di Gianmaria Tammaro
L’esperienza di Un anno di scuola, il film di Laura Samani al cinema dal 9 aprile con Lucky Red. Il trasferimento in Italia, a Trieste, e l’incontro con gli altri attori. La decisione di recitare e la dimensione profonda della solitudine. La famiglia, gli amici, la voglia di interpretare personaggi diversi. I ricordi dell’infanzia, quando andava all’asilo, e quello che ha imparato su sé stessa. L’importanza della lingua e della sua musicalità, le differenze tra cinema e teatro. L’intervista.

Dice Stella Wendick che trasferirsi a Trieste per le riprese di Un anno di scuola di Laura Samani, al cinema dal 9 aprile con Lucky Red, è stato difficile. Almeno all’inizio. Poi, con il tempo, ha raggiunto un nuovo equilibrio e, soprattutto, ha stretto legami importanti. Ha trovato una famiglia e degli amici; ha conosciuto un mondo, quello del set, che fino a poco prima non aveva mai frequentato. E ha capito come muoversi, adattarsi e calarsi nelle diverse situazioni. In Un anno di scuola interpreta Fred, una studentessa svedese che si trasferisce in Italia, che deve frequentare l’ultimo anno di scuola e che si ritrova in una classe composta unicamente da ragazzi. Un anno di scuola è qualcosa di più di un coming of age: è il ritratto di una città e di una dimensione, è pieno di amore e di intensità, e si affida a un gruppo di giovanissimi attori.
Stella ha imparato l’italiano perché, mi spiega, voleva integrarsi: e per integrarsi era fondamentale immergersi completamente nella cultura e nel clima di Trieste. Quando le chiedo se ci sono dei punti in comune tra la città italiana e Stoccolma, mi risponde di no, che Stoccolma è una città strana: una capitale europea ma piccola, con gli abitanti che si comportano come se si trovassero in una metropoli. Per certe cose le piace di più Trieste. Perché è accogliente.
Se ha scelto di fare l’attrice, è stato quasi per caso. Durante le superiori ha cominciato a studiare recitazione. Da bambina, quando andava all’asilo, si divertiva con i suoi compagni a mettere in scena piccoli spettacoli, realizzando addirittura i costumi. I suoi genitori si occupano di tutt’altro: suo padre è un giornalista, mentre sua madre è una professoressa. Ora pensa di trasferirsi, ma non sa ancora se a Roma o a Bologna. È convinta della strada che ha preso. Anche se, confessa, il futuro, con le sue incertezze e la sua vacuità, continua a farle paura.

Mi racconti la prima volta che hai sentito parlare di Un anno di scuola?
«Stavo ancora frequentando la scuola di recitazione in Svezia. Qui le scuole sono diverse. Il liceo non dura cinque anni, ma tre. E si possono scegliere dei programmi speciali, come ho fatto io, scegliendo recitazione. Laura (Samani, ndr) cercava una ragazza svedese per il suo film. Ho fatto un po’ di provini con una casting director svedese, senza Laura. E dopo un po’ ci ha raggiunto anche lei. E mi ha provinato. Onestamente? Non pensavo di venire scelta per il personaggio di Fred».
No?
«Di solito, i provini non vanno sempre bene. E sapere che avevo ottenuto il ruolo è stato un vero e proprio shock».
Hai letto la sceneggiatura prima del provino?
«In realtà c’erano solo poche scene, e alcune di queste scene erano diverse rispetto a come, poi, le abbiamo girate. Ovviamente al tempo non c’erano nemmeno gli altri ragazzi. Facevo i provini insieme a persone che non conoscevo».
E che cosa ti ha colpito della storia?
«I personaggi. E poi mi ha colpito il fatto che non fosse la solita storia di ragazzi, con una protagonista triste, che soffre per quello che le fanno gli altri. È una storia in cui è possibile conoscere tutti i lati, tutti gli aspetti, delle persone coinvolte. Mi ha convinto anche il periodo particolare che racconta».
Perché?
«Perché quando sei adolescente vieni attraversato da tantissime emozioni. Ed è difficile e intenso e incredibile. Senti tutto, contemporaneamente».
Questa è stata la tua prima esperienza come attrice?
«Sì, nel cinema sì. Ho partecipato ad alcuni spettacoli teatrali. Ma sono due cose estremamente diverse, e quindi per me è stata un’esperienza nuova».
Quando ti sei trasferita a Triste, com’è andata?
«Ci sono andata una volta ad agosto. Era il 2024. E sono tornata un mese prima delle riprese, per provare con i ragazzi. È stato strano e allo stesso tempo emozionante. Perché era tutto nuovo per me: la lingua, la città, le persone. Sono stati gentili con me. È stato bello».
Hai imparato l’italiano per Un anno di scuola o lo stavi già studiando?
«Sì, l’ho imparato solo per lavoro. All’inizio mi serviva per il personaggio di Fred. Dopo un po’, però, mi sono innamorata così tanto della lingua e della sua musicalità che non ho smesso di studiarla e sono andata avanti. E poi ho capito un’altra cosa».
Quale?
«Ho capito che per integrarmi nella cultura della città, per coglierne tutti gli aspetti e le sfumature, dovevo sapere l’italiano».
Che tipo di rapporto si è creato tra te e gli altri attori? Passavate molto tempo insieme?
«Sì, passavamo molto tempo insieme. È stata Laura a dirci di farlo. Voleva che facessimo davvero amicizia. L’atmosfera è sempre stata molto distesa e accogliente. Siamo diventati fratelli. Il supporto e la sicurezza che mi hanno fatto sentire sono stati veramente importanti per me: ne avevo bisogno».
Interpretando Fred hai scoperto qualcosa su te stessa?
«Ho trovato il mio coraggio. Senza Fred, probabilmente non avrei mai pensato di trasferirmi in una nuova città, in un altro paese. E poi ho imparato che c’è un mondo molto più grande di quello che immaginiamo. Ho imparato l’importanza della lingua, che offre possibilità e accessi a realtà differenti».
Perché hai deciso di recitare?
«Direi che sono sempre stata una persona abbastanza artistica. Mi piace cantare, mi piace la pittura. Ho scelto questa strada di colpo, senza rifletterci molto. Però mi piace tutto quello che ha a che fare con questo mondo. E poi mi piace poter interpretare un’altra persona. Mi incuriosisce».
I tuoi genitori fanno parte del mondo del cinema?
«No. Mia madre è una professoressa e mio padre è un giornalista. Anche loro, però, sono appassionati di arte. In particolare di musica».
Sei figlia unica?
«No, ho un fratello più piccolo».
La tua famiglia ha visto Un anno di scuola?
«Sì, sono venuti alla proiezione di Venezia».
E che cosa ti hanno detto?
«Erano scioccati. Quando mi sono trasferita a Trieste, ero l’unica che parlava un’altra lingua e che in qualche modo veniva da un contesto diverso. In un certo senso ero “sola” nella mia situazione. Sentivo mia madre quasi ogni giorno. Per i miei genitori si è trattato di un momento molto importante. Perché ci tenevano, volevano che io fossi felice. È stata un’esperienza così grande che non sono mai riuscita a raccontare tutto. Quando hanno visto il film, hanno capito esattamente quello che avevo vissuto e provato. A Venezia hanno incontrato tutte le persone con cui avevo lavorato e hanno finalmente capito in quale mondo fossi stata».
Ti hanno incoraggiata?
«Sì, sempre».
Non ci sono mai stati dei dubbi?
«Ovviamente, quando mi hanno preso per il ruolo di Fred, forse i miei genitori hanno avuto un po’ paura. Perché comunque parlavamo di un mondo nuovo, che non conoscevano assolutamente».
Ti manca Trieste?
«Sì, è una città bellissima, che in qualche modo sento anche mia. Non è né troppo grande né troppo piccola. È una città perfetta in cui vivere per quattro mesi».
Ti ricordi il momento in cui hai capito di voler continuare a fare l’attrice? In cui ti sei decisa?
«Più o meno l’ho capito a Venezia, quando c’è stata la presentazione di Un anno di scuola. A teatro fai delle prove, partecipi a uno spettacolo, e poi passi oltre. Con il cinema, invece, devi imparare ad aspettare. E quando ho visto il film, ho capito: è stata un’esperienza così bella che non credo di poter fare altro».
Facciamo un passo indietro. Perché hai deciso di provarci?
«Penso che Fred, in qualche modo, mi somigli. E che sia sempre stata vicina a me, anche quando ho letto la sceneggiatura. Quando ero più piccola, mi sono trasferita in Belgio, a Bruxelles, per tre anni. Non è la stessa storia di Fred, ma ci sono dei punti in comune. E potevo capirla, e Fred mi ha colpito. In un modo completamente diverso rispetto ad altre sceneggiature che avevo letto prima».
Quanto è difficile fidarsi degli altri?
«È difficile quando lo fai per la prima volta. La fiducia ha un peso specifico, sembra quasi un dovere: perché devi fidarti. Ed è difficile farlo anche quando ti piacciono le persone con cui stai lavorando. All’inizio, il set ti sembra un mondo strano, quasi alieno. Le persone ti dicono cose diverse. Ed è un ambiente un po’ stressante. Ma anche per questo è stato bello poter lavorare con una regista come Laura e con gli altri ragazzi».
Se chiudi gli occhi e pensi alla tua infanzia, qual è il primo ricordo che ti viene in mente?
«Mi ricordo quando ero piccola e andavo all’asilo, un asilo internazionale; c’erano tanti bambini. Ci piaceva mettere in scena delle storie, preparare i costumi, fatti di materiali diversi, indossarli; ci piaceva danzare. E questi ricordi fanno parte di me, sono importanti. Perché mi ricordano quanto mi piace giocare con la mia immaginazione».
Mi pare che questa sia una cosa che ritorna anche oggi, facendo l’attrice.
«Sì. (ride, ndr) Direi di sì. Recitare ti permette di entrare in contatto con il bambino che vive dentro di te, e non riguarda solo gli attori o le attrici. Riguarda tutti. Dobbiamo essere meno seri e più pronti a divertirci».
Pensi che talvolta l’empatia possa trasformarsi in un limite o addirittura in un problema?
«Sì e no. Dipende. Penso che ogni cosa, se portata all’estremo, possa fare male. Non solo l’empatia. A volte, devi essere pronta a pensare a te stessa; devi trovare il coraggio per metterti al primo posto. Sono sempre stata pronta a fare di tutto per gli altri, proprio per compiacerli. Quindi parlo con una certa consapevolezza. Però l’empatia è qualcosa che fa parte delle persone, è una caratteristica di cui è impossibile liberarsi. È fondamentale per chi vuole fare questo lavoro».
Come vivi le lunghe pause?
«Anche questo è stato uno shock per me. Specialmente dopo aver lavorato in teatro, dove sei coinvolta dall’inizio alla fine. Con il cinema, no. Prima c’è, sei sul set, stai lavorando; poi non c’è più. E per me è stato ancora più difficile. Perché dopo le riprese sono tornata a Stoccolma, e mi sono sentita isolata. Ho affrontato questo aspetto da sola. Quando però sono andata a Venezia per la presentazione e mi sono ritrovata con gli altri ragazzi, è stato come se non fosse passato nemmeno un giorno: abbiamo ritrovato immediatamente la stessa chimica e la stessa energia».
Che cosa si prova subito prima di andare in scena in teatro?
«In teatro non puoi lasciare nemmeno per un istante il tuo personaggio. Al cinema è diverso, e in un certo senso è anche più difficile. Perché a volte, anzi spesso, fai una scena che è più avanti nella storia e poi devi tornare indietro, all’inizio del film. Devi capire la trama, devi rievocare emozioni e sentimenti precisi; e devi essere pronta a farlo in ogni istante».
In teatro, però, non puoi ripetere.
«Esatto».
È una cosa che mette paura?
«In teatro è importante il pubblico, che è diverso ogni sera. E quindi lo spettacolo si trasforma in continuazione. La paura c’è, ma passa. E la cosa bella del teatro è questa: se senti che è andata male, hai sempre un’altra possibilità. Nel cinema non c’è solo la tua scelta; ci sono le scelte di chi ti dirige, di chi scrive e di chi monta».
Quando ti sei rivista in Un anno di scuola, come ti sei sentita?
«È stato strano. La prima volta che l’ho fatto non sono riuscita a rivedere il film come un film, mi sono concentrata troppo su altre cose. Ho dovuto riguardarlo per godermelo».
Fai fatica a rivederti?
«Non mi piace. E non mi piace la mia faccia sul grande schermo. Con Un anno di scuola è stato diverso, perché lo abbiamo rivisto tutti insieme. E quindi non mi sono concentrata solo su di me o sulla mia faccia».
Prima mi hai detto che quando sei tornata a Stoccolma, dopo le riprese, ti sei sentita isolata. Che rapporto hai con la solitudine?
«Mi piace stare da sola, ma mi piace anche stare con gli altri, in compagnia. E poi credo che ci sia una differenza sostanziale tra essere soli ed essere da soli. Nel primo caso, la solitudine diventa quasi un peso. Quando sono tornata a Stoccolma non mi sentivo triste; mi sentivo vuota. E Stoccolma mi sembrava quasi aliena, è stato strano tornarci proprio in quel momento. Il modo che ho trovato per andare avanti è stato costruire una nuova routine, con nuove abitudini. Ho cominciato a lavorare in un asilo, e ho lavorato ogni giorno, e questo mi ha permesso di smettere di pensare al film e a quello che mi sono lasciata indietro».
È stato difficile trovare un nuovo equilibrio?
«All’inizio sì, perché ovviamente a Trieste ho lavorato, ma ho anche vissuto un’esperienza diversa, vicina al sogno. Tornare a Stoccolma, che è una città fredda e buia, è stato complicato. Poi, però, mi sono abituata».
Che cosa hanno in comune Trieste e Stoccolma?
«Niente. (ride, ndr) Stoccolma rispetto ad altre capitali europee è piuttosto piccola, però le persone hanno una mentalità da grande città. E questo non mi piace, se ti devo dire la verità. Trieste, invece, è più accogliente, più familiare».
Come definiresti “casa”, in questo momento della tua vita?
«Io vivo ancora con i miei genitori, e sono in una fase un po’ particolare. Ho il sogno di trasferirmi di nuovo in Italia. Allo stesso tempo, mi piace la Svezia. Non ci metto molto tempo ad abituarmi. Quando ero a Trieste, era Trieste casa mia. Ora è Stoccolma. Forse tra poco sarà Roma o Bologna».
Se dovessi scegliere una canzone per descrivere il tuo periodo a Trieste, quale sceglieresti?
«C’è una canzone che abbiamo ascoltato in continuazione, soprattutto in macchina... Aspetta, la cerco… Eccola: Dragon Ball Rap. È una canzone che ci ha fatto sentire il nostro acting coach, Alejandro Bonn».
Qual è la cosa più importante per te?
«Le persone che mi circondano: la mia famiglia, i miei amici e il mio fidanzato. Per me le persone sono tutto».
E la tua più grande paura, invece?
«Il futuro. E non ci voglio nemmeno pensare».
E allora cosa resta?
«Vivere nel momento».
Foto di Francesca Ocello. Grafica di Manuel Bruno.