsi da solo, a sedici anni, dall’altra parte del mondo, forma la tua personalità. È un periodo della mia vita che, prima o poi, mi piacerebbe raccontare. E poi in America ho avuto la fortuna di fare alcuni corsi di cinema. È stata un’intuizione di chi si occupava dell’orientamento».

E l’atletica?
«Per un po’ ci ho provato, ma negli Stati Uniti erano tutti bravissimi, a un livello completamente differente dal mio. La squadra della mia scuola era pazzesca. È stato in quel momento che ho capito che, forse, l’atletica non era la mia strada...»

Hai stretto delle amicizie?
«Sì, certo. Ci sono dei ragazzi e delle ragazze che ho rivisto anche successivamente, quando sono venuti in Europa. Io sono andato in un’America diversa rispetto a quella di oggi; sono andato nell’America di Obama, un’America che sembrava un faro della cultura e del progresso».

Nel tuo film ci sono anche i tuoi genitori. Com’è stato dirigerli?
«Quando si sentivano coinvolti, è stato molto facile. Non capita spesso di conoscere così bene quello di cui un non professionista è capace. Io sapevo che cosa i miei genitori mi potevano dare, mi sono impegnato nel metterli a loro agio, proprio per arrivare al punto che avevo immaginato. Si deve costruire un rapporto di fiducia: devono prendere sul serio quello che stanno facendo. E i miei genitori si sono sempre più responsabilizzati, scena dopo scena».

Immagino che il rapporto che hai con loro abbia finito per ribaltarsi: sei stato tu, a un certo punto, il loro riferimento.
«E io sono stato molto fortunato. Perché i miei genitori si sono completamente affidati. Non era scontato, soprattutto in virtù di questo rapporto che citavi anche tu. Non appena i miei genitori hanno capito che era una cosa a cui tenevamo davvero, si sono messi a disposizione».

Come ti sei sentito la prima volta che hai visto il film finito?
«È stato bello. Questo film è stato girato in due anni, e già vederlo con un senso, con una continuità narrativa, mi è sembrato incredibile. Quando lo abbiamo chiuso, ci siamo sentiti sollevati. E poi c’è stata una grande paura».

Per cosa?
«Per il modo in cui sarebbe stato accolto. Ti capita di vedere difetti ovunque, anche dove non ci sono, e di mettere in discussione qualunque cosa. Abbiamo fatto questo film con una troupe minuscola, e sapevo di essere facilmente attaccabile. Il confronto con il pubblico ti mette sempre in agitazione. Finisci per sperare che le cose positive riescano a superare e a colpire di più di quelle negative».

Una troupe minima di quante persone?
«Due, il più delle volte: io e Vincenzo Pezone».

Sei stato contento alla fine?
«Contentissimo. Perché è stata un’impresa titanica. E poi sono stato anche triste».

Perché triste?
«Perché era finita una parte importante della mia vita. Non tanto dopo il mix, ma dopo l’anteprima alla Festa del Cinema di Roma. Ho sentito un certo vuoto. E ora che porto il film in giro e ne sento parlare, è come ritornare a qualcosa che, volente o nolente, appartiene al passato. Questa sensazione ti permette di riflettere sul futuro, sulle altre cose che vuoi fare».

Vedendolo hai riconosciuto il film che avevi in mente?
«Nelle intenzioni sì, certo. Poi il film ha preso una sua strada e si è trasformato tantissime volte. Il primo atto, per dirti, l’ho concepito dopo un anno dall’inizio delle riprese. Questo film è stato una specie di spugna. Tutte le cose che succedevano all’esterno venivano inglobate e in qualche modo finivano in scena. Tienimi presente è sempre stato il racconto di un ragazzo che si alzava, ed era qualcosa di cui avevo bisogno».

Perché?
«Dovevo vedere la mia storia in un’ottica di speranza».

Quanto sei cambiato, come persona e come regista, dopo questa esperienza?
«Sicuramente mi sento più partecipe della complessità del lavoro del regista, che non è solo girare o riscrivere una scena. Sento di dover crescere sotto questo punto di vista. Per quanto riguarda l’aspetto artistico, invece, spero di riuscire a mantenere la stessa ingenuità».

Quanto è importante l’ingenuità?
«È fondamentale. È bello fare questo mestiere considerandosi degli eterni dilettanti, senza però sminuirsi. Per molte cose, è come un gioco. Ed è importante ricordarselo. Proprio per tenere l’ansia sotto controllo».

Alla fine vince l’ansia o la soddisfazione?
«Non c’è una risposta definitiva. È un tira e molla continuo, una sfida, ed è così che va vissuta».

Foto di Gaia Nugnes. Grafica di Manuel Bruno.