di Gianmaria Tammaro
L’infanzia a New York, l’anno di filosofia, l’esperienza della Silvio D’Amico e l’incontro con attori come Luca Marinelli. E poi il cinema, il set de Il dio dell’amore, la sfida del grande schermo. La consapevolezza di essere un’interprete e di avere un ruolo attivo nel processo di creazione. La famiglia, il bisogno di fermarsi e il potere imprescindibile dei no. L’intervista.

Quando era più piccola, Chiara Ferrara ha vissuto per un periodo a New York. Si era trasferita per seguire suo padre, un sottufficiale della Marina, e all’inizio non si era riconosciuta in questo ambiente enorme, popolato da tantissime persone e pieno di colori. Solo quando è tornata in Italia, in un paese di provincia, ha capito quanto in realtà le mancasse Manhattan con i suoi ritmi. Finito il liceo, ha provato a entrare alla Silvio D’Amico, ma la prima volta non è andata bene. Così si è iscritta a Filosofia, alla Sapienza, e dopo aver fatto un solo esame, e aver rifiutato il voto, è rimasta in attesa. Si era data un obiettivo: recitare. Ha rifatto il provino per la Silvio D’Amico, e per alcuni anni ha vissuto la vita che tutti gli attori desiderano vivere: circondata da persone che avevano la sua stessa passione e la sua stessa urgenza, con la possibilità di studiare con professionisti dello spettacolo, ognuno con il suo approccio e la sua idea di lavoro.
Oggi Chiara si riconosce come attrice: ha capito l’importanza dell’autorialità e del contributo che ogni persona, a cominciare dagli interpreti, può dare al processo creativo. Il dio dell’amore di Francesco Lagi, scritto con Enrico Audenino e distribuito da Vision, è una delle sue prime esperienze al cinema. Ha fatto fatica, confessa, a riguardarsi. Ma sa che è necessario riuscirci trovando una distanza e un modo per non essere ipercritici con sé stessi. Per fare arte, spiega Chiara, serve soffrire: ma non in modo passivo o totalizzante; la sofferenza deve diventare un punto di contatto con gli altri, una specie di ponte, qualcosa da condividere e da offrire. L’attore, mi dice, è attivo: intimamente protagonista delle sue azioni. Ed è una consapevolezza fondamentale, che può fare da guida tanto nel mestiere quanto nella vita di ogni giorno.

Come stai?
«Bene. Mi sono presa un mese di pausa, e sono molto contenta. Ne sentivo il bisogno. È un momento di esplorazione personale, per scindermi dal lavoro e allo stesso tempo per alimentarlo attraverso la mia vita. E quindi mi sono permessa di prendere delle scelte».
Che tipo di scelte?
«Ho detto dei no, ed è stato un modo per potermi fermare».
Dicevi di averne sentito il bisogno.
«Sì, l’anno scorso è stato veramente difficile; ho sentito un certo horror vacui».
E ora?
«Ora sono molto contenta, e anche molto curiosa».
Perché?
«Perché non so come mi muoverò e che cosa farò. All’inizio ho pensato di imparare un mestiere».
Per esempio?
«Falegnameria. O restauro. Insomma, volevo fare qualcosa di artigianale».
Com’è stato dire di no?
«Lo so che può suonare come un cliché, ma è stato un salto nel vuoto. Appena l’ho detto, appena l’ho comunicato, sono stata assalita da mille dubbi».
E dopo?
«Dopo mi sono resa conto che è una cosa di cui avevo bisogno. Quantomeno per il modo in cui voglio impostare il mio lavoro».
Che cos’è importante?
«Questo è un mestiere che, secondo me, ha a che fare con l’anima. Con quello che siamo. E quindi è importante prendersi del tempo, rallentare e respirare. Io sto ancora imparando a conoscermi. E quello che so è che mi piace darmi completamente quando faccio qualcosa, ed è necessario, subito dopo, riposarmi. E poi c’è un’altra cosa che devo imparare».
Quale?
«Devo imparare a riconoscere i progetti che fanno per me, per i quali sento di voler dare un contributo rischiando in prima persona».
E come si fa?
«Per ora, mi fido del mio istinto. Parlo con le persone, leggo i copioni, li studio. E se è il progetto giusto, vengo presa da una sensazione precisa: una sensazione a cui sto provando a fare sempre più attenzione».
A che cosa somiglia questa sensazione?
«Sento tutto nella pancia. Se è una sensazione che mi avvisa che non è il progetto che fa per me, è simile a una fitta. Se invece è una sensazione positiva, assomiglia all’eccitazione: le mani cominciano a sudare e ho paura. Ma è una paura gentile, utile. Quando ho saputo de Il dio dell’amore, per esempio, sono stata travolta dal terrore».
Che ruolo ha, nella tua vita e nella tua carriera, questo terrore?
«Tutte le cose belle che ho fatto fino a questo momento sono partite dal terrore. Quindi ti direi che è una sorta di guida. Lo so, anche questo suona retorico, però quando teniamo a qualcosa, quando ci teniamo veramente, abbiamo paura di danneggiarla e di perderla. La paura ci invita, ci spinge anzi, a superarci».
Questa paura è simile a quello che si prova a teatro, prima di esordire?
«Quando si parla di andare in scena, io sono un po’ particolare. Sono quasi zen. Penso che tutto quello che nasce e che ribolle dentro di me deve uscire fuori, deve essere reinvestito nello spettacolo. E così cerco di centrare queste energie in quello che sto per fare. Poco prima di andare in scena, ho le mani viola: il mio sangue non circola nelle periferie; si concentra qui, al petto».
Sei scaramantica?
«Sì».
Hai dei rituali prima di andare in scena?
«Devo mettermi il profumo, mangiare la cioccolata e fare le corna».
Prima della Silvio D’Amico, ti sei iscritta a filosofia.
«Sono stata per un anno a Villa Mirafiori, alla Sapienza, per finta».
In che senso “per finta”?
«Avevo fatto il provino alla Silvio D’Amico e non ero stata presa, e visto che i miei genitori non volevano che rimanessi con le mani in mano mi sono iscritta a filosofia».
E com’è andato questo anno “per finta”?
«Mi sono sentita come un pesce fuor d’acqua. Ho fatto un solo esame: ho preso 26, ho rifiutato e non ho fatto altro».
Perché proprio filosofia?
«Quando andavo al liceo, ero innamorata del mio professore. Lui chiaramente non l’ha mai saputo, e non c’è stato altro che questo: un amore platonico. Però ho pensato che la filosofia fosse interessante; mi piaceva il modo in cui parlava».
I tuoi genitori che lavoro fanno?
«Mio padre è un sottufficiale della Marina e mia madre, invece, è un’impiegata statale».
Ho letto che sei madrelingua inglese.
«Per il lavoro di mio padre, ci siamo trasferiti a New York. E sono stata lì dall’ultimo anno di materna fino alle elementari. Ho frequentato le scuole pubbliche. La mia infanzia, insomma, l’ho vissuta lì».
Ti manca New York?
«Quando ci vivevo no, ero orgogliosa di essere italiana. E non vedevo l’ora di partire per le vacanze. Appena ci siamo trasferiti di nuovo in Italia, però, mi sono resa conto di quanto mi sentissi a mio agio in quel mondo, con quella vitalità e quei colori. Da Manhattan ci siamo trasferiti in paese, l’esatto opposto. Sono tornata a New York a 13 anni, d’estate. E ho sentito come un richiamo».
Ci sei più tornata?
«No».
Perché?
«Perché sapere di poter rimanere per appena due settimane, o anche meno, mi dilaniava. Poi c’è stato il COVID e ho fatto pace con questa idea, e ora è il mio sogno: è il luogo dove vorrei vivere. Però so che non è il giusto momento per farlo. Sia personalmente che per il modo in cui stanno andando le cose nel mondo».
Che adolescenza è stata la tua? Quanto ti ha segnata l’infanzia a New York?
«Ho fatto una sorta di doppio salto. Alle medie, quando sono tornata, ho vissuto in paese. E mi sono confrontata con parecchie difficoltà. Avevo una professoressa che ci faceva pregare la mattina, che diceva alle ragazze di farsi la coda e che durante gli intervalli ci faceva cucire. E poi per me la grammatica era una cosa relativamente nuova, facevo i conti in modo diverso. I primi anni è stato difficile adattarmi».
L’altro salto quando c’è stato?
«Quando dal paese sono passata a Roma per le superiori. E in quel momento sono stata vista come la ragazza di paese. Ho frequentato il liceo Tasso, ed eravamo ottocento studenti. Ero senza coordinate. A quel punto mi sono chiusa nello studio: è diventato il mio rifugio. Sono diventata una secchiona. Mi sono diplomata con 100 e lode al liceo, e non lo dico per vanto: lo dico perché ero pazza, studiavo di notte».
Perché?
«Perché era una sorta di rassicurazione, mi tranquillizzava».
Quando sono cambiate di nuovo le cose?
«Quando, sempre al liceo, ho conosciuto il teatro. Ed è stato a quel punto che ho capito come fare per sentirmi a mio agio in quella realtà che era Roma».
Ho letto che alla Silvio D’Amico hai fatto un corso con Luca Marinelli. Che tipo di insegnante è?
«Abbiamo fatto un intensivo durante il periodo del COVID. Siamo stati divisi in gruppi. Ho passato praticamente due giorni con lui, tra online e incontri con le mascherine. Noi siamo stati la sua prima classe, la sua prima esperienza come insegnante. Mi ricordo la sua umiltà: si era messo in gioco, e avevamo la sensazione che volesse imparare con noi. Ci accompagnava sempre, anche nelle scene. E poi mi ricordo che aveva questa luce negli occhi incredibile, come un bambino. Ci capiva. È stato un incontro bellissimo».
La Silvio D’Amico rischia di essere una sorta di bolla?
«Secondo me no, non la definirei così. Rispetto ad altre scuole, la Silvio D’Amico ha la fortuna di non avere un unico insegnante di riferimento. Abbiamo incontrato tanti professionisti diversi, e abbiamo fatto dei periodi più o meno lunghi con loro. Abbiamo avuto la possibilità di conoscere generi e approcci differenti. Ci siamo plasmati gradualmente».
Ma c’è la sensazione di appartenere a qualcosa di esclusivo, di diverso?
«Sì, soprattutto mentre la frequenti. Per te non esiste altro. Con i tuoi compagni condividi la stessa passione, e si crea un’intimità profonda, che molto probabilmente, prima della Silvio D’Amico, è difficile conoscere. Si vive come in una sorta di estasi. E da una parte è indubbiamente confortante: vivi quello che ogni attore vorrebbe vivere».
Dall’altra parte?
«Dall’altra parte, questo periodo finisce e devi fare i conti con la realtà. Per qualcuno gli anni dell’Accademia sono gli anni più belli della vita».
Per te?
«Per me no, non proprio almeno. Ma non perché abbia avuto delle difficoltà. È più per scaramanzia. Nel ricordo che ho c’è una forma di rassicurazione, ma non voglio fermarmi a questo: voglio andare oltre; voglio vivere selvaggiamente il mio lavoro».
Per recitare, e più in generale per fare arte, serve soffrire?
«Assolutamente sì. Ed è importante capire che l’arte è un dono, non è scontata; è un modo per condividere con gli altri la propria vita. È quasi un atto di sacrificio estatico: non porta il dolore, porta gioia. Quindi la sofferenza serve perché è dalla sofferenza che può scaturire la necessità del racconto. È fondamentale ricordarsi di non soffrire e basta, ed è fondamentale condividere quella sofferenza, e quindi quell’esperienza, con gli altri».
Capita mai di vedere la felicità come un limite?
«Per me la felicità è stata una salvezza. Quando ho interpretato un personaggio particolarmente complesso, bipolare e autolesionista, la felicità mi ha permesso di trovare una distanza con quel dolore. Forse più che la felicità il vero problema è l’agio».
In che senso?
«Ci vuole fame per raccontare. Più la tua carriera cresce, più sono le opportunità; più la tua vita si modula, più diventa difficile mantenere questa fame. È qualcosa su cui sto riflettendo spesso, ultimamente. L’agio ti allontana dalla quotidianità e dagli altri».
Come definiresti la felicità?
«Non è eterna, innanzitutto. Dura poco, appena un momento. Io la vivo con la paura che possa finire all’improvviso, e allo stesso tempo con la consapevolezza di doverla ricordare e conservare dentro di me».
Ho notato che sui social segui diversi youtuber e content creator: Claudio Di Biagio, Willwoosh, Dario Moccia, i The Pills. È un mondo che ti interessa?
«Se ci fai caso, il mio nick su Instagram è “chiarawithnok”: da piccola volevo fare la youtuber e mi volevo chiamare così. È partito tutto alle medie, con una mia amica, quando guardavamo i video di Claudio Di Biagio e Willwoosh. Mi ricordo la parodia di Twilight, e pensa: sono anche andata al firmacopie di Willwoosh, che aveva pubblicato un libro, 10 regole per fare innamorare».
Perché “chiarawithnok”?
«Perché in America tutti scrivevano il mio nome con la cappa, e quindi ho pensato che fosse un nome figo. (ride, ndr) Poi gli youtuber che seguivo sono cresciuti, si sono adattati ai nuovi social, ma quando posso li seguo ancora. Una volta, in stazione, ho beccato Claudio Di Biagio e gli ho chiesto una foto. Una cosa che, credimi, non faccio mai».
Che tipo di esperienza è stata quella de Il dio dell’amore?
«Onestamente? Sono sorpresa della fiducia che mi è stata data. Non solo da Francesco Lagi, il regista, ma da tutto il gruppo di attori incredibili con cui ho lavorato. Per me è stato naturale affidarmi. Francesco è una persona stupenda; si è subito impegnato nel rendere tutti partecipi del processo creativo. Sapevo di essere in buone mani. E l’ho capito fin dalle prime letture con Vinicio (Marchioni, ndr). Ho riconosciuto un’umanità e una cura immensa per le storie che stavamo raccontando».
Vista la coralità del racconto de Il dio dell’amore, sul set si è creata una dimensione quasi teatrale?
«È stato molto strano, perché durante le riprese eravamo divisi, non stavamo insieme. Io, per esempio, ho avuto la fortuna di lavorare con Francesco Colella, Vinicio Marchioni e Anna Bellato, che praticano anche il teatro, e quindi da quel punto di vista sì, ho sentito una sorta di eco. E poi Francesco è un drammaturgo. Questa sensazione di compagnia, come la definisci tu, è arrivata dopo, guardando il film».
Riesci a rivederti tranquillamente sul grande schermo?
«Di esperienze come questa ne ho fatte poche. E sono ancora di meno quelle che, poi, ho rivisto. È una cosa con cui ho qualche difficoltà, sì, ma so che è fondamentale farlo. Rivedersi serve per capire, per studiarsi, per contestualizzare una certa scelta. Quando mi sono rivista ne Il dio dell’amore non sono stata ipercritica; sono riuscita a trovare una distanza, a guardarmi con un occhio diverso, non troppo soggettivo».
Quando hai capito di essere un’attrice?
«Penso l’anno scorso, a novembre, quando ho preso parte a uno spettacolo teatrale, Dracula di Andrea De Rosa. Ho capito il significato profondo dell’autorialità e ho capito che come attrice, per poter stare bene, devo essere padrona di quello che faccio e partecipe del processo di creazione. Prima, forse, non era così chiaro. Quando me lo sono detta, ho trovato una libertà diversa».
Diversa in cosa?
«Nel riconoscermi come interprete. E dopo che me lo sono detta, dopo che mi sono riconosciuta come attrice, ho capito anche di poter dire di no».
Che cosa significa no, in questo caso?
«Significa che non ho bisogno unicamente di lavorare per potermi sentire attrice. Significa che la recitazione è una cosa che non si ferma al singolo ruolo, ma che va oltre».
Che cosa offre la recitazione?
«La possibilità di poter cambiare».
Il cambiamento è importante?
«Il cambiamento, a volte, è tutto. Io, per esempio, non voglio essere sempre la stessa attrice».
Foto di Francesco Ormando. Grafica di Manuel Bruno.