di Gianmaria Tammaro
Gli anni a Faenza, il rapporto con Bologna, la decisione di fare l’attrice e di trasferirsi a Roma. L’esperienza sul set di M – Il figlio del secolo e l’importanza di lasciarsi andare, perdendosi completamente nel proprio personaggio. E poi Il dio dell’amore di Francesco Lagi, la guida della pancia, il limite della testa e la necessità di commettere errori. L’intervista.

Dice Benedetta Cimatti che gli errori sono fondamentali. Perché ci permettono di imparare, di migliorare e di capire quale strada vogliamo davvero prendere. Quando le chiedo di dirmi il suo errore più grande, non ha dubbi. Lo sceglie, mi spiega, per un motivo semplicissimo: grazie a quell’errore ha raggiunto la consapevolezza come donna. Ed è stato un passo indispensabile per trovare successivamente la consapevolezza come attrice. Quando era piccola, viveva a Faenza. Una realtà, confessa, che le è sempre stata stretta. Andava a Bologna con gli amici, per fare “sega” a scuola, e poi ci è andata per l’università. Al liceo si sentiva profondamente punk, e in un certo senso è così che si sente ancora oggi.
Se per M – Il figlio del secolo si è dovuta trasformare, cambiando e affidandosi completamente a Joe Wright e agli altri attori, come Luca Marinelli, per Il dio dell’amore di Francesco Lagi ha scelto un altro approccio: uno, forse, meno netto, ma ugualmente partecipato e sentito. Recitare, pensava da ragazza, l’avrebbe liberata. In realtà, mi dice Benedetta, recitare le ha permesso di muoversi in dimensioni che non conosceva, di diventare persone che altrimenti non avrebbe mai incontrato e di trovare sé stessa. La bellezza, mi racconta, sta negli affetti: in chi ci vuole bene e, soprattutto, nella certezza di sentirsi amati.

È una cosa che ho chiesto anche a Chiara Ferrara la scorsa settimana: sul set de Il dio dell’amore si è creata una dimensione da “compagnia teatrale”? Guardandolo, si ha questa sensazione.
«Assolutamente sì. Come cast non siamo sempre stati insieme: ognuno di noi aveva una storia differente. Però la sceneggiatura era scritta come una commedia corale, e anche io ho pensato subito al teatro».
Il dio dell’amore, per te, chiude quasi un cerchio: qui interpreti un’insegnante, mentre quindici anni fa, in Fuoriclasse, interpretavi una studentessa.
«È vero. (ride, ndr) Interpretavo una studentessa problematica... E Fuoriclasse, tra l’altro, mi sembra sia stata la prima serie che ho girato. O se non la prima serie in assoluto, la prima serie importante».
Quante cose sono cambiate in questi quindici anni?
«Moltissime. Quando ho lavorato a Fuoriclasse, ero una ragazzina spaventatissima: ero appena uscita dall’Accademia, con tanti sogni e tante speranze. Avevo iniziato a teatro ed era stata una delusione».
Perché?
«Perché non riuscivo a pagare né le spese né la benzina per andare in giro, in tournée. Esci da scuola con un bagaglio di sogni e di idee, con una preparazione, e poi ti scontri con la dura realtà».
Quando si studia, si crea una distanza tra quelle che sono le aspettative e l’effettivo mondo del lavoro?
«Tanti insegnanti, in realtà, ti parlano del problema, ti dicono che è difficile trovare un lavoro una volta diplomati. Però resiste anche un’altra cosa, e cioè l’incoscienza della giovinezza. Io avevo vent’anni quando mi sono trasferita a Roma, e l’Accademia era tutto il mio mondo: ero circondata da persone che ci credevano come me, che parlavano di cinema e teatro; ero convinta che questa cosa sarebbe stata evidente per tutti».
E invece?
«Invece no: quando esci dall’Accademia, ti aspetta una doccia gelata. Ti scontri con dinamiche veramente diverse: capisci che a volte il talento non basta, che siamo tantissimi, che ci sono altri problemi. Una cosa che non dimenticherò mai è la fila che c’era a uno dei primi provini a cui ho partecipato».
Era lunga?
«Lunghissima».
Che reazione hai avuto davanti a quella fila?
«Sono rimasta senza parole. Ero in mezzo a una folla di persone, e in qualche modo ce la dovevo fare. Quindi sì, certo, ti preparano, ti mettono sul chi vive, ma quando ti ritrovi in quella posizione, è un’altra cosa».
Ti sei trasferita a Roma subito dopo il liceo?
«Non subito dopo, no. Prima mi sono iscritta al DAMS di Bologna».
Perché?
«In un primo momento ho voluto provare con l’università. Anche su consiglio di mio padre».
Poi, però, che cosa è successo?
«C’è stata una necessità che è partita dalla pancia. Come si dice a Roma, ho “scapocciato”. E a un certo punto, da sola, mi sono spostata a Roma, mi sono trasferita, ho fatto le audizioni per l’Accademia e non sono più tornata a casa».
È stato uno stacco netto?
«Nettissimo. Ne ho pagato le conseguenze dopo. È stato fatto tutto velocemente: un taglio con l’accetta. Venivo da una realtà piccola, avevo il mio fidanzatino, la mia quotidianità, le mie amiche. Andavo a Bologna solo ogni tanto; ero abituata alla mia piccola città. E all’inizio mi sono sentita euforica. Mi sembrava tutto bellissimo: le persone, la metropolitana. Poi mi ha travolto la realtà».
Rimpianti?
«Più che rimpianti, la questione è un’altra: o facevo così o non l’avrei mai fatto, probabilmente».
È stato in quel momento, quando ti sei trasferita a Roma, che sei diventata adulta?
«Forse sono diventata adulta in un altro momento».
Quando?
«Quando ho preso la decisione di andare a Roma. Lì c’è stato quel taglio netto di cui ti parlavo, ed è stato un taglio netto dentro di me. A Roma non avevo nessuno. Il primo anno sono andato in una doppia a piazza Bologna con una ragazza che avevo incontrato a un provino, pensa. Andavo di fretta».
Spinta da cosa?
«Da un’esigenza che, ora, non saprei nemmeno descriverti con precisione. Sapevo, però, di non poter fare altro. Dovevo rispondere a questa esigenza, e dovevo farlo subito. E il modo che ho trovato è stato scappare a Roma».
Hai più risentito la ragazza con cui hai condiviso casa?
«Sì, ogni tanto ci sentiamo. L’ultima volta è stata qualche mese fa. Il legame si è mantenuto. Non riusciamo a vederci, però ci sentiamo abbastanza spesso. Sono quelle esperienze di vita che finiscono per segnarti».
Com’è stata la tua infanzia a Faenza?
«Ti direi normale. L’ho elaborata nel tempo».
E che cosa hai capito?
«Che era una realtà che mi stava molto stretta».
Meglio Roma?
«A Roma sto benissimo. Mi piace andare in quartieri che, dopo tutti questi anni, non conosco ancora. E mi piace essere ignorata dalle persone. Faenza, in questo, mi stava sempre molto stretta. Mi ricordo che c’era la paura di fare qualunque cosa perché il giorno dopo l’avrebbero saputo tutti. Me lo facevo andare bene perché da ragazzina potevo stare solo lì. La recitazione è stato un modo per evadere da quella realtà. Recitando, potevo essere chiunque senza dover rendere conto a nessuno. Recitare mi ha permesso di allontanarmi da situazioni che non mi facevano stare bene».
Se dovessi scegliere un film che racconta Bologna, quale sceglieresti?
«Probabilmente sono banale, ma mi viene in mente Paz! di Renato De Maria. C’è un mio amico bravissimo, Max Mazzotta, e poi è un film geniale. Quando lo rivedo, e lo rivedo spesso perché lo amo in maniera particolare, ci ritrovo Bologna. Per qualcuno viene quasi esasperata, ma sei ci vai adesso è ancora così, ancora identica. Noi che ci abbiamo vissuto per l’università o quando facevamo sega a scuola riconosciamo quella dimensione immediatamente».
Sei tornata a Bologna per L’Ispettore Coliandro.
«Sì».
E ti è capitata di conoscerla sotto un’altra luce, da un’altra prospettiva?
«Quando ero ragazzina, Bologna ci sembrava la città più grande del mondo. Quando ci sono tornata per Coliandro, ho capito che si tratta di un grosso paesone. Bologna è molto bella e affascinante, e poi l’ho sempre sentita attraverso i discorsi di mio padre, che lì aveva fatto medicina. Viverla è stata un’esperienza incredibile. Io amo andare in bicicletta, e farlo a Bologna ha tutto un altro sapore».
Quando andavi al liceo, di che gruppo facevi parte?
«Ho fatto parte di tanti gruppi. All’inizio, frequentando questo liceo privato, ho seguito quella che potremmo definire “l’onda più fighetta”. Poi, per una serie di motivi, mi sono spostata in un liceo statale, che era quello che io desideravo. E mi ricordo che mi sono legata tantissimo ai punk: andavamo sullo skateboard e ascoltavamo i System of a Down. E quella, forse, è sempre stata la mia vera natura: ancora oggi ascolto i System of a Down».
Da bambina, ti mettevi davanti allo specchio e provavi le scene de L’ultimo dei Mohicani.
«Sì. (ride, ndr) Era il film preferito di mio padre, lo rivedeva in continuazione, e io poi rifacevo le scene. Facevo anche finta di morire buttandomi sul letto... Che cosa ridicola. (ride, ndr) Ci credevo tantissimo».
E adesso?
«Adesso no, adesso non lo faccio: non mi metto davanti allo specchio. Mi vergogno. Ho anche una consapevolezza diversa: sento quello che faccio, non ho bisogno di guardarmi; preferisco l’interazione con l’altro, con un’amica o un collega. Non è così interessante concentrarsi su sé stessi».
Nella recitazione resiste anche la solitudine?
«Spesso gli attori sono insieme, no? Sui set, dopo gli spettacoli. Sembra sempre di far parte di qualcosa di più grande e vivo. E invece ci sono anche dei momenti di profonda solitudine. In primis devi fare i conti con te stessa, con quello che ti porti dietro; e a volte quello che ti porti dietro coincide con una malinconia estrema, che tende a isolarti».
Siamo più critici o spettatori di noi stessi?
«Siamo decisamente più pronti a giudicarci. Almeno è quello che ho capito io, sulla base della mia esperienza. Non sono una che si fa problemi a fare i complimenti agli altri, e spesso quando li faccio a colleghi che – credimi – sono strepitosi mi sento rispondere sempre la stessa cosa».
Cosa?
«“Potevo farla meglio”».
Ci giudichiamo troppo?
«Ci giudichiamo in continuazione, e forse dovremmo imparare a farlo di meno».
Ti sei mai sentita soddisfatta per una cosa che hai fatto?
«Sì».
Per esempio?
«Per M – Il figlio del secolo. In quel caso, mi sono sentita veramente soddisfatta».
Quanto è stato difficile interpretare Rachele Guidi?
«Ho provato a immergermi completamente nel personaggio. È quello che, secondo me, bisognerebbe fare sempre. Ed è una cosa estremamente complicata, perché poi devi saperti separare subito dal ruolo e dal personaggio. Altrimenti può diventare pericoloso. Ma quella volta, per M, non c’era più niente di me».
Che sensazione è?
«Una fortissima, che a un certo punto inizia a piacerti, a sedurti».
Cos’è stato importante, in quel caso?
«Mi sono messa completamente in gioco. E ci sono riuscita anche grazie a Joe Wright e a Luca Marinelli, che sono stati perfetti».
Da dove sei partita per costruire la tua Rachele?
«Dal corpo. Dalla sua fisicità. Quando cerchi informazioni su di lei, c’è pochissimo. Mi ricordo che quando andai a fare il provino Joe mi disse una cosa: devi essere brutta; trova tu il modo, ma devi essere brutta».
E tu che cosa hai fatto?
«È cominciata una vera e propria ricerca. Sono tornata a una fisicità quasi animalesca. Ho lavorato sulla camminata, rendendola leggermente zoppa».
Perché?
«Per me zoppicare è stato un modo per sottolineare l’insicurezza di Rachele, e dai piedi sono risalita su, fino al volto».
Ci sono delle scene in cui la tua Rachele si illumina.
«Sì, credo di sì. Ci sono stati dei momenti in cui, mossa dal sentimento, è venuto fuori qualcos’altro: è venuta fuori una bellezza diversa».
Hai un rituale specifico per uscire subito da un personaggio?
«No, niente di fisico. È più una cosa mentale. Appena sento l’ultimo stop, mi fermo: è finita. Una volta, a teatro, mi è capitato di studiare questo personaggio di Pirandello così tanto che anche a casa continuavo a muovermi e a parlare in un certo modo. E quando è successo ho avuto paura, e mi sono detta: ritrovati. E così lo stop della scena è lo stop del personaggio, e torno immediatamente a essere me stessa. Vedo tanti colleghi che restano nel personaggio anche fuori dalla scena».
E tu che ne pensi?
«Penso che a volte sia esagerato. Penso che non ci sia bisogno di angosciarsi per entrare nel personaggio. A volte, basta pochissimo».
C’è sempre il tempo per poter lavorare come hai fatto in M?
«Non c’è quasi mai. In M ci è stata data la possibilità di fare tantissime prove. C’era un approccio diverso al lavoro. Più prove fai, più è facile entrare nel personaggio: non c’è dispersione. Ed è una cosa che all’estero, tra Stati Uniti e Regno Unito, si fa spesso. In Italia non è così: arriva il copione e si va in scena, e spesso non si sa nemmeno qual è la direzione da prendere. Da una parte, è anche interessante. Però è chiaro che se si vogliono fare le cose in un certo modo serve tempo. Dovremmo fare un nostro Dogma 95, come Lars von Trier e Thomas Vinterberg (ride, ndr)».
Talento o esperienza?
«Talento. Sarò criticatissima per questa cosa, lo so, però per me il talento è fondamentale. L’esperienza te la crei con il tempo, sudando e impegnandoti. Ma se non hai talento non ce l’avrai mai. Nemmeno dopo cinquant’anni di esperienza. Puoi diventare bravissimo, per carità. Ma non è la stessa cosa».
Fuori dal lavoro, pancia o testa?
«Pancia, tutta la vita. La pancia è l’unica che ci capisce qualcosa; bisognerebbe darle più retta. La testa serve per non continuare a sbagliare, ma chi conta davvero è la pancia. È bello lasciarsi andare, ogni tanto».
Quanto sono importanti gli errori?
«Sono fondamentali. Almeno lo sono stati nella mia vita. L’errore senza reiterare, senza essere recidivi, va bene. Serve. Sbagliare ci aiuta a capire quale direzione prendere e quale, invece, evitare. Sbagliando, ho imparato a conoscermi».
Qual è stato il tuo errore più importante?
«Proseguire una relazione. È stato un errore che, poi, mi ha permesso di aprire gli occhi e di capire che cosa non avrei più voluto in un rapporto con un uomo. Mi ha fatto capire la mia forza. Mi ha fatto capire che posso stare benissimo anche da sola. E anche stando male, anche soffrendo, mi ha permesso di avere un’altra consapevolezza come donna. E avendo un’altra consapevolezza come donna, ho avuto anche un’altra consapevolezza come attrice».
Qual è stato il momento della consapevolezza come attrice?
«È arrivata insieme alla consapevolezza come donna: sono andate di pari passo. Pensavo che fare l’attrice mi avrebbe salvato: stronzate. Quello che mi ha salvato è stato prendere coscienza della me stessa donna, essermi fatta aiutare e capire che cosa volevo. Solo a quel punto ho scoperto che attrice volevo essere».
Joe Wright, mi dicevi prima, ti ha chiesto di trovare la bruttezza. Dov’è, invece, la bellezza?
«Io la trovo nei rapporti umani, quelli veri, quelli che ti fanno stare bene e che ti scegli. Magari sono pochi, ma è meglio se sono pochi: se sono pochi, sono reali. La bellezza sta nelle cose che ci fanno stare bene».
Che cosa vuol dire stare bene?
«Non è facile dirlo. Non abbiamo un manuale. Non è lo stesso per tutto. Per me stare bene significa riuscire ad amare gli altri, riuscire a farlo davvero, e allo stesso tempo sapere di essere amata».
Tu, adesso, stai bene?
«Sì. Sto bene. Sto molto bene. E lo posso dire anche se a volte mi capitano delle giornate di merda».
Come si superano quelle giornate?
«Con la consapevolezza che c’è qualcuno che ci ama, che ci ama nonostante tutto, e soprattutto con la consapevolezza che siamo noi ad amarci».
Foto di Maddalena Petrosino. Stylist: Claudia Scutti. Make up artist: Anastasia Scurti. Hair stylist: Valeria Daidone. Ufficio stampa: Amendola Comunicazione. Grafica di Manuel Bruno.