di Gianmaria Tammaro
Gli anni a Berlino a casa degli amici, l’università in Olanda e gli studi post-coloniali. L’infanzia a Napoli e la scuola internazionale all’ex Base Nato. Il desiderio di recitare a qualunque costo. La passione per i conigli e per Bugs Bunny, il successo travolgente di Roberta Valente e la libertà di poter continuare a vestirsi male. E poi l’esperienza all’estero di Deliver Us e il senso di appartenenza a un progetto indipendente. L’intervista.

A un certo punto dell’intervista, Maria Vera Ratti mi dice che sta raccontando troppe verità. «Sto sbagliando?», mi chiede. Di solito tende a trattenersi, a mantenere una certa compostezza. E non perché sia introversa o particolarmente timida. Si offre quel tanto che basta per parlare del progetto a cui ha preso parte e del lavoro che ha fatto. Da bambina ha frequentato la scuola internazionale dell’ex Base Nato di Bagnoli, vicino a Napoli. Ricorda la festa di Halloween e quella di Pasqua, i vestiti di carnevale e i barbecue. Mi parla della sua grande passione per i conigli: non amava veramente Bugs Bunny, mi dice, ma voleva avere il suo stesso carisma.
Dopo l’università in Olanda e gli studi post-coloniali, ha passato un periodo a Berlino, cambiando più volte casa. Tornata in Italia, si è iscritta al Centro Sperimentale di Cinematografia. Roberta Valente – Notaio in Sorrento è il suo progetto più recente: l’ultimo grande successo di Rai1. In passato ha recitato ne Il commissario Ricciardi e ne La vita bugiarda degli adulti. All’estero ha lavorato nell’horror indipendente Deliver Us. Ha capito di essere un’attrice durante un seminario di teatro, mentre si preparava per uno spettacolo di Shakespeare. Da quel momento non ha voluto fare altro che vivere l'attimo, entrando e uscendo da vite che non sono sue, ma che in qualche modo sembrano casa.

Roberta Valente sta andando estremamente bene, e stasera su Rai1 c’è l’ultima puntata.
«Sono molto contenta per i risultati. Però, ti dico la verità, provo a non fissarmi troppo: capisco che sono importanti per chi fa questo lavoro, per chi produce, ma io cerco di non pensarci continuamente».
Qualcosa è cambiato?
«Onestamente no, non mi pare che ci siano stati grandi cambiamenti: per strada nessuno mi riconosce, io continuo a vestirmi male e vivo la mia vita».
Potersi vestire male è importante?
«Indubbiamente ti ricorda quanta libertà hai».
A Pasqua ti sei vestita da coniglio.
«Su questo si è creato un fraintendimento. Sì, per carità: mi vesto da coniglio per i bambini, ma lo faccio soprattutto per me. (ride, ndr) Da quando nella nostra famiglia sono arrivati tanti bambini, ho trovato questo costume e finalmente ho realizzato un mio grande sogno».
Cioè?
«Interpretare un coniglio. Organizzo dei premi e dei giochi, e c’è anche la caccia delle uova. Tutto bello, direi. Forse qualche bambino ha paura (ride, ndr)».
Perché era un tuo sogno?
«Perché è un mio modo per essere zia. Non sono molto organizzata sotto altri aspetti, su questo però sì. Il ruolo del coniglio è stato il mio primo, grande rifiuto. Avrò avuto tra i tre e i quattro anni; andavo a scuola all’ex Base Nato, e ogni Pasqua sceglievano un bambino, di solito maschio, di solito più grande, per interpretare il coniglio e nascondere le uova. Io ero, credimi, fissata con Bugs Bunny. Ho una marea di foto con i denti fuori. Da bambina facevo le corse per arrivare agli angoli delle strade, vicino ai palazzi, per appoggiarmi, far finta di sgranocchiare qualcosa e dire: che succede, amico? Proprio come Bugs Bunny. Io volevo essere un coniglio, lo ripeto. Però non sono mai stata scelta a scuola. Forse non ho mai avuto il coraggio di chiederlo. E quindi ora sto recuperando».
Ma perché ti piaceva così tanto Bugs Bunny?
«Dicevo che era mio marito, che ero innamorata, ma la realtà era un’altra: io volevo essere Bugs Bunny. Volevo avere il suo carisma».
E Lola Bunny?
«Era inarrivabile, dai. Per carità: se mi avessero associato a lei non mi sarebbe dispiaciuto, tutto fa brodo. È una cosa a cui stavo pensando stamattina, sai?»
A Bugs Bunny?
«Sì. La mia valigia fa schifo. Il mio fidanzato mi ha detto di prenderne un’altra, e io ho visto due valigie: una di Bugs Bunny, l’altra di Lola Bunny. E sto vivendo questo dilemma: quale comprare. Soprattutto, non so se comprare una valigia simile, visto che ho trentuno anni».
La valigia è un oggetto importante per te?
«Ho un rapporto quasi emotivo con la mia vecchia valigia; è stata una costante dei tanti viaggi che ho fatto e mi ha sempre accompagnato».
La Pasqua di cui mi parlavi prima è una Pasqua all’americana: con le uova, i conigli, le cacce del tesoro. Hai vissuto in questo modo, con questa stessa intensità, anche Halloween?
«Ma tu scherzi? Io andavo a scuola travestita, ed era bellissimo. E c’erano tantissime cose divertenti quando ero piccola. Comunque sì, per rispondere alla tua domanda: amavo Halloween e lo vivevo fino in fondo. Sempre all’ex Base Nato c’era questo posto che si chiamava Carney Park, frequentato sempre da militari e dalle loro famiglie, dove venivano costruite delle case dell’orrore. E facevano veramente paura».
E alla fine?
«Alla fine ti regalavano un sacco di caramelle. Insomma, valeva la pena di farsi spaventare».
Visto quanto sono importanti per te, immagino che tu ti sia fatta un tatuaggio di un coniglio.
«No, niente tatuaggio. Però ho una vestaglia piena di conigli».
Sì?
«Sì, è un regalo del mio compagno. Gliel’ho dovuta chiedere io».
C’è un leggerissimo controsenso in queste due cose: è un regalo, ma l’hai dovuto chiedere tu.
«Non me l’avrebbe mai regalata altrimenti... Oddio, ma sto dicendo troppe verità? Di solito non sono così».
Di solito come sei?
«Serafica, reticente. Invece... è questo accento, ecco così».
Senti l’accento napoletano e ti fidi?
«A questo punto, guarda, credo proprio di sì».
Torno ai tatuaggi: ne hai qualcuno?
«No, nessuno».
Non ti piacciono?
«No, no: mi piacciono. Anzi, una volta ho anche rischiato di farmene uno».
Però?
«Però ci hanno rimbalzato. Eravamo io e le mie amiche, ci trovavamo a Praga».
Perché vi hanno rimbalzato?
«Eravamo minorenni».
E che cosa volevate tatuarvi?
«Un unicorno. Poi per fortuna... no dai, era piccolo, ci stava. Anzi, forse un tatuaggio del genere, simbolo della nostra amicizia, avrebbe molto più senso di qualunque altra cosa».
Qualche anno fa, dopo l’università in Olanda, sei stata per un periodo a Berlino, facendoti ospitare da vari amici. Come passavi le serate?
«Diciamo che ho cambiato parecchie case. La prima casa dove sono andata era la casa di due amici. Avevo conosciuto lei a un corso. E mi ha ospitato insieme a questo suo amico, con cui si è creato un rapporto bellissimo: ci siamo trovati immediatamente. Dopo due giorni, però, è dovuto partire. Se la prima settimana ho fatto parte di un gruppo affiatato, quando lui è andato via mi è sembrato che si fossero spente le luci su Berlino. Non conoscevo nessuno, e non parlavo nemmeno il tedesco. Mi ricordo che questa amica aveva un armadio enorme, che aveva costruito lei, partendo dal ramo di un albero… E a un certo punto questo ramo mi è caduto in testa: è stato un momento di grande sconforto».
E poi?
«E poi mi sono trasferita da mia cugina, che è metà tedesca. Mi ha detto che aveva una casa in centro».
E invece?
«Invece era in culo. (ride, ndr) Lontanissima. Dovevamo prendere il treno per tornare a casa. E poi stava facendo dei lavori, non c’era il pavimento. E lei era sempre via. Io non avevo niente, nemmeno un lavoro. Tramite l’amica di un’amica, mi ha ospitato un altro ragazzo che aveva una casa meravigliosa, esattamente al centro; avevo una stanza con un’entrata indipendente e un bagno a parte, e non ho dovuto pagare niente».
Niente?
«Si fidava di me perché avevamo un’amica in comune».
E la sera che facevi?
«Guarda, la prima volta che sono andata a Berlino avevo ancora sedici anni ed è stata una vacanza. Mi ricordo che c’era questo centro, il Tacheles, dove c’erano tanti artisti di strada. E quando ci andai, pensa, feci subito amicizia con alcuni ragazzi. Mi fecero anche una statua. Statua che, poi, hanno venduto. A quell’età, Berlino mi sembrava incredibile: pronta a darti una marea di possibilità. Quando ci sono tornata da grande, non è andata esattamente così».
E com’è andata?
«Il Tacheles aveva chiuso, non conoscevo nessuno, avevo lasciato l’Olanda dopo l’università; non avevo più le mie amiche e la famiglia che mi ero costruita, e non sapevo che cosa fare della mia vita. Volevo andare in accademia, e per me non c’era altro. A Berlino mi sentivo un fallimento cosmico; mi stavo prendendo una pausa, e “sabatico” a casa mia è sempre stato una specie di parolaccia».
Tu che cosa volevi fare?
«L’attrice. Ero disperata. Non uscivo tanto, figurati la sera. Ero una cogliona di ventuno anni. Leggevo Čechov e piangevo come una stronza».
Perché sei andata a scuola all’ex Base Nato?
«C’erano due scuole quando ero piccola. Una era per i figli dei militari e per gli stranieri, l’altra era una scuola un po’ più aperta. Sono stata in quella un po’ più aperta fino ai sette anni, poi sono stata cacciata».
Come cacciata?
«Avevo chiamato la maestra scema. Me ne sono dovuta andare. Per un po’, ho frequentato una scuola normale. Poi, però, i miei genitori sono andati all’altra scuola, quella per i figli dei militari e gli stranieri, e quando hanno incontrato la preside hanno scoperto che era una delle amiche più care di mia nonna Liliana. E alla fine sono entrata. Sì, tipo nepo baby (ride, ndr). Mi ha detto proprio culo, non lo nascondo».
E tu hai frequentato quel mondo, quella bolla?
«Sì, spesso. Andavo alle feste, ai barbecue. All’ex Base Nato c’erano anche i negozi. Avevo un’amica che era figlia di un soldato americano, e mi ricordo che una volta venne a scuola con l’anello del Signore degli Anelli: una cosa che, all’epoca, sembrava incredibile».
Ti è capitato di vedere We are who we are di Luca Guadagnino?
«Sì, e la realtà di una base militare, con gli americani, è esattamente così».
Ti è piaciuta la serie?
«Molto. Mi ha fatto ritornare a quel periodo della mia vita».
Prima dicevi di avere dei nipoti…
«Sì, ma non sono figli di fratelli o sorelle; sono figli di cugini. A Napoli c’è questo rapporto particolare tra cugini».
Sei figlia unica?
«Ahimè, sì».
Credi che la recitazione sia stata un modo per fuggire a quella solitudine?
«Non lo so. Questo è un lavoro che ti può far stare in mezzo alle persone e che, allo stesso tempo, ti può isolare. Sicuramente, avendo passato tanto tempo da sola quando ero piccola, ho sviluppato una grande fantasia. Mio padre lo diceva sempre: la noia stimola la fantasia. E io da bambina mi sono annoiata veramente tanto, credimi».
Qual è il motore creativo migliore, la noia o l’infelicità?
«Io credo che siano più importanti l’empatia e la fantasia. La noia e l’infelicità sono esperienze umane, che si accumulano e ti possono servire. La sofferenza è una cosa privata, propria, che va vissuta. E solo dopo riutilizzata per un personaggio».
Qual è il tuo posto preferito di Napoli?
«Il centro storico».
Perché?
«Mi sono sempre sentita protetta. Stare in mezzo a tutte quelle persone, quasi scomparire tra di loro, mi ha sempre restituito una certa sicurezza».
Ti manca il centro storico?
«Ci ho passato così tanto tempo… Uscivo già a tredici, quattordici anni. Sono stata ovunque. Piazza del Gesù, Monteoliveto, piazza Bellini. Mi fa piacere tornarci d’estate... ma d’inverno, dai, no, con quel freddo, quell’angoscia... L’odore di alcol ovunque, i bicchieri mezzi pieni di birre, lasciati dappertutto. Va bene così, guarda. Ho dato».
Pigneto o Bellini?
«Bellini».
Sul set di Deliver Us mi hai detto che hai vissuto un senso profondo di condivisione. E allora ti chiedo: com’è prendere parte a un altro progetto, a un altro film, dopo quell’esperienza?
«Ti innervosisci molto, e ti sembra che niente abbia senso. Dopo Deliver Us ho fatto Sabato, domenica e lunedì, che è stato bellissimo. Mi sembrava di essere in vacanza: lavoravamo dalle 8 alle 18. Per Deliver Us sono arrivata a fare anche sedici ore di fila, a Helsinki, su una cazzo di scogliera freddissima, con i capelli ghiacciati e questo cesto con due bambolotti pesantissimi... Correvo nel gelo, credimi. Mi sentivo in The Revenant».
E sul set di Sabato, domenica e lunedì?
«Tutto stupendo. Con questi abiti meravigliosi di Massimo Cantini Parrini, una storia di De Filippo e un regista come Edoardo De Angelis. Sono passata dalla trincea a un sogno. Quindi non ho vissuto molto lo stacco. L’ho sentito, semmai, dopo, con il ritorno alla velocità della televisione, dove c’è a malapena il tempo per uno o due ciak. Sono progetti necessari, che servono, dove tutti sono più rilassati. Una differenza, insomma, l’ho notata».
Hai mai pensato di trasferirti all’estero?
«Non ci ho pensato perché all’estero non ho un agente e non è facile trovarlo. Ho delle opportunità, ogni tanto. Ma non credo di avere delle basi così solide. Ho fatto il Centro Sperimentale, ho una vita e un lavoro qui; non ho ancora la libertà e l’opportunità di poter lasciare tutto e trasferirmi, chessò, in America. Ha più senso continuare così, facendo bene il mio lavoro e ritagliandomi uno spazio piano piano. Con Gianni Chiffi, il mio agente, mi trovo benissimo: e infatti è grazie a lui se ho fatto qualche progetto anche fuori. Pensa che per una serie che ho girato poco tempo fa ho avuto il ruolo di un’americana, non di un’italiana».
La serie, se non sbaglio, è Postcards from Italy.
«Non aveva senso farmi interpretare un’italiana, anche perché non ho né un accento così marcato né un aspetto mediterraneo».
Quando hai capito di essere un’attrice?
«L’ho capito quando ero a San Miniato, durante il seminario Prima del Teatro, e stavamo lavorando su Shakespeare. Mi ricordo che dovevamo avere la memoria di tutti i personaggi. Quando la scena ha cominciato a prendere forma, mi sono sentita travolta».
E che cosa hai capito in quel momento?
«Che mi sarebbe piaciuto entrare e uscire da quello stato di pura immedesimazione, fatto di frammenti di immagini e di sensazioni diversissime, di nuovo».
E ci sei riuscita?
«Meglio ancora: ci sto riuscendo».
Foto di Carolina Smolec. Ufficio stampa e styling: Other SRL Agency. Total look: Max Mara. Hair & make-up: Eleonora Mantovani (Simone Belli Agency). Location: Village Studio Roma. Grafica di Manuel Bruno.