di Gianmaria Tammaro
Dall’infanzia in provincia di Perugia alle estati passate in Inghilterra, vicino a Oxford. Dalla passione per la danza alle lezioni di violino. E poi la scoperta della recitazione, la voglia di provarci seriamente, il Centro Sperimentale, i set e la curiosità profonda per gli altri e per le loro abitudini. Il bisogno di un equilibrio e di una costanza e la consapevolezza che niente dura per sempre. L’intervista.

Alice Lupparelli ha fatto l’esame per il Centro Sperimentale di Cinematografia senza nessuna aspettativa. Dopo una settimana di prova, si è lasciata convincere da quella che oggi è la sua agente e ha deciso di impegnarsi seriamente. Nella recitazione, dice, c’è tutto: c’è la voce, c’è la musicalità; c’è il corpo. Era qualcosa a cui non aveva mai pensato prima, ma che rapidamente è diventato una parte importante della sua vita. E questo per un motivo semplice: ad Alice piace studiare gli altri, le loro abitudini, le motivazioni che portano a prendere determinate scelte. E la recitazione, come l’antropologia, offre un punto di vista privilegiato sul mondo e chi lo abita.
Da bambina, andava spesso in Inghilterra, vicino a Oxford, dove è nata sua madre. Della sua infanzia a Spello, in provincia di Perugia, ricorda i paesaggi immersi nel verde e i pomeriggi passati giocando con i suoi fratelli. Negli anni, ha imparato a vivere il set e a riconoscersi come attrice. Le pause, ammette, le fanno ancora paura, perché è sempre difficile trovare un equilibrio. E se c’è qualcosa di cui oggi sente di avere particolarmente bisogno, è proprio questo: un modo per tenere tutto insieme, ogni cosa, lavoro, vita, aspettative, senza lasciarsi schiacciare dal peso delle responsabilità e dalla voglia di dimostrare qualcosa.
Notte prima degli esami 3.0, al cinema dal 19 marzo, è stata l’ennesima occasione per rivivere una parte della sua adolescenza che, a causa del COVID, non ha potuto godersi appieno. Sempre, però, facendo attenzione. Perché una cosa è il lavoro, un’altra la vita. Ed è importante riuscire a trovare una distanza. Tanto per gli altri quanto, poi, per sé stessi.

Se non sbaglio, sei nata a Spello, in provincia di Perugia.
«Sì, esatto».
Com’è stato crescere in provincia?
«Io vivevo nella campagna di Spello. I ricordi che ho di quel periodo sono tutti, o quasi tutti, immersi nel verde e nella natura. Spello è un paese molto piccolo; finisci per conoscere tutti, anche a scuola. E poi vivere lì è come vivere in un mondo dentro un altro mondo: ci sono poche persone ed è difficile, poi, entrare in contatto con l’esterno e spostarsi. Io ero una bambina a cui, tutto sommato, piaceva rimanere da sola».
Ti trovavi bene con la solitudine?
«Diciamo che non mi pesava. È anche vero, però, che io ho tre fratelli, quindi non sono mai stata veramente sola. (ride, ndr) Mi ricordo che passavamo i pomeriggi in giardino o nei dintorni di casa, giocando insieme».
Tu sei la sorella più piccola?
«No, io sono la seconda. Ho una sorella maggiore e poi, dopo di me, ci sono due maschi».
Quando hai cominciato a danzare e a suonare il violino?
«Ho sempre voluto fare danza. Mia madre però aveva paura che potesse essere un ambiente un po’ rigido. Verso i dodici anni, sono riuscita a convincerla e sono andata alla prima lezione. E me ne sono completamente innamorata».
E hai scoperto un ambiente rigido, come temeva tua madre?
«In realtà no. Ho trovato una seconda casa e ho tantissimi bei ricordi legati a quel periodo».
E il violino?
«Mi ricordo che ero incuriosita dall’indirizzo musicale della scuola di mia sorella. Lei andava alle medie. Vedendola suonare, come tutte le bambine che hanno una sorella più grande, volevo imitarla. E così, intorno alla quarta elementare, ho iniziato anche io a prendere lezioni».
Per quanto tempo sono andate avanti?
«Più o meno sette anni».
Tua madre è di Oxford, giusto?
«Non proprio Oxford, ma sì».
Da bambina andavi spesso in Inghilterra?
«Avevamo l’abitudine di andarci tutte le estati. Anzi, per noi l’estate è sempre stata lì. Crescendo, abbiamo provato a mantenere questa abitudine, almeno per una settimana, ma è diventato sempre più difficile. Ci andiamo di meno, ma comunque ogni tanto ci andiamo. Il paese di mia madre è molto isolato, non c’è moltissimo da fare».
E ti sei sempre sentita a tuo agio in questo paesino?
«Ho vissuto un po’ quel dilemma dei figli che hanno genitori che non sono solo italiani o solo di un paese. Mi sono sempre trovata a metà. Sento un grande richiamo verso l’Inghilterra. Non credo di averla conosciuta davvero, fino in fondo. Da bambina dicevo di essere totalmente italiana».
E ora?
«Ora non sono così netta. Mi piacerebbe molto conoscere quella parte della mia famiglia e, ovviamente, della mia vita».
Quando ti sei trasferita a Roma?
«Subito dopo il liceo. Ho fatto il linguistico. Il provino per il Centro Sperimentale, in qualche modo, è successo: l’ho fatto senza nessuna grande aspettativa».
Venivi da una maturità fatta durante il COVID.
«Non in collegamento ma in presenza. C’era un accesso estremamente limitato. Abbiamo fatto l’orale, con alcuni professori presenti fisicamente e altri, invece, collegati. È stata una maturità particolare; forse meno complicata di tante altre (ride, ndr)».
È stata un’esperienza alienante?
«Ho vissuto il periodo del COVID veramente male. Anche perché è arrivato in un momento particolare, in piena adolescenza, quando non vuoi fare altro che uscire e stare con i tuoi amici».
È stato sempre in quel periodo che hai preso in considerazione la possibilità di fare l’attrice?
«Ho iniziato a rifletterci dopo. Cercavo di capire che cosa fare in futuro. Ma quella della recitazione è diventata una possibilità concreta solamente in un secondo momento».
Quando?
«Quando ho conosciuto la mia attuale agente. È stata lei a consigliarmi di fare una settimana di prova. E solo dopo quella settimana mi sono convinta e ho deciso di provarci seriamente».
E che cos’è, nello specifico, che ti ha convinta?
«La recitazione mi sembrava un’unione di più cose, di più arti. C’era il corpo, c’era la musicalità, c’era la voce. C’era il ritmo. Io sono sempre stata una grande osservatrice: mi sono sempre soffermata sugli altri, sui loro comportamenti e sulle motivazioni che animano le persone. Un po’ come l’antropologia, la recitazione ti permette di studiare l’essere umano. Ed è un aspetto che mi affascina da morire».
E questa fascinazione, oggi, resiste? O è passata?
«No, no. Resiste ancora. E continua a essere la cosa più importante per me».
Stare così attenta agli altri ti ha permesso, in qualche modo, di osservare meglio anche te stessa?
«Ho sempre puntato molto sull’empatia: l’ho cercata negli altri, e l’ho considerata come uno strumento da sfruttare per stare meglio e per vivere appieno la vita. Quindi più che fare una scoperta su me stessa, ho ricevuto una conferma di quello che pensavo. Essere introspettiva e osservatrice ha finito per avere un riscontro effettivo, concreto».
Tu sei timida?
«Lo sono sempre stata, sì. Ma facendo questo mestiere ho capito una cosa».
Cosa?
«Che quando viene chiamata l’azione posso smetterla di vergognarmi, di pensare a me stessa, e posso dimenticare ogni cosa e concentrarmi sul singolo attimo. Forse un effetto su di me c’è stato, ora che ci penso. Forse, rispetto a prima, rispetto a tante altre persone, sono diventata più spigliata. Sempre timida, per carità, ma pronta ad agire».
Ha delle controindicazioni l'empatia?
«Come ogni altra cosa, quando è troppa rischia di diventare un problema».
Nel concreto, che rischio si corre?
«Di sentire tutto a mille, amplificato, in continuazione. E quando è così, diventa difficile affrontare ogni cosa – anche la più piccola. Serve la leggerezza, insieme all’empatia. La leggerezza serve sempre».
Quando hai cominciato a riconoscerti e a presentarti come attrice?
«Molto recentemente. Ho sempre avuto una certa difficoltà nell’ammettere ad alta voce di essere un’attrice. Forse è stato perché ho lavorato di più, perché ho passato più tempo sul set, e quindi ho finito per pensare di avere un impegno abbastanza simile a quello di chi fa un altro lavoro».
C’è stato un momento specifico?
«No, non c’è stato un momento specifico. È stato un processo, diciamo così, più graduale».
Credi che ci sia un limite, nel nostro cinema, per i ruoli scritti per le attrici della tua generazione?
«Sì, ma secondo me dipende molto dall’età. O sei una studentessa, la tipica adolescente arrabbiata, oppure sei già grande. Quello che manca è la via di mezzo: quel momento in cui non sei più un’adolescente ma non sei nemmeno una donna adulta. Ci sono poche storie capaci di cogliere questa via di mezzo, ed è una cosa che mi spaventa un po’».
Da spettatrice, invece, che sensazione hai?
«Ho la sensazione che manchi un racconto della mia generazione e, in particolare, di questa età di cui ti parlavo. L’adolescenza, bene o male, viene affrontata e sviscerata. È quello che si trova tra questi due estremi che viene trascurato».
Tu quando hai capito di essere adulta?
«Quando ho compiuto 23 anni. C’è stato come uno scatto dentro di me e, credimi, mi sono spaventata».
Perché?
«Perché di colpo ho realizzato di non essere più una bambina o una ragazzina. Ho capito che era arrivato il momento di assumersi tutte le responsabilità. Piano piano, però, ho cominciato a infilarmi in queste scarpe. Sto ancora tastando il terreno, ma mi sento sempre più a mio agio».
È difficile trovare una consapevolezza in questa precarietà?
«Credo che alla fine sia impossibile affidarsi completamente a una cosa. E quindi, forse, una vera consapevolezza non c’è, se non quella che niente è duraturo e niente è definitivo. Devi vivere il momento; devi essere pronta ad adeguarti. È una cosa difficile, sì, ma che va accettata: è così che funziona».
Tra i vari ruoli che hai interpretato, a cominciare da quello di Notte prima degli esami 3.0, quante volte hai rivissuto l’adolescenza e il liceo?
«Tre, credo: con Un professore, con Adorazione e, appunto, con Notte prima degli esami».
Diventa una sfida trovare una distanza con la sé stessa adolescente se poi, così di frequente, devi tornare a interpretare una ragazza di quell’età?
«Non direi. Parliamo di una rappresentazione, di un momento; non rivivo effettivamente la scuola o l’adolescenza. Certo, sul set tendo a immedesimarmi. Ma in un certo senso resiste anche una distanza, perché certe dinamiche, quando ero a scuola, le ho vissute veramente male. E quindi sono io stessa a darmi un limite».
Come vivi le pause tra un progetto e l’altro?
«Mettono sempre paura, le pause. Perché finisci per paragonarti con altri lavori, con altri amici, e per pensare alla precarietà economica. Non è così immediato trovare una stabilità. Ci vuole tempo. Anche per trovare una costanza mentale. Io ho scelto un lavoro che mi rappresenta molto, perché anche io sono così: o tutto o niente; non mi piacciono le cose a metà. Allo stesso tempo, però, può diventare un problema. Sono sempre felice quando lavoro, e quando sono ferma fatico tanto a tenermi impegnata e a capire che cosa fare ogni giorno».
Continui a fare danza?
«L’ho ripresa da poco, dopo tanti anni di pausa. Ed è sicuramente una di quelle cose che mi aiutano a tenermi impegnata e a non pensare a questa precarietà di cui parlavamo prima. Mi mancava da morire, la danza. Credimi. È uno dei miei grandi amori».
E la musica?
«La musica no, non l’ho ripresa. E poi il violino è molto difficile, devi essere seguita se lo vuoi studiare. E ora come ora non riuscirei a essere costante. E se devo dirla tutta, le lezioni costicchiano».
Qual è la cosa più importante nella danza, l’istinto o la tecnica?
«Tutte e due sono importanti. E lo stesso vale anche nella recitazione. L’istinto serve per essere sé stessi, ma la tecnica ti aiuta a trovare la tua forma e a essere sempre in controllo, anche quando sei in difficoltà. Si compensano e si sostengono a vicenda».
La danza ti ha aiutato con la disciplina?
«Assolutamente sì. Soprattutto per una questione di musicalità e di tempi, e di portamento. E poi nell’uso del corpo come strumento per trasmettere qualcosa a chi mi guarda. La disciplina è anche mentale, non solo fisica».
Balli solo a lezione o anche da sola?
«A volte mi capita di ballare anche da sola, sì. Però più che ballare, mi aiuta molto fare lo stretching a casa. È una delle poche cose che riescono a rilassarmi e a farmi stare bene con me stessa».
Ti capita mai di sognare in inglese?
«Mi capita sì: mi capita soprattutto nel periodo in cui torno in Inghilterra o ci sto per tornare. In generale, però, sogno di più in italiano».
Ti piace rivederti nei film e nelle serie?
«No, faccio una fatica enorme. Rivedo tutto, per carità, specie quando sono con gli altri. Però sono molto autocritica, non mi godo niente come dovrei».
Ci sono dei momenti in cui riesci a essere soddisfatta?
«Difficile. Penso sempre a quello che avrei potuto fare meglio. Non sono mai soddisfatta, non al 100%».
È così sempre o solo sul lavoro?
«Tendo a essere sempre così. Non so dirti se in passato è successo di più o di meno. Non sono una bacchettona, ecco. E non mi sembra nemmeno una cosa così negativa: è un modo per impegnarsi a fare meglio, secondo me».
Quando è stata l’ultima volta che hai visto La La Land?
«Ti direi che è passato un po’ di tempo... Oddio, è grave. Gravissimo. Ogni volta che lo trovo in televisione, mi fermo. Forse sai, l’ultima volta che l’ho visto è stato un mese fa, a casa in Umbria».
Non è molto tempo, un mese.
«Forse no, ma è uno di quei film importanti per me».
Vederlo oggi è diverso rispetto alla prima volta che lo hai visto?
«In un certo senso sì, adesso sto attenta ad altre cose come attrice. Però ci sono di mezzo anche la vita e la mia visione come persona, con le esperienze che ho avuto».
Secondo te il personaggio di Emma Stone, Mia, ha fatto bene a seguire la sua carriera?
«Eh... (ride, ndr) Sì, ha fatto bene. Quel film mi piace veramente tanto, mi fa riflettere su molte cose: su quello che è un sogno, sui compromessi, sulla vita quotidiana. Mi ha sempre lasciato con un sacco di domande».
Sei mai dovuta scendere a compromessi?
«Ti dico di sì perché quello che vorrei fare, quello che mi piacerebbe davvero fare, non l’ho ancora fatto. Il compromesso sta nel seguire una strada fatta di tanti passaggi, passaggi necessari, che bisogna attraversare e che alla fine ti arricchiscono. Quindi compromessi sì, ma solo fino a un certo punto: perché con il senno di poi ne riconosco il valore e l’importanza».
Colazione italiana o inglese?
«Italiana. Sono abituata così. Quella inglese, dai, è buonissima, ma è un po’ pesante».
Hai mai pensato di lavorare fuori, all’estero?
«Ci ho pensato spesso, sì. È uno degli obiettivi che mi sono data».
E hai mai pensato di andartene?
«Io sono molto aperta. Se dovesse essere necessario, lo farei. Non dico di no a niente. Non ti nascondo, però, che ormai Roma la sento un po’ come casa».
Qual è la cosa più importante per te in questo momento?
«Trovare un equilibrio. Sotto tutti i punti di vista. Non solo nel lavoro ma anche nella mia vita. Sono sempre stata una persona poco equilibrata, e mi sto impegnando per cambiare. In questo periodo è una cosa che mi sta particolarmente a cuore».
Quanto è utile sfogare la rabbia?
«Molto. Se non la sfoghi, viene fuori in altri modi e quasi sempre sono modi sbagliati».
È facile affidarsi agli altri e alla loro visione su un set?
«È una cosa che ho faticato a fare, non te lo nascondo. Però, a suo modo, può essere un’esperienza salvifica».
Affidarsi agli altri nella vita di ogni giorno, invece, è più facile?
«È sempre difficile».
C’è un modo per superare questa difficoltà?
«Un modo universale no, non credo...»
Tu che modo hai trovato?
«Buttarsi. Provarci comunque. Ed essere sempre pronti, in un secondo momento, a ricredersi».
La verità, allora, qual è?
«Che non si può pensare di essere sempre in controllo, in ogni situazione. E che non ha senso partire prevenuti».
Foto di Gioele Vettraino. Grafica di Manuel Bruno.