di Gianmaria Tammaro
La passione per il teatro e la danza. L’università e il desiderio di fare la biologa marina. Il mal di mare e la decisione di cominciare a occuparsi di divulgazione online, tra Instagram e Youtube. Il primo libro, Un soffio nel blu, e la voglia di continuare a mettersi alla prova e crescere. Il rapporto con i suoi genitori, la necessità di rimanere da sola e la vera essenza dell’amicizia. L’intervista.

A volte Selina Mao si sente ancora una bambina di dieci anni: non vuole sfuggire alle responsabilità; le piace, però, godersi pienamente ciò che le succede. Su Internet, tra Instagram, Youtube e gli altri social, è conosciuta come SeliNature: si occupa di natura e fa divulgazione. Da poco ha pubblicato il suo primo libro, Un soffio nel blu, edito da Aboca e illustrato da Giada Ungredda: una raccolta di aneddoti e definizioni, di incontri ed esperienze personali. La divulgazione non è mai stata il suo piano A: l’ha trovata dopo anni passati a studiare, decisa a fare la biologa marina. L’ha frenata il mal di mare, qualcosa che, mi dice, ha ereditato da suo padre.
Il teatro è sempre stato una casa per lei: ci andava da piccola, insieme ai suoi genitori, e spesso ci tornava per rivedere le repliche dello stesso spettacolo. È qualcosa che sente di avere dentro di sé, come la divulgazione. Poi c’è il ballo, un’altra costante della sua vita: quando aveva cinque anni, ha fatto il suo primo corso di danza classica; oggi si divide tra jazz e charleston. Selina tiene separata in modo netto la sfera personale, dove sente di avere tutto quello di cui ha bisogno, da quella professionale, dove invece vuole continuare a migliorare e a raggiungere obiettivi diversi. Dice di essere ambiziosa, pronta a sperimentare e a imparare.

Come ti sei sentita quando hai sfogliato per la prima volta Un soffio nel blu?
«Ho provato una sensazione piuttosto forte. Dopo nove mesi passati immaginandolo, lavorando ai testi, controllando i disegni e le illustrazioni, ho finalmente potuto toccarlo con mano».
E quando lo hai visto esposto in libreria?
«È stato bello. Molto bello. Ora non è più solo mio, ma anche delle persone che lo leggeranno».
È esattamente il libro che avevi immaginato?
«Non ti nascondo che all’inizio io e Giada, che si è occupata delle illustrazioni, avevamo pensato a un’altra storia. Poi, parlando con la casa editrice, abbiamo deciso di occuparci di un argomento un po’ più conosciuto. In un primo momento i protagonisti dovevano essere dei bambini. Alla fine è diventato quasi un libro autobiografico e ci sono solo io come cicerone di questo viaggio. Alcuni degli avvistamenti che racconto sono degli avvistamenti che ho vissuto di persona. Se vuoi, è stato un modo per ricordare un po’ delle cose che ho fatto nel corso degli anni».
E per quanto riguarda le illustrazioni, invece?
«Ho lasciato carta bianca a Giada: aveva capito fin dall’inizio che tipo di atmosfera avevo in mente. Se ho dato delle note, sono state pochissime. Giada è stata in grado di cogliere perfettamente cosa volevo».
E che cosa volevi?
«Creare un racconto accogliente, per tutti, capace di mostrare l’essenza del Mediterraneo».
Come mai hai scelto di diventare una divulgatrice?
«La strada della divulgazione scientifica non è arrivata subito. In un primo momento, volevo fare la biologa marina. È sempre stato il mio sogno, fin da quando ero bambina. Negli anni ho iniziato a fare avvistamenti, e insieme a questa passione ho scoperto di soffrire di mal di mare – una cosa che torna anche nel libro e che ho ereditato da mio padre. E quindi dopo aver provato per diversi anni a trovare una soluzione, ho deciso di cambiare direzione».
E perché proprio la divulgazione?
«Dopo essermi laureata, ho continuato a fare avvistamenti. Mi ricordo che un giorno, insieme a me, c’erano anche dei bambini: hanno cominciato a tempestarmi di domande. Quando stavamo rientrando in porto, una delle mamme ha chiesto: vi piacerebbe avere Selina come maestra? E i bambini hanno risposto di sì, con entusiasmo. Ora, per carità, si tratta di una cosa piccola. Però ha avuto un effetto enorme su di me. E a quel punto ho cominciato a riflettere. Volevo trovare un piano più personale, più diretto, per divulgare. E così ho deciso di farlo sui social, con dei video».
Com’eri da bambina?
«Come sono adesso, identica».
E da adolescente?
«La stessa. La fase ribelle dell’adolescenza l’ho un po’ saltata. (ride, ndr) Il sabato sera non andavo in discoteca, anche se ballare è una cosa che mi piace tantissimo; preferivo rimanere a casa, sul divano, con una tisana, la coperta e un libro. Sono sempre stata proiettata verso quello che sentivo di voler fare. Ovviamente ci sono stati degli alti e bassi. All’asilo le mie maestre avevano dato una specie di pagella ai miei genitori e sono riuscite a descrivermi perfettamente».
Che cosa diceva questa pagella?
«Vado a memoria. “Presenta un interesse unilaterale nei confronti degli animali”, e da lì direi che non siamo scappati. “Ha delle buone doti drammatico teatrali”, e anche su questo direi che ci siamo. (ride, ndr) E poi qualcosa tipo “assume spesso il ruolo di leader e preferisce fare attività che sceglie da sola”».
Una specie di attrice anarchica.
«Sì. (ride, ndr) Ho sempre seguito i miei sogni. Non sono mai cambiata, anche perché sapevo quanto fosse importante fare quello che mi piaceva. I miei genitori mi hanno spronata in continuazione, non mi hanno mai tarpato le ali».
Il teatro è una costante nel tuo percorso.
«L’ho vissuto sulla mia pelle, visto che mio padre è un attore di teatro amatoriale. C’è sempre stato, anche quando ero bambina. Mi ricordo che andavamo a vedere più volte lo stesso spettacolo. Il teatro è come una casa».
E il ballo?
«Ho fatto il mio primo corso di danza classica quando avevo, credo, cinque anni. Poi con il tempo sono passata dalla danza classica alla danza contemporanea, e come autodidatta ho imparato coreografie, balli e passi che vedevo. C’è stato il ballo latinoamericano, e ora c’è lo swing, con il jazz e il charleston, un genere musica che mi è sempre piaciuto».
Qual è la canzone migliore su cui ballare?
«Sono una fan della musica anni Settanta/Ottanta, e mi è sempre piaciuta molto September: è una di quelle canzoni che, quando le sento, mi fanno venire subito voglia di ballare».
Ti capita mai di arrabbiarti?
«Sì, certo che mi capita. (ride, ndr) Da buona Gemelli ho anche io i miei momenti di completo buio; vivo delle giornate in cui non riesco a sopportarmi. Mi arrabbio, sì, ma sono una fan del dialogo. Non credo che puntare il dito contro qualcuno sia il modo migliore per risolvere i problemi. E poi sono una fan della via di mezzo: gli estremismi, secondo me, portano sempre a delle distanze. Il compromesso serve. Non si può piacere a tutti, questo lo so ed è anche normale. Non ha senso provare ad accontentare chiunque. Però credo che sia importante provare a trovare un punto comune».
Tu sei un po’ un’eccezione sui social: hai studiato, e continui a studiare, quello di cui parli. Spesso ci sono content creator che si improvvisano divulgatori.
«In realtà, le persone che non sono laureate a volte dimostrano una passione profondissima per quello di cui parlano. Insomma, dipende. L’esperienza è fondamentale, ma anche quello fa parte del percorso: alcune cose si imparano solo facendole. Io stessa ho imparato delle cose che, quando ero all'università, non conoscevo minimamente. Questo lavoro è fatto così: è studio costante; non smetti mai di imparare. Ed è vera anche un’altra cosa».
Quale?
«L’improvvisazione si nota in quello che uno fa. Secondo me, è fondamentale porsi sempre una domanda prima di fare una scelta simile: sono pronto a fare questa cosa o devo studiare? Io, per esempio, ho imparato a montare. I miei primi video erano terribili. Partire con una buona base è importante, soprattutto sui social di oggi, dove iniziare da un livello basso può essere controproducente. Perché rischi di perderti abbastanza velocemente. Insomma, ben vengano le persone che fanno divulgazione, ma è necessario farla con cognizione».
Che tipo di rapporto si è creato con il tuo pubblico?
«Mi ritengo fortunata. Ho un pubblico che partecipa volentieri a quello che propongo e che mi segue costantemente. Non credo di avere degli haters. La mia è una community molto sana, dove ci sono sempre confronti positivi. Il fatto di avere un pubblico ampio dal punto di vista dell’età mi rende estremamente contenta».
Perché?
«Poter parlare ai bambini è un privilegio: sono il futuro, e dovranno fronteggiare un mondo complicato sotto molteplici aspetti. Ma anche poter parlare alle persone della mia età o più grandi credo che sia importante».
Qual è il tuo obiettivo?
«Mi piacerebbe divulgare dove la divulgazione non è ancora arrivata. Divulgare dove è stato già fatto ha senso fino a un certo punto. Secondo me, è importante provare a coinvolgere persone che non si sono mai avvicinate a questo mondo, che non hanno mai provato ad approfondire determinati aspetti; è importante suscitare la curiosità negli altri, specie in chi non l’ha mai provata prima».
Non ci sono mai state interazioni con utenti che, vedendoti sui social, ogni giorno, hanno pensato di conoscerti oltre il tuo lavoro?
«Forse un paio di volte, ma niente di grave. In generale c’è sempre rispetto, sia nei miei confronti, come persona e divulgatrice, sia nei confronti di chi mi segue. Fortunatamente questo tipo di cose non le ho vissute, e spero di non viverle mai. (ride, ndr) Mi piace incontrare il mio pubblico dal vivo, agli eventi. Secondo me è un passaggio fondamentale. Quando le persone mi riconoscono e si fermano per scambiare due parole, mi fa molto piacere. E poi mi piace anche avere dei riscontri effettivi su quello che faccio».
Tu dove vivi?
«Nelle Langhe, in Piemonte. Sono sicuramente un po’ fuori rispetto al tracciato tradizionale, però sono contenta di avere il mio nido in un contesto come questo, pieno di verde e di natura. Quando mi devo spostare, mi sposto».
Pesa mai la solitudine?
«Nì. Ed è un nì tendente al no. In questo momento della mia vita, sento la necessità di concentrarmi sul lavoro, su quello che sto facendo. Quindi diciamo che di vita sociale, rispetto a quello che faccio, ne ho relativamente poca. Ho i miei genitori che mi supportano e sopportano (ride, ndr) in tutti i modi. Di fatto, vivo con loro. E non mi dispiace, anzi. Io sono sempre stata dell’idea che sia meglio rimanere da sola che in compagnia delle persone sbagliate».
Chi sono le persone sbagliate?
«Quelle che, in un modo o nell’altro, non portano a nessun scambio, a nessun vero contatto. Ho degli amici, ovviamente. Vivono tutti più o meno lontano rispetto a dove abito io; però ogni volta che ci ritroviamo è come se non ci fossimo mai lasciati: ci unisce un legame molto forte, molto sincero. E per me è quella l’essenza dell'amicizia, dell’avere delle persone che ti vogliono bene: non importa la distanza che ci separa o il tempo che passiamo lontano gli uni dagli altri; ci saremo sempre».
La solitudine è una cosa che, esponendosi così tanto online, finisci per cercare?
«A volte mi capita di mettere via il telefono. Di solito, intorno all’ora di pranzo e la sera. Negli ultimi mesi mi sono accorta del bisogno che avevo di stare lontana dal telefono, dal guardare ossessivamente i like e i commenti. Ed è una cosa che mi fa bene».
Che differenza c’è tra essere soli e stare da soli?
«Quando sei solo, lo sei veramente: ed è una condizione che pesa, che sembra quasi una gabbia. Quando stai da solo, invece, è una tua scelta. E nel mio caso ho scelto di stare da sola».
Che rapporto hai con il passato e, di conseguenza, con i ricordi?
«Bello. Ovviamente anche qui ci sono degli alti e bassi. Mi piace molto ricordare la me bambina. A volte mi rendo conto di rischiare di dimenticare quello spirito di cui ti parlavo prima: quell’entusiasmo un po’ infantile che però serve sempre, in ogni momento della vita. Mi piace andare a rivedere i filmini che i miei genitori hanno girato quando ero più piccola. Per certi versi, visto come sta andando ora il mondo, guardare al passato può essere un modo per sperare in un futuro migliore: fa bene all’umore, se non si esagera».
Di che cosa senti di avere bisogno adesso?
«In questo momento sento di aver bisogno di portare avanti quello che sto facendo, ma su piani diversi. Quindi non solo sui social, ma anche con altri mezzi, come può essere il teatro. Mi piacerebbe farlo per crescere. A livello di vita privata non sento di avere bisogno di qualcosa di particolare: sono contenta di quello che ho. Professionalmente, invece, è diverso».
Diverso come?
«Sono molto ambiziosa. Non è una corsa fine a sé stessa. Sento di poter avere, e quindi di poter dare, di più».
Quando si capisce di essere diventati adulti?
«Non lo so».
No?
«No, non credo di averlo capito ancora. Per certi versi, non mi sento adulta nemmeno adesso. (ride, ndr) Forse quando ho cominciato a pagare le prime tasse, a farmi carico davvero di me stessa. Dentro di me sento di avere ancora dieci anni (ride, ndr)».
Fa paura diventare adulti?
«Più che paura, non è una cosa che mi entusiasma».
Divulgatrice o content creator?
«Divulgatrice».
Non ti piace essere definita content creator?
«Non mi piace definirmi in nessuno dei due modi, in realtà».
E quando ti chiedono che lavoro fai, che cosa rispondi?
«“Divulgo cose sulla natura”».
E qual è la differenza con divulgatrice?
«È una definizione più ampia: può voler dire qualsiasi cosa, e mi permette di essere libera di cambiare».
Perché è importante avere la libertà di cambiare?
«Perché se voglio posso rimanere me stessa».
Foto di Elisa Carrera Fumagalli. Grafica di Manuel Bruno.