di Gianmaria Tammaro
La decisione di recitare, il liceo come una costrizione; i primi ruoli e la prima tournée in teatro. La politica dell’attore e la differenza profonda tra mestiere e arte. E poi i registi che si incontrano, la responsabilità che si sente e l’importanza della tecnica. Dal palcoscenico al set cinematografico, passando per la serialità televisiva. L’intervista.

Dice Francesco Russo che non ha scelto di recitare, che è una cosa che, in un modo o nell’altro, ha sempre fatto. Ricorda la prima tournée a cui ha preso parte, quando aveva appena quindici anni; ricorda l’impegno e la voglia di mettersi alla prova, e ricorda anche la frustrazione per essere stato costretto ad andare a scuola quando gli sembrava di aver capito che cosa fare. Ha studiato alla Silvio D’Amico, in quella che – spiega – rimane una bolla nella bolla, fatta di una preparazione e di incontri privilegiati, e negli ultimi anni ha preso parte ad alcuni dei progetti più apprezzati dalla critica e dal pubblico.
In questi giorni è al cinema con Cena di classe, il film diretto e co-scritto da Francesco Mandelli e distribuito da Medusa. Francesco non crede che ci sia solamente una cosa importante per un attore. Pensa che ce ne siano diverse. A lui piace riuscire a far ridere gli altri. C’è una differenza, spiega, tra arte e mestiere. Ed è una differenza che ha a che fare con la libertà e con la creatività. Se guarda al suo futuro, Francesco pensa alla possibilità di dividersi tra altri ruoli e altre arti, dalla regia alla produzione. I periodi che separano i vari progetti, queste pause che a volte sono imposte e altre volte necessarie, portano con sé una grande occasione: quella, cioè, di poter riflettere su sé stessi e su quello che si sta facendo. La politica dell’attore, dice Francesco, non deve per forza veicolare messaggi; la politica dell’attore cerca lo scontro, la rottura e il confronto.

In questi ultimi anni, hai lavorato moltissimo. Penso a M – Il figlio del secolo, a Call my agent e anche a Portobello, disponibile su HBO Max.
«Ci pensavo poco fa, sai? Dopo la pandemia, dal 2020 in poi, ho avuto anni veramente pieni di lavoro, con pochissimi mesi liberi. Forse è dipeso anche dalla fortuna e dalle coincidenze. Ma non mi sono fermato. Anche con il teatro ho continuato, e ho provato a fare delle cose mie. Ed è stato indubbiamente un bel periodo».
Che cosa si prova, invece, quando si è in pausa?
«Dipende».
Da che cosa?
«Se si tratta di una pausa tra due progetti, non è una vera pausa perché si trasforma in un periodo di preparazione per il prossimo ruolo. Quando, invece, c’è una vera e propria pausa nel nostro lavoro – che, se me lo chiedi, per me è più un’arte – ognuno di noi reagisce a modo proprio».
Tu come reagisci?
«Indubbiamente è qualcosa con cui bisogna fare i conti. Io lo faccio cercando di creare, di portare avanti dei progetti miei. La vivo, insomma, come un’occasione».
Che differenza c’è tra lavoro e arte?
«Il lavoro, anche quando lo facciamo con piacere, ha dei tempi e delle scadenze precise; e soprattutto ci chiede un impegno particolare, costante, con un procedimento più o meno sempre uguale».
L’arte, invece?
«L’arte richiede una partecipazione differente: sei tu che devi creare, con o senza mecenate; sei tu che devi ritagliarti il tuo spazio e che devi difenderlo. L’arte non passa mai, non ha una data di scadenza. Puoi avere novant’anni ed essere ancora impegnato, ogni giorno, nella creazione della tua arte. L’arte si basa sulla comunicazione con gli altri. Non è un servizio diretto, e non deve avere per forza uno scopo sociale: può anche avere l’obiettivo di intrattenere e basta, e si può fondare unicamente su quella che potremmo definire “esperienza estetica”».
L’arte non diventa mai un lavoro?
«Certo, e si può affrontare proprio come se fosse un lavoro. Quindi come dei professionisti. Però ci mentiamo un po’, secondo me, quando ci diciamo che è propriamente un lavoro. Non è un lavoro né da impiegati né da liberi professionisti: è un’altra cosa».
Come si riconosce il progetto giusto?
«Prima di rispondere a questa domanda, credo che dobbiamo fare un passo indietro. E dire un’altra cosa».
Cosa?
«Che cosa intendiamo per progetto giusto».
Dimmi.
«Per alcuni, per molti miei colleghi, il progetto giusto è quello che ha successo, o che ha un certo potenziale di successo, oppure che può vincere premi. Medaglie e plebisciti, ecco. (ride, ndr) Ed è una cosa, forse, che si può riconoscere abbastanza facilmente. Dipende da come ci si approccia. Poi c’è il progetto giusto che ha a che fare con quello che si vuole comunicare. E questo è più difficile da trovare. Mi capita spesso di lavorare con la casualità. E quindi non è che lo scelgo, il prossimo progetto. Nella mia vita ho deciso di fare una cosa sola. Per il resto mi affido molto a quello che mi succede e che mi capita. In questo modo posso vivere esperienze diverse».
Per te in che cosa consiste il “progetto giusto”?
«In quello che ti dicevo prima: nella sua capacità di comunicare con gli spettatori. Può essere provocazione, può essere intrattenimento e può offrire un punto di vista personale su un determinato argomento. Insomma, è fondamentale non dimenticarsi né di chi ci guarda né tantomeno di noi stessi e di quello che vogliamo restituire».
C’è il rischio di un cortocircuito quando si pensa troppo al pubblico?
«Io non credo che si possa parlare di “piacere”, quando si parla di pubblico. Non ha senso limitarsi al narcisismo. Quello che conta è la dialettica: dire qualcosa, prendere una posizione ed essere pronti a discuterne».
Esiste una politica dell’attore?
«Può esserci, sì. Così come può esserci una responsabilità dell’attore. Anche la scelta di non lavorare, di rimanere fermi, può essere vista come una scelta politica, con un suo peso e un suo significato. Non credo, però, che la politica dell’attore debba essere un’espressione nitida e chiara di una propria posizione sociale. Semmai, è il contrario. L’attore deve cercare lo scontro. È fondamentale fotografare ciò che conosciamo e metterlo in discussione, mostrando quello che, di solito, non viene mostrato. Questa, per me, è la vera politica. Mettersi davanti allo specchio, non puntare il dito contro i cattivi o eleggere i buoni. Quella è una cosa che compete ad altri, non a noi attori».
Quanti tipi di registi ci sono?
«Ci sono quelli che tengono a sé stessi e quelli che tengono a te, e tra quelli che tengono a te ci sono quelli che ti vedono come uno strumento: sei come la fotografia, come i costumi e il mix audio; servi per raggiungere uno scopo, che è il film. E secondo me è normale. Un po’ com’è normale dividere gli attori tra quelli che tengono a sé stessi... e quelli che tengono a sé stessi (ride, ndr)».
Ti è capitato di incontrare più registi attenti a sé stessi o agli attori?
«In questo ti devo dire la verità: sono stato molto fortunato. Negli anni, ho preso parte a progetti in cui i registi si sono sempre impegnati nel creare un legame, una comunicazione, con il pubblico. Alcuni li citavi anche tu prima: M e Call my agent; poi c’è stato A classic horror story, che si è trasformato in una riflessione continua sul senso dell’horror».
Qual è la differenza sostanziale che c’è tra andare in scena a teatro e recitare su un set?
«Ci sono tante differenze, in realtà. Ma non si basano assolutamente sulla recitazione».
In che senso?
«Non credo che esistano una recitazione più teatrale e una più cinematografica. Forse esiste una differenza sul tipo di comunicazione, di approccio, che hanno il teatro e i film. Nel cinema, lo sguardo dello spettatore è guidato e fortemente condizionato da quello che il regista vuole far vedere; in teatro, invece, lo sguardo dello spettatore è completamente libero. E l’attore ha la possibilità di uccidere e stravolgere il testo. Insomma, in teatro il pubblico ha un ruolo attivo, è quasi un altro attore; nell’audiovisivo ha un ruolo più passivo».
Che cosa rende bravo un attore di teatro?
«Il bravo attore di teatro è quello che riesce a recitare con il respiro del pubblico, quindi adattando il ritmo delle sue intonazioni e delle sue battute a quello che succede davanti a lui. Le prove servono per prepararsi a quel momento. Perché sì, è vero, è buona la prima. Ma è vero anche che ci sono trenta giorni di prove. Il cattivo attore di teatro è quello che usa le prove per congelare, per fermare, quello che deve fare e che poi, una volta in scena, tende quasi a ignorare il pubblico».
Nel cinema che cosa conta?
«Il singolo attimo. Le immagini tendono ad avere un impatto differente, anche perché sono riprese in un certo modo, con un’attenzione particolare per determinati elementi. Non c’è spazio per nascondersi».
Passa mai la paura prima di andare in scena in teatro?
«Io ce l’ho sempre. (ride, ndr) Sono costantemente agitato. Ma ho anche un mio schema, che costruisco durante le prove e a cui tendo ad aggrapparmi. Mi offro agli spettatori, mi rivolgo a loro. È così che scarico questa energia. Oppure lo faccio in scena, ma non è sempre corretto. Dipende dal personaggio e dagli altri. A volte, quell’ansia serve, è importante averla, proprio per esprimere qualcosa. Io provo a liberarmi di me stesso».
E sul set?
«Nemmeno sul set mi passa l’ansia. I primi giorni, soprattutto durante la preparazione di un film, sono sempre agitato».
Che cosa ricordi della tua adolescenza?
«Forse sarò banale, ma ricordo che recitavo tantissimo. A quindici anni prendevo il treno, venivo a Roma e seguivo le prove di una compagnia. Ricordo la mia prima tournée. E ricordo lo studio come un’imposizione. Non andavo male a scuola, intendiamoci. Ma non andavo nemmeno bene. Mi ricordo che durante il liceo mi facevo sempre la stessa domanda».
Quale?
«“Ma se io so già che cosa voglio fare, se so già chi voglio essere, perché devo stare qui?” Volevo liberarmi dallo studio. A scuola non ero molto bravo a tradurre: ho fatto il classico. Oggi, invece, sono un grande appassionato di letteratura latina. C’è stato questo scatto appena ho smesso di studiarla. Poi certo, ci sono state le solite cose dell’adolescenza: gli amori, gli amici; la scoperta della notte».
I tuoi genitori vengono da questo mondo?
«No, no. Zero. Mio padre è un geologo in pensione, mentre mia madre faceva l’impiegata per la ASL. Ci sono capitato per caso, in questo mondo. I miei genitori mi hanno sempre sostenuto e mi hanno lasciato fare quello che volevo».
Come hanno reagito quando hai detto di voler fare l’attore?
«Ero piccolissimo. Avranno reagito con una risata. Io però ero convinto, veramente convinto. Non vedevo alternative. E questa cosa loro l’hanno capita».
Hai studiato alla Silvio D’Amico.
«Sì».
Ed è un po’ una bolla quella dimensione?
«Certo. E poi fai parte di un gruppo privilegiato, che ha una preparazione privilegiata e fa incontri privilegiati… Sei in un gruppo che, in un certo senso, comincia a sentirsi un po’ ‘sto cazzo... (ride, ndr) Ma è una cosa normale, succede in tutte le scuole. Poi, però, quando l’Accademia finisce vieni ributtato in strada e ti ritrovi faccia a faccia con la realtà. E alcuni cominciano a lavorare, mentre altri fanno più fatica. In generale, mi pare che sia proprio questo mondo a essere una bolla. Ci sono persone che fanno finta di non conoscersi perché fanno due cinema diversi: chi fa cinema più commerciale e chi fa cinema più autoriale».
Tu che pensi?
«Che non è vero, che non c’è questa grande differenza. E sono bolle, come ti dicevo: sono bolle anche quelle. Noi non siamo come il Nord America o altri paesi. E ti dico la verità: non mi interessa».
No?
«No, perché fare questo lavoro significa offrire anche qualcosa agli altri, come un servizio culturale. In generale, mi pare che sia tutto una bolla. E che viviamo lontano dalla realtà. E questo continuo guardarsi all’ombelico può essere un rischio».
Qual è la cosa più importante per un attore?
«Non lo so. Ci sono tante cose importanti, e dipende dal singolo attore. C’è chi dice che è importante essere naturali e c’è chi pensa che sia fondamentale studiare il testo».
Secondo te, invece?
«Forse è importante capire il tempo. E fare i conti con il tempo vuoto e con il tempo libero. E capire che è una fortuna avere del tempo libero».
Avere troppa libertà, troppo controllo, può diventare un limite?
«Tutto quello che è portato all’estremo può diventare un limite. Però, in questo mondo governato da ritmi dettati dall’esterno, noi attori possiamo abbracciare totalmente la libertà».
Tu perché fai l’attore?
«Non te lo so dire. All’inizio, forse, lo facevo perché volevo sfogarmi. In parte, continuo a sfogarmi anche oggi. Una cosa che indubbiamente mi piace è far ridere gli altri. E quando ci riesco, non ti nascondo di essere contento».
È vero quello che si dice, che è molto più facile far piangere che far ridere?
«Ma no, non è vero. Sono due cose ugualmente difficili. Ci sono dei momenti finti, costruiti, che cercano le risate o la commozione».
Qual è la cosa che ti fa ridere di più?
«Le facce di chi partecipa a incontri istituzionali: le conferenze, i matrimoni; le occasioni ufficiali. Le trovo esilaranti».
E invece qual è la cosa che ti commuove di più?
«Non lo so. Però ti posso dire qualche film che mi ha commosso».
Dimmi.
«Il tempo che ci vuole di Francesca Comencini. Ero andato al cinema con molti pregiudizi, e invece mi sono dovuto ricredere: mi ha colpito moltissimo. E sì, mi ha commosso. C’era una chimica tra Fabrizio Gifuni e Romana Maggiora Vergano veramente bella. Però non ti so dire con precisione perché ho pianto. Il pianto, dopotutto, rimane una cosa irrazionale. Un altro film che mi commuove sempre è La vita è meravigliosa di Frank Capra, soprattutto sul finale».
Quanto è importante commuoversi?
«È quello che ci distingue dagli altri elementi della natura, è ciò che ci definisce come esseri umani».
Quanto è difficile trovare la giusta chimica sul set?
«Sicuramente non è facile. Quando devo trovare una chimica con l’esterno, come in Portobello dove ho lavorato con il pubblico, è fondamentale l’aiuto di quello che ti circonda. Spesso, però, il fuoco dove catalizzare l’energia è molto più intimo e personale. E allora devi riuscire, come diceva Stanislavskij, a trovare la solitudine in pubblico, che è una cosa difficilissima. Almeno per me. Ci sono dei colleghi che lo sanno fare subito».
Che cosa si prova quando si trova questo fuoco?
«Il fuoco lo trovi proprio quando non te ne rendi conto, secondo me. E quindi descrivertelo non è possibile. Quando lo raggiungi, lo fai quasi senza pensarci, in modo istintivo».
Talento o tecnica?
«Tecnica. Il talento ce l’hanno tantissime persone».
Oppure pensano di averlo?
«No, no. Ce l’hanno, ce l’hanno. Recitare è una cosa che, prima o poi, facciamo tutti. Il talento della recitazione è innato in molte persone, e coincide con un altro talento».
Quale?
«Quello della mimesi: il bambino imita il padre e la madre; l’allievo imita il maestro. Quello che fa la differenza è la tecnica».
In che cosa fa la differenza?
«Dà la capacità di canalizzare le emozioni, quello che si vuole fare. La tecnica ti dà la possibilità di scegliere, di essere altro».
Tu, ora, che cosa hai scelto di fare e di essere?
«Io vorrei essere sia libero di poter scegliere, e non credo ancora di esserlo, sia libero di potermi impegnare in ruoli differenti».
Che cosa ti interessa?
«Poter conoscere e vivere altre arti, oltre ovviamente alla mia».
Foto di Alessandro Rabboni. Grafica di Manuel Bruno.