di Gianmaria Tammaro
Il legame che la unisce ai genitori, la decisione di ritornare su Youtube, il rapporto con la sua community e con i suoi amici. L’importanza di cambiare e di saper riconoscere il cambiamento. La sfida dei tour teatrali e il peso dell’ansia e della paura. Lo spazio più intimo della scrittura e la ricerca della solitudine. E poi i ricordi, la nostalgia e la distanza che si può creare, a volte, con gli altri. L’intervista.

A Camihawke, nome d’arte di Camilla Boniardi, piacciono sia l’arancione che il verde. Dice che le ricordano i suoi genitori: la gioia esplosiva della madre e la passione per la montagna del padre. Fa la content creator da dieci anni. Ha cominciato su Facebook, dove i tempi e gli spazi sono diversi, e da qualche mese ha ripreso a caricare video su Youtube. L’ha fatto, mi spiega, per rallentare e provare qualcosa di diverso, per dare alle parole e ai pensieri una dimensione più ampia, non per forza limitata, e per trovare, o ritrovare in alcuni casi, un pubblico nuovo: uno pronto a ritagliarsi del tempo per recuperare quello che ha da dire, che commenta e segue con interesse le discussioni che si creano.
In questi dieci anni, Camilla sente di essere cambiata. Perché, dice, è cresciuta. E crescendo cambiano anche gli interessi, gli obiettivi e gli amici. Alcuni vanno via, mentre altri rimangono. Camilla è riuscita a costruire una community sfruttando soprattutto il suo account Instagram, e non si è mai tirata indietro davanti alle novità e alle sfide: ha scritto un libro, è andata in teatro; ha capito quando prendersi un momento, quando adeguarsi e quando ascoltarsi. La sua valvola di sfogo principale, confessa, è il pianto. Non le piace arrabbiarsi o litigare. Conserva foto e ricordi, ed è estremamente nostalgica. Casa, dice, è dove c’è la sua famiglia, a Monza: è lì che sente di poter essere completamente sé stessa.

Perché hai deciso di riprendere il tuo canale Youtube?
«Fino a poco tempo fa, lo usavo come archivio, come un hard disk esterno. Volevo avere un altro back-up. A un certo punto ho smesso di caricare qualunque cosa, perché non mi serviva. Poi, intorno all’anno scorso, ho deciso di riprenderlo perché volevo tornare a un tempo, diciamo così, un po’ più lento. Io sono nata su Facebook, quindi con i longform e i video più lunghi, in cui potevo raccontare qualcosa. Oggi non è così».
Oggi com’è?
«Oggi tutte le piattaforme prediligono i video più veloci, con una soglia dell’attenzione veramente bassa. Per carità, sono video che mi fanno anche sorridere. Ma sentivo che mi mancava uno spazio dove potermi prendere più tempo».
Per parlare di cosa?
«Non c’è un unico argomento, in realtà. Volevo semplicemente rallentare, e quindi fare video con qualche riflessione più seria o anche più leggeri, ma sempre lunghi. Non c’era nessuna piattaforma dove poter fare una cosa del genere. Tranne, ovviamente, Youtube. La community del mio canale è più piccola rispetto a quella che mi segue sugli altri social; si è creata, se vuoi, un’intimità diversa, che non mi mette in nessun modo fretta».
Che tipo di pubblico è quello di Youtube?
«Molto diverso, e me ne sto accorgendo ora. È un pubblico attento e a suo modo estremamente affezionato: quando scelgono di seguirti, di vedere i tuoi video più lunghi, significa che le persone sono pronte a partecipare. A volte si creano degli scambi veramente belli. Più le persone ti dedicano tempo, più tu vuoi dedicare tempo a loro. Si attiva una specie di circolo virtuoso. Non è stata una cosa completamente inaspettata, intendiamoci. Sapevo che Youtube e le persone che frequentano Youtube hanno ritmi e interessi differenti. Però mentirei se ti dicessi che non mi ha sorpresa».
Sugli altri social non si creano scambi interessanti?
«Diciamo che è più difficile. Spesso mi capita di dover rispondere a persone che non hanno visto tutto il video, che non hanno avuto il tempo per finirlo, e che scrivono qualcosa che, magari, dico proprio negli ultimi secondi. E allora glielo devo dire: guarda, se vai avanti, trovi esattamente quello di cui stai parlando. Il pubblico di Youtube mi sembra avere una cura differente».
Sono più o meno dieci anni che fai la content creator.
«Sì, dieci anni».
Quanto senti di essere cambiata?
«Molto. È stato un tema di cui ho parlato recentemente con la mia community. Penso che sia normale, cambiare. Sarebbe strano il contrario, anche solo da un punto di vista più editoriale. Banalmente sono più grande, sono cresciuta, quindi alcuni contenuti sono diversi. E poi sono cambiata perché la mia vita è andata avanti, ho affrontato esperienze differenti. Credo che questo cambiamento rispecchi anche quello che succede nella vita reale».
In che senso?
«A volte capita di avere degli amici che cambiano, che trovano altre passioni, che si allontanano. Succede perché passa il tempo e succede perché, molto più banalmente, si cresce. Con alcuni amici resti in contatto; altri, invece, finisci per perderli di vista. Ma ripeto: è normale. Si sta insieme, ci si lascia e si imboccano strade diverse. Però sì, per tornare alla domanda di prima: credo di essere cambiata molto».
Ed è un bene?
«Assolutamente sì. Sono contenta di essere cambiata».
Da bambina, se non sbaglio, volevi essere una dottoressa.
«Sì. (ride, ndr) Venendo da una famiglia di medici, volevo esserlo anche io. Stando insieme ai miei genitori, è stata un’idea quasi spontanea. Volevo raccogliere il loro testimone. E ci ho anche provato. Ho fatto il liceo classico e quando sono uscita dal liceo classico ho provato il test di medicina. Rispetto a oggi era diverso. Per alcune cose, era molto più complicato. All’epoca non entrai; nel test c’era molta matematica, e io venivo dal classico come ti dicevo. A quel punto ho cambiato indirizzo e sono andata a giurisprudenza. Mi sono laureata, ma non ho mai fatto l’avvocato».
Quando andavi al liceo eri introversa?
«Sono sempre stata una persona abbastanza estroversa. O meglio, io dico che sono una timida estroversa. Sono timida nella vita di tutti i giorni, e non sono una di quelle persone che, se vanno a una serata dove non conoscono nessuno, sono le prime a farsi avanti. Sono estroversa non appena supero lo scoglio iniziale, non appena qualcuno si avvicina e comincia a parlarmi. Mi piace stare con gli altri. Ma ci vuole un po’ per lasciarmi andare. Lo stesso succedeva quando ero bambina. C’erano le recite, volevo essere la protagonista, ma non riuscivo a chiedere, che ne so, lo zucchero al bar. In me dimorano questi due lupi (ride, ndr)».
Qual è il primo ricordo che ti viene in mente?
«Uno dei primi ricordi che ho è una recita che ho fatto quando andavo all’asilo. Mi ricordo che avevamo messo in scena lo Schiaccianoci e io avevo il ruolo della bambina. Ero emozionatissima, per me era un vero onore (ride, ndr). Mi ricordo che indossavo questo saio bianco con una croce. Avrò avuto, credo, cinque anni».
Quanto è difficile tenere separate la vita privata e la vita pubblica? Le due cose, a volte, rischiano di entrare in conflitto?
«Dipende. Credo che sia una scelta molto soggettiva. In alcune occasioni, è veramente difficile tenerle separate. Se si vuole vivere una vita, ecco, “normale”, uscendo, andando al ristorante e al cinema, stando con gli amici, è chiaro che è importante ritagliarsi uno spazio proprio e personale. Quanto far vedere di questa vita online, sui social, dipende da te».
Tu tendi a separare le due cose?
«Io non ho mai fatto nessun mistero della mia vita privata, soprattutto per quanto riguarda le mie relazioni. Ho avuto una lunga storia d’amore che ho condiviso felicemente sui social. Però è stata una scelta che ho fatto sulla scia dei vent’anni».
Oggi la rifaresti?
«Rifarla nello stesso modo, ora che ho un’altra età, non avrebbe senso. Sono cambiate le mie esigenze, e ho vissuto altre esperienze. Ora preferisco tenere più privata la mia sfera personale. Proprio per proteggere la mia intimità».
Mostrare anche poco della propria vita privata finisce per avere un effetto su di te e su chi ti sta intorno?
«Anche in questo caso credo che dipenda. Dipende da quanto decidi di mostrare. Se mostri pochissimo, non ha poi così tante ripercussioni. Nel mio caso, non ce ne sono di particolari. Però è tutto molto soggettivo. Non esiste una risposta universale. Più mostri, più chiaramente c’è un impatto sulla tua vita. Non appena cambia qualcosa, anche di poco, le persone se ne accorgono».
Quello della parasocialità è un rischio concreto?
«Ti dico la verità: io ho sviluppato un’affezione profonda nei confronti della mia community. Ci sono persone che conosco da anni e anni. E a me questo aspetto di amicizia virtuale è sempre piaciuto e l’ho sempre curato. Molto spesso nei messaggi privati e nei commenti mi piace sapere che cosa pensano le persone. Se fai questo lavoro, devi stare attento al parere del pubblico. Se non lo ascolti, tendi a fare tutto per te stessa. Poi ci sono alcune piattaforme, come Twitch, che accorciano ulteriormente la distanza tra te e chi ti segue. E io Twitch non l’ho mai usato».
Come mai?
«Richiede una presenza e una costanza che, onestamente, non riesco ad avere. Durante i tour teatrali, ho incontrato moltissime persone che mi seguono ed è stata una cosa che mi è piaciuta».
Perché?
«Perché è bello, a volte, potersi vedere dal vivo e parlare senza la distanza di uno schermo».
Non ci sono controindicazioni?
«Tutte le cose hanno degli effetti collaterali. Quando ci sono community grandi come la mia, si possono creare dei fraintendimenti e qualcuno può pensare di potersi permettere di fare commenti anche molto intimi e privati. Le persone con cui ho a che fare io, per fortuna, sono sensibili. E non mi è capitato spesso di ritrovarmi in situazioni del genere».
Tu hai scritto anche un libro, Per tutto il resto dei miei sbagli. È una cosa che ti piace, la scrittura? Ci ritorni spesso?
«Abbastanza spesso. Nella mia vita ci sono diversi momenti di solitudine ed è una solitudine ricercata: mi piace stare da sola. Ma non ho un metodo. Non mi metto ogni giorno alla scrivania. L’ho fatto quando ho scritto il romanzo e lo spettacolo, perché avevo una scadenza, ma di solito scrivo quando ho voglia. Ed è una cosa che attraversa fasi differenti».
Ti capita mai di rivedere i tuoi vecchi video?
«Mi capita sì, e chiaramente vanno contestualizzati nel periodo in cui sono usciti. Ma non ho nessuna difficoltà nel rivederli. Mi riguardo con una certa tenerezza: sono curiosa di vedere come sono cambiata negli anni. Non mi rivedo spessissimo: lo faccio se qualcuno me li rimanda o se mi ricapitano davanti per caso».
Domanda della torre: Il signore degli anelli o Harry Potter?
«Tu vuoi crearmi dei nemici... (ride, ndr) Salverei Harry Potter. Ci sono cresciuta. Ho letto i libri, e ho visto i film. Il signore degli anelli lo amo, soprattutto la trilogia di Peter Jackson; ma non ho mai recuperato i libri».
Claudio Di Biagio o Guglielmo Scilla?
«Non potrei buttare giù nessuno dei due. Al massimo mi butto giù io. (ride, ndr) Per me sono quasi un’unica entità. Non riesco a dividerli».
Che cos’è l’amicizia?
«Uno dei punti cardine della mia vita. Sono stata fortunata, e questo lo riconosco tranquillamente. Ho incontrato tantissimi amici straordinari. Quelli che frequento ancora oggi li conosco da veramente tanto tempo. Non sono mai stata una da grandi compagnie. Ho sempre potuto contare i miei amici sulle dita delle mani. Alcuni li ho conosciuti, pensa, alle elementari. Altri come Guglielmo, Claudio e Alice (Venturi, ndr) sono arrivati negli ultimi sei, sette anni, ma sono diventati rapidamente fondamentali. Io, poi, sono una persona abbastanza influenzabile...»
Ed è un male?
«Ha sicuramente dei lati negativi, ma nelle amicizie per me è importante sentire il parere degli altri. E ho la fortuna, te lo ripeto, di avere accanto delle persone intelligenti. L’amicizia, nella mia vita, mi ha aiutato molto».
In cosa?
«Nel fare le scelte giuste».
Chi è la prima persona che chiami quando hai bisogno di un consiglio?
«Ci sono amici diversi. C’è quello con cui passeresti tutte le serate, e c’è quello che ti dà sempre ottimi consigli. Poi c’è l'amico pronto ad aiutarti nei momenti di difficoltà. Se avessi bisogno di un consiglio estemporaneo, sul momento, chiamerei o Alice, perché è la mia migliore amica e su alcune cose mi fido ciecamente di lei, o Claudio, che ha una sensibilità profonda e con cui mi sento veramente affine. Dipende dal consiglio di cui ho bisogno».
E Guglielmo?
«Guglielmo non risponderebbe al telefono, sarebbe una chiamata a vuoto (ride, ndr)».
Come si riconoscono le scelte giuste e, di conseguenza, i momenti che ci definiscono?
«Nella mia vita personale, ti direi che i momenti in cui riesco a crescere sono quelli in cui riesco a guardare una cosa, che magari pensavo di conoscere, da un altro punto di vista. Uno completamente nuovo. E questi momenti arrivano quando parli con gli altri, quando stai ad ascoltare. E ascoltare è una scelta giusta».
Dov’è casa?
«Ho avuto una vita molto nomade. Mi sono spostata tanto, un po’ per lavoro e un po’ per le mie relazioni. Forse per me casa rimane Monza. Negli ultimi anni, ho imparato a vivere molto anche Milano. Però casa è quella dove sono cresciuta, è quella dei miei genitori. E a Monza, al di là delle quattro mura, ho passato la mia infanzia: la conosco e mi sento a mio agio».
Come hanno reagito i tuoi genitori quando hai detto di voler fare la content creator?
«È stata una conversazione molto tranquilla... Ma in realtà, ecco, non è stata nemmeno una vera conversazione. Ho scelto questa strada quando ho finito gli studi, quando stavo scrivendo la tesi. Quindi il mio dovere, diciamo così, lo avevo fatto. Vengo da una famiglia di medici, come ti dicevo, e lo studio ha sempre avuto un ruolo importante. Ma anche se avessi lasciato gli studi per seguire questo percorso, i miei genitori sarebbero stati molto contenti».
Contenti come?
«Mia madre ha capito subito che potevo fare qualcosa di più creativo. Guardava i miei primi video, dei montaggi di viaggi, con grande orgoglio. E mi ripeteva sempre la stessa cosa».
Cosa?
«“Vai avanti, devi continuare”. In un certo senso è stata la mia prima sostenitrice. E poi quando studiavo i miei genitori notavano che dentro di me c’era qualcosa di spento. Ero quasi triste. Dopo la laurea, quando ho detto di voler fare questo lavoro, sono stati contenti perché finalmente sembravo felice».
Prima mi parlavi dei tuoi spettacoli in teatro. Che sensazione è quella che si sente prima di andare in scena?
«Il mio primo tour, da questo punto di vista, è stato un bagno di sangue. Perché sono una persona molto ansiosa. E il primo tour è stato proprio, come dire… hardcore. Prima di salire sul palco, sentivo ansia e paura, mi veniva da vomitare».
Di che cosa avevi paura?
«Di deludere le aspettative delle persone, di non essere quello che si aspettavano. Avevo paura di dimenticare le mie battute, e avevo paura del dopo: come sarei andata avanti?»
Sei riuscita a trovare un equilibrio?
«Ci sono riuscita mettendo tutto in prospettiva. Se mi fossi dimenticata un pezzo del monologo, non lo avrebbe saputo nessuno: era il mio monologo, dopotutto».
Ti è servita questa paura?
«Tantissimo, e credo che si sia visto durante il secondo tour. Ero sempre in ansia, per carità. Ma si trattava dell’ansia giusta: quella che ti tiene attiva, che ti sveglia, che ti dà la spinta per andare avanti. Non sarò mai una di quelle persone che prima di salire sul palco sono tranquille».
L’ansia non va via nemmeno una volta che sei sul palco?
«Dopo i primi dieci, quindici minuti, sì, va via. Ed è una sensazione bellissima. Perché capisci che puoi finalmente vivere il momento. Le date nei teatri sono uno dei ricordi più belli di questi dieci anni di lavoro».
Che cosa hai capito di te stessa durante i tour?
«Quando ho deciso di fare il primo tour, ne ho parlato con la mia terapeuta. E lei è rimasta molto sorpresa. Conoscendomi, sa quanto è difficile per me gestire l’ansia».
E che cosa ti ha detto?
«“Sei sicura?” (ride, ndr)»
E tu che cosa le hai risposto?
«Che non lo sapevo, che era difficile avere qualunque tipo di certezza. Ma che ci volevo comunque provare».
Perché?
«Per mettermi alla prova e per capire se, effettivamente, ero in grado di gestire la mia ansia. E devo dire che, sotto questo punto di vista, è stata una bella scoperta. Non è stato facile, per carità. Però piano piano ho trovato un controllo e un equilibrio. Mi sono riscoperta coraggiosa e intraprendente».
Quanto è difficile prendersi una pausa?
«Nel mio lavoro è abbastanza difficile. Perché hai sempre quella vocina nella testa che ti ripete che se non pubblichi niente la gente si dimenticherà di te, che l’algoritmo ti penalizzerà, che finirai in coda. È un lavoro che devi imparare a gestire. Negli ultimi due anni, ho provato a crearmi dei momenti in cui rallentare. Non delle vere e proprie pause, perché non ci riuscirei. Però provo a tenere lontana la paura di essere dimenticata».
Come si affronta questa paura?
«Non credo che ci sia una risposta assoluta. So che è importante ricordarsi che chi ci segue ed è davvero interessato a noi ci sarà anche dopo. Vale la pena perdere qualche follower per vivere la vita vera».
Che cos’è la “vita vera”?
«Coltivare gli affetti e le amicizie; viaggiare. Prendersi dei momenti in cui non si cede alla voglia di scattare una foto per condividerla con gli altri. La vita vera è quella semplice, fatta di piccole cose, calata nel singolo momento. Non ti chiede di prendere appunti. La vita vera comincia quando riesci a staccare».
Scattare una foto o fare un video fanno un po’ da scudo? Ti permettono, in qualche modo, di trovare una distanza dalle cose?
«In un certo senso sì, perché quando fai un video sei tu che decidi che cosa mostrare e che cosa no. Ed è anche un filtro protettivo, se vuoi: perché sei sempre tu a scegliere che cosa riprendere e che cosa condividere. Nella produzione dei contenuti si crea sempre questa distanza».
Però?
«Però fino a un certo punto. Non è una cosa che mi capita di fare partendo da un calcolo».
Qual è il tuo colore preferito?
«L’arancione e il verde. Sono due colori che mi rappresentano molto: l’arancione è solare, e il verde rispecchia una certa serenità. L’arancione è mia madre, il verde mio padre. Una ama il sole e il mare, l’altro la montagna».
Chi è il critico più feroce?
«Dipende dalle persone, ovviamente. Nel mio caso, sono sicuramente io: non mi perdono mai nulla».
Quanto fa bene sfogare la rabbia?
«Non sono mai stata una persona da grandi conflitti. Credo molto nel dialogo, ed è difficile che arrivi allo scontro. Non mi piace litigare e non mi piace alzare la voce. Non ho mai visto nella rabbia qualcosa di troppo positivo. Forse può essere liberatoria, ma si porta dietro tutta una serie di criticità di cui non sono una grande fan».
E invece quanto può essere utile il pianto?
«Io sono una frignona, e piangere per me è sempre stata una valvola di sfogo estremamente liberatoria. Molto più di alzare la voce. Piango quando sono triste e quando sono felice; piango anche quando sono arrabbiata».
Che rapporto hai con la memoria?
«A casa mia c’è uno scaffale pieno di album di fotografie. Sono una persona nostalgica e molto malinconica. È una cosa che ho ereditato dalla mia famiglia: abbiamo album, video, VHS. Adoro vedere i vecchi filmati. Mi piacerebbe tantissimo viaggiare nel tempo».
Controindicazioni della nostalgia?
«Non sempre ripensare al passato fa bene. Ogni tanto i ricordi portano con sé un velo di tristezza».
Foto di Francesco Ormando. Grafica di Manuel Bruno.