di Gianmaria Tammaro
L’infanzia in provincia di Napoli, il primo ruolo a quattordici anni; la famiglia numerosa, il rapporto con le sorelle e con il fratello più piccolo. La consapevolezza del set e la voglia di recitare. L’università a Salerno, l’esperienza di Roberta Valente e il successo su Rai1. Quello che conta oggi e l’importanza di essere sempre sé stessa. L’intervista.

Mi dice Flavia Gatti che ha sempre voluto fare l’attrice. O meglio: che ha sempre avuto una grande passione per la recitazione. Quando era piccola, si chiudeva nella sua stanza, fingeva di interpretare una parte, di essere un’altra persona, e si disperava, piangeva, parlava da sola. I suoi genitori, mi racconta, non riuscivano a capirla. In realtà, era l’inizio di qualcosa di più profondo: la voglia di andare in scena, di cambiare prospettiva; di diventare qualcun altro, anche se per poche battute. Flavia ha cominciato a studiare recitazione intorno ai tredici anni, a Napoli. Poco tempo dopo ha avuto il suo primo ruolo importante in un film per la Rai con Neri Marcoré e Serena Autieri, Mia moglie, mia figlia, due bebè.
In Roberta Valente – Notaio in Sorrento, l’ultimo grande successo di Rai1, interpreta Leda. Cominciando a lavorare così presto, Flavia ha dovuto fare i conti con un mondo diverso, più adulto, e ha dovuto imparare rapidamente a essere responsabile. Forse, mi confessa, ha finito per perdersi qualcosa della sua infanzia e della sua adolescenza. Però non ha rimpianti: è felice così. Perché ha fatto esattamente quello che desiderava fare. E ora, quando le chiedo qual è la cosa importante, mi risponde che serve saper vivere ogni momento con leggerezza, proprio per poterselo godere fino in fondo.

Tu sei di Napoli?
«No, sono della provincia. Sono nata a Striano, tra i paesi vesuviani».
Dove sei andata al liceo?
«Sempre nelle mie zone. A Sarno, per essere più precisa. Ho frequentato il liceo classico. Per l’università, invece, sono andata a Salerno, a Fisciano. A Napoli ho studiato recitazione: ho cominciato da piccola, quando avevo tredici anni».
Come mai hai deciso di studiare recitazione?
«Ti dico la verità: non mi ricordo il momento preciso in cui ho deciso di fare recitazione. Ho sempre avuto questa passione. Sempre, credimi. Prima ancora di cominciare a studiare recitazione, mi chiudevo in cameretta e fingevo: fingevo di piangere, parlavo da sola; mi divertivo a interpretare dei personaggi».
E i tuoi genitori?
«I miei genitori pensavano che fossi matta. (ride, ndr) È stato difficile spiegare questa passione».
Perché?
«Perché venivo comunque da un piccolo paese di provincia, con pochi abitanti, e voler fare l’attrice non era proprio comune».
Resistono i pregiudizi?
«Più che pregiudizi, c’è una distanza tra quella che è la realtà della provincia e quello che è il mestiere dell’attore: la recitazione viene vista come qualcosa di lontano e inarrivabile».
Però tu ci sei riuscita.
«Ho iniziato a fare i primi provini poco tempo dopo essermi iscritta alla scuola di recitazione. A quattordici anni, è arrivato il mio primo progetto, sempre su Rai1, con Serena Autieri e Neri Marcorè».
E che cosa hai capito dopo quell’esperienza?
«Che questo era tutto quello che volevo fare. Ho sentito tantissime storie di colleghi che hanno iniziato a recitare quasi per caso. Per me è stato diverso: io ho deciso di fare questo mestiere; mi sono appassionata da subito ai ritmi del set. Quello dell’attore è un mestiere molto difficile, dove l’unica certezza è l’incertezza».
Che cosa significa?
«Significa che resiste sempre una certa imprevedibilità: non sai quando ci sarà il prossimo ruolo. Per me, però, è stato come un fuoco sacro. Credo di sentirmi realmente me stessa solo quando interpreto qualcun altro».
Suona come un controsenso.
«Non è una cosa che so spiegare... Però indossare i panni di un altro personaggio, di qualcuno diverso da me, mi permette di guardarmi da un’altra prospettiva e di riconoscermi».
Sono passati dieci anni da quel primo ruolo su Rai1.
«Sì».
Credi che aver cominciato così presto a lavorare abbia avuto un effetto su di te?
«Penso di sì. Fin da piccola, ho sempre avuto altre priorità. E se ci penso adesso mi faccio tanta tenerezza. Non ho mai dimostrato la mia età; sono sempre sembrata più grande».
Secondo te da che cosa è dipeso?
«Forse dall’essere cresciuta in una famiglia numerosa, con tante sorelle più grandi di me: ho sempre guardato a loro, non ai miei coetanei. E sono sempre stata responsabile».
E ora?
«Ora che ho ventiquattro anni capisco che mi sono persa qualcosa concentrandomi così tanto sulla recitazione».
Ci sono rimpianti?
«C’è solo questa consapevolezza, perché alla fine, per me, va bene così: la recitazione mi piace, è quello che faccio, è la mia vita; l’ho scelta io».
Con i tuoi coetanei che rapporto si è creato?
«Al liceo, ti dico la verità, è stato un po’ difficile. Ci sono sempre quelle persone che non ti conoscono nemmeno e si divertono comunque a prenderti in giro, magari per il modo in cui parli, per la dizione».
Quando capitava, come reagivi?
«Sono molto schietta. E ho sempre odiato queste situazioni in cui si prende in giro l’altro, senza prima provare a capire. Non è bullismo, per carità: il bullismo è un’altra cosa, decisamente più seria. Però c’è stato un momento in cui hanno provato a farmi sentire, forse, non adatta».
Ti è capitato di incontrare di nuovo queste persone?
«Alcune sì, mi hanno scritto. Altre no, zero, come se non ci fossimo mai conosciuti».
Quando hai capito di essere diventata adulta?
«Forse a sedici anni avevo già questa maturità... I miei genitori si sono sempre fidati di me, e questo credo che sia uno degli aspetti più importanti».
Da che cosa è scaturita, secondo te, questa fiducia?
«Dal mio senso di responsabilità. Sono cresciuta tra persone molto più grandi di me, sia a casa che sul set, e ho dovuto imparare presto a interfacciarmi con loro. Le mie sorelle sono state un esempio per me: le guardavo e provavo a imitarle, a essere come loro».
Tu sei la più piccola della famiglia?
«Tra le sorelle sì, sono la più piccola. Poi c’è mio fratello, che è nato dopo di me».
È molto più piccolo di te?
«Ci separano dieci anni».
E come è stato passare dall’essere la più piccola all’essere la sorella maggiore?
«Io desideravo tantissimo avere un’altra sorella o un fratello. Lo chiedevo insistentemente ai miei genitori, e loro mi dicevano che ero pazza. (ride, ndr) Poi, però, mia madre è rimasta incinta e io ero felice».
A casa c’è un momento in cui guardate tutti insieme la nuova puntata di Roberta Valente?
«Preferisco guardarla da sola: voglio analizzarla per bene, vedere come sono andate le mie scene. Sono sempre analitica e critica sul lavoro. Io e la mia famiglia, però, siamo molto legati. Ricevo tutti i giorni un supporto immenso. Probabilmente, senza di loro, non avrei la stessa tenacia. Ho ventiquattro anni, ma mio padre, se potesse, mi accompagnerebbe ancora ai provini».
Hai mai pensato di trasferirti a Roma?
«Molte volte, ma è sempre successo qualcosa».
Per esempio?
«Volevo frequentare l’università a Roma, ma alla fine, come ti dicevo, sono andata a Salerno. Allora ho pensato di trasferirmi per la magistrale, ma è successo di nuovo qualcosa: è arrivata la serie. Sono sempre rimasta legata a Napoli, in un modo o nell’altro. E poi devo dire che, ora come ora, a Napoli si sta bene, specie se si riesce a conciliare il lavoro con tutto il resto. Roma resta un’altra casa: è vicina, ho tantissime amiche; mia sorella vive lì».
Che rapporto hai con le pause tra un progetto e l’altro?
«Cerco di approfittarne; provo a fare qualcosa di nuovo».
Il rischio qual è?
«Di vivere queste pause come un’attesa, perdendo tempo».
E come si evita un rischio del genere?
«Provando a vivere ogni cosa con una certa leggerezza: non significa sottovalutare gli eventi o banalizzarli; significa imparare ad affrontare ogni attimo, senza nessuna grande pretesa e senza nessuna aspettativa. Voglio fare questo percorso senza dimenticare tutto il resto».
In che cosa consiste “tutto il resto”?
«Dopo l’università ho dato una mano sia a mio padre, che fa il commerciante d’auto, sia a mia madre, che ha sempre avuto una passione per la parruccheria. Non mi sono mai tirata indietro».
Come si riconosce il progetto giusto?
«Io mi faccio guidare molto dall’istinto. Sono importanti le persone. Con Vincenzo Pirozzi, il regista di Roberta Valente, ci siamo immediatamente trovati; è stato un po’ come un papà artistico per me. E lo stesso vale per gli attori: se si crea un legame con le persone, è molto probabile che si tratterà di una bella esperienza. E per carità: è stato intenso. Dopo settimane intere passate a Sorrento ci siamo trasferiti a Roma. Quello dell’attore è un lavoro che richiede tanti sacrifici ma che riesce a dare anche tante soddisfazioni».
Che tipo di dimensione si crea su un set del genere, passando così tanto tempo insieme?
«Per quanto riguarda la mia esperienza, mi sono trovata veramente bene. E quando si lavora in armonia con le altre persone, è quasi come se non si lavorasse. A Sorrento faceva freddissimo; abbiamo girato a dicembre. Sia io che Maria Vera (Ratti, ndr) abbiamo preso la bronchite (ride, ndr). E con lei, credimi, si è creato un rapporto davvero speciale. Le voglio molto bene».
Vi sentite ancora?
«Siamo diventate amiche».
Ed è una cosa rara?
«Non succede spesso».
Anche qui resistono i pregiudizi?
«Assolutamente sì. A volte vengo giudicata per il mio aspetto: “chissà se è tanto intelligente quanto bella”, “chissà se ha davvero talento”, e così via. Il complimento migliore, per me, è proprio questo: sei brava. La bellezza non dura per sempre».
È un limite?
«No, non è un limite. Non esageriamo. Però in alcuni progetti è stata come una piccola sfida. Non sono triste perché mi dicono che sono bella. Però per me è importante dimostrare che c’è dell’altro, e io mi impegno esattamente per questo».
A un certo punto ci si abitua alla routine del set?
«Onestamente non credo che passi mai quell’emozione. Ogni giorno si gira una scena diversa, e non in modo cronologico. Senti la responsabilità di prepararti per dare il meglio di te. E poi ci sono le notturne, le sveglie presto, le ore di attesa: non si smette mai di mettersi, e di essere messi, alla prova».
Di che cosa senti bisogno adesso?
«Forse, in questo momento non ho bisogno di niente; forse, in questo momento sto bene così».
Ed è difficile arrivare a questa consapevolezza e dire “sto bene così”?
«Io credo di sì, anche perché è una consapevolezza che arriva dopo che hai vissuto momenti in cui non stavi bene o comunque non stavi così bene. Capita a tutti di sentirsi sconfortati, no? E quando finalmente riesci a raggiungere il tuo obiettivo, non puoi che essere grato. Ecco, io ora sono grata».
Qual è la cosa importante?
«La salute mentale, stare bene con sé stessi. È facile perdere il controllo facendo un lavoro del genere. Se non mi trasferisco a Roma, forse, è anche per questo: per rimanere vicina alle mie radici».
Le radici, diceva la Santa de La grande bellezza di Paolo Sorrentino, sono importanti.
«Ci dicono chi siamo, da dove veniamo; ci ricordano quali sacrifici abbiamo dovuto fare per arrivare dove siamo oggi. Io sono molto legata alla me stessa bambina, e sono contenta del percorso che ho fatto. E poi, ti dicevo, sono legata alla mia famiglia. Finché mi sarà possibile, resterò sempre qui».
Perché?
«Perché stare con la mia famiglia mi permette di rimanere con i piedi per terra e di mantenere un contatto con la vita vera».
Quando le cose vanno particolarmente bene, c’è il rischio di dimenticare i sacrifici fatti?
«C’è questo rischio, sì. Però credo che quello che conta davvero sia riuscire a rimanere umili e a essere gentili con gli altri. Io ho conosciuto persone che, purtroppo, non hanno queste caratteristiche. E ho capito una cosa».
Cosa?
«Che non voglio essere come loro».
Tu chi vuoi essere?
«Voglio essere una donna soddisfatta della propria vita, realizzata, magari anche con una famiglia e dei figli. Ma non voglio pormi dei limiti per il mio lavoro. Voglio essere una donna che riesce a bastarsi. In questo momento mi accontento di essere me stessa».
Foto di Caterina Morelli. Ufficio stampa: Maria Amendola. Stylist: Andrea Mennella. Hair & make-up: Jasmine Franciosi (Simone Belli Agency). Grafica di Manuel Bruno.