di Gianmaria Tammaro
Dalla danza alla recitazione, dalla prima volta lontano da casa alla decisione di trasferirsi definitivamente, intorno ai diciassette anni. Il lavoro dell’attrice e quello dell’insegnante. Il sacrificio dei genitori e l’importanza di non esporsi troppo sui social, per creare una distanza tra sé e i personaggi che si interpretano. Il successo de La preside e i dubbi sul futuro. L’intervista.

Brunella Cacciuni ha lasciato casa quando aveva quattordici anni. Lo ha fatto per la danza. Rapidamente, ha imparato a trovare un nuovo equilibrio. Prima con sua madre, poi insieme a un gruppo di ragazze con cui ha condiviso l’adolescenza. Intorno ai diciassette anni, si è trasferita di nuovo, questa volta però da sola. Brunella mi dice che le piace la solitudine, che in qualche modo la trova rinvigorente: quando si è soli si può pensare, e quando si può pensare c’è la possibilità di ascoltarsi, di ritrovare il proprio centro e, cosa ancora più importante, la propria voce.
Crescendo, Brunella ha dovuto fare delle scelte. Dalla danza è passata alla recitazione, e quando si è diplomata al liceo scientifico ha deciso di iscriversi a un istituto tecnico e di prendere anche lì la licenza. All’inizio pensava a un piano B: può sempre servire, si è detta. Oggi, però, fa parte della sua vita. Perché Brunella è sia un’attrice che un’insegnante. La preside, l’ultima serie in cui ha recitato, è stata uno dei grandi successi dell’inizio dell’anno di Rai1. In questi giorni, è disponibile anche su Netflix. Quando le chiedo di parlarmi di quel periodo, Brunella si dice felice. E la felicità, mi spiega, a volte è tutto quello che conta.

Com’è stata l’esperienza de La preside?
«L’ho vissuta in modo molto sereno e tranquillo, ovviamente sempre con una consapevolezza».
Quale?
«Che stavo lavorando e non giocando».
Come si protegge questa consapevolezza?
«Impegnandosi sempre al massimo e rimanendo costantemente professionali. Sul set, però, si respirava un clima molto disteso. Eravamo tutti ragazzi, e si è creato un bel gruppo. Un gruppo che, ci tengo a dirlo, si vedeva anche fuori, dopo le riprese».
E invece con Luisa Ranieri che tipo di rapporto si è instaurato?
«Luisa e gli altri attori più grandi ci hanno sempre aiutato, dandoci consigli e permettendoci, a modo nostro, di sperimentare».
Com’è stato, poi, rivedersi?
«Sono sempre abbastanza... non in ansia, no, ma sull’attenti. Ecco, sì: sull’attenti».
Che cosa significa stare sull’attenti?
«Significa che quando mi devo riguardare non c’è una distanza tra me e quello che ho fatto: sono completamente coinvolta. E in questo coinvolgimento resiste sempre un occhio più critico. Insomma, non mi riguardo per seguire la storia. Mi riguardo per capire che cosa ho fatto. In questo senso sto sempre sull’attenti. Probabilmente rivedrò la serie più avanti con più serenità».
È importante imparare dai propri errori?
«Di più: è fondamentale. Anche per questo mi riguardo con attenzione: proprio per capire come rifare una scena, più o meno simile, più o meno coincidente, in futuro. Gli errori servono per imparare».
Sapere di essere vista da tante persone, invece, che tipo di consapevolezza è?
«Più che una consapevolezza, credo che si tratti di una responsabilità. Anche perché non ti nascondo che non ci aspettavamo minimamente di essere seguiti da un pubblico così ampio. E questo non significa che non ci credevamo, anzi. Abbiamo raccontato storie molto delicate e intense: da qui la nostra responsabilità».
E adesso? La preside è arrivata anche su Netflix.
«Abbiamo ricevuto tanto amore e tanto affetto, e continuiamo a riceverne. Siamo arrivati alle persone e penso che, alla fine, questa sia la cosa più importante».
Ma tu pensi mai alla grandezza del pubblico che siete riusciti a coinvolgere?
«Sì, certo che ci penso».
E che cosa ti dici?
«Che è importante, sì. E anche bello. Ma che conta anche altro».
Per esempio?
«Essere contenti per il lavoro che abbiamo fatto ed essere riusciti a trasmettere qualcosa anche a una sola persona».
Facciamo un passo indietro. Hai lasciato casa, per la prima volta, a quattordici anni.
«Sì».
E com’è andata?
«I primi mesi sono stata accompagnata da mia madre. Quando ho iniziato a capire come andavano le cose, ho preso la mia strada e mi sono trasferita in questa casa con altre ragazze e una signora che, sostanzialmente, si prendeva cura di noi. Ma non è stato traumatico. Ero pronta. I miei genitori mi hanno sempre incoraggiata e lasciata libera, e questa cosa, sapere di non essere sola, mi ha dato una grande forza. Ero lontana solo fisicamente. Poi, tra i diciassette e i diciotto anni, sono andata a vivere da sola. E lì mi sono dovuta rimboccare le maniche».
Perché?
«Perché ho dovuto imparare a gestire una casa e a organizzare i vari impegni, cose che non avevo mai fatto prima. Ma è sempre stato graduale, e io mi sono sempre sentita pronta. Quello dei miei genitori, secondo me, è stato un vero e proprio atto d’amore».
In che senso?
«Nel senso che è stato comunque un sacrificio. Sono ancora giovane e non sto pensando di avere dei figli, però non riesco a immaginarmi in una situazione come la loro, pronta a gestirla nello stesso modo. Li stimo veramente tanto».
Tu oggi sei anche un’insegnante. E mi chiedevo: è strano interpretare una ragazza più piccola di te, che vive e si confronta con una dimensione quotidiana differente, mentre ogni giorno devi seguire altre persone?
«Sono due cose che provo a tenere insieme. Ma la verità è che ho comunque ventitré anni, e mi trovo in un’età di mezzo: cerco di godermi ancora la mia giovinezza, interpretando una ragazza di sedici anni, e allo stesso tempo di essere più presente e responsabile».
E la scuola?
«È una cosa che cerco di fare nel migliore dei modi, a cui tengo veramente tanto. Lavoro in un istituto tecnico. I miei studenti hanno tra i tredici e i diciotto anni, a volte anche diciannove; quindi c’è chi è più vicino a me come età. E in alcune situazioni, credo di poterli capire meglio di altri colleghi, che invece sono più grandi. Fino a non molto tempo fa, ero una di loro. Passavo anche io le mie giornate tra i banchi di scuola».
Quando hai deciso di fare l’insegnante?
«È una cosa che ho sempre desiderato fare, fin da piccola. Per un periodo, pensa, avrei voluto insegnare danza, che è un altro mio pallino. Mi ha sempre affascinato la possibilità di poter insegnare qualcosa a qualcuno, ma anche semplicemente raccontando una mia esperienza di vita e condividendo con gli altri le decisioni che ho preso. O indirizzandoli, magari, verso le loro passioni».
Hai fatto subito il concorso per insegnare?
«In realtà, quando mi sono diplomata al liceo scientifico, ho scoperto di non poterlo fare. Ho preso un altro diploma all’istituto tecnico, indirizzo Meccanica e Meccatronica, per poter fare l’insegnante di laboratorio. Ho studiato da sola, da privatista, e ho fatto l’esame di maturità in una scuola pubblica. E poi ho fatto il concorso, superando tutte le prove. E a quel punto mi hanno chiamata».
Rispetto a quello che ti aspettavi di trovare, com’è il mondo della scuola vissuto da insegnante?
«Per niente simile a quello che pensavo, lo ammetto. Però è una cosa che continua ad affascinarmi e, soprattutto, ad appassionarmi. Sono molto felice. Lavorando in laboratorio, noto che i ragazzi si divertono, perché fanno pratica. Sto provando a godermi tutto al massimo».
A un certo punto, però, dovrai scegliere.
«Lo so. Già adesso sto facendo un po’ di fatica. Sono stanca, sì, ma per ora voglio provare a portare avanti entrambi i percorsi».
Che cosa hanno in comune la danza e la recitazione?
«Io citerei anche il canto. Non l’ho mai studiato, lo ammetto. Però mi sembra che siano tre cose che viaggiano nella stessa direzione. Secondo me un artista deve saper fare tutto. All’inizio mi sono concentrata unicamente sulla danza, poi mi sono spostata anche sulla recitazione. Sono convinta che possano stare insieme. Il mio sogno sarebbe fare un film con scene di danza o addirittura un musical. Mi arrabbio molto quando in una serie o in una fiction non viene data la possibilità agli stessi attori di cantare o suonare. Ci sono tanti ragazzi preparati in campi diversi».
Resiste una sorta di pregiudizio nei confronti di chi vuole seguire più strade?
«Ed è una cosa che, francamente, non riesco a spiegarmi. La trovo assurda. È un pregiudizio che resiste, è vero. Ma è importante andare oltre. È importante provare a prendere in considerazione anche chi ha più talenti».
Roma o Napoli?
«Napoli. È la mia città, ci sono cresciuta. Roma è un’altra città che amo. Probabilmente, dopo Napoli, è quella che amo di più. A Napoli, però, c’è tutto. Soprattutto a Napoli c’è una comunità».
Tu dove sei andata al liceo?
«Al Vomero, al Mazzini. Però, ti ripeto, ho avuto una vita un po’ particolare. Ho cambiato varie volte casa, sono passata dal centro storico al Vomero».
Che cosa ricordi di quel periodo?
«Sono sempre stata un po’ più grande per la mia età, un po’ più matura dei miei coetanei. Ero una ragazzina abbastanza studiosa, con tanti altri impegni. Conoscendo i professori e il contesto, mi sono sempre impegnata per evitare di alimentare i pregiudizi. E poi mi impegnavo per i miei genitori, per ripagare la loro fiducia. Ho vissuto un’adolescenza normalissima. Magari uscivo di meno rispetto agli altri ragazzi, però mi sono divertita. Ho fatto esattamente quello che volevo fare. Non è stato un sacrificio».
Che rapporto hai con la solitudine?
«Io sto benissimo con la solitudine... Anzi, forse sto troppo bene quando sono da sola. (ride, ndr) La solitudine mi serve. Per me, per riflettere; per prendere fiato. È importante anche avere qualcuno per confrontarsi, non lo nascondo. Però rimanere da soli fa bene, e ci permette di imparare a conoscerci».
Le tue amicizie sono sempre le stesse o, a un certo punto, crescendo, sono cambiate?
«Io ho due amiche, che per me sono importantissime: le ho conosciute intorno ai diciassette anni. Le altre amicizie, se vuoi, sono state un po’ di passaggio. O almeno, non tutte le amicizie sono uguali. Le due amiche di cui ti parlavo ci sono sempre, e non mi giudicano. E poi c’è il mio fidanzato, di cui tendo a parlare poco. Non mi piace la gente che ostenta, che si vanta della propria vita privata; a volte, ho la sensazione che ci siano persone alla ricerca dell’approvazione degli altri».
Che limite hanno i social?
«Quando sono stata scelta per La preside, ho diminuito, e di molto, la mia presenza online».
Perché?
«Già prima non condividevo molto della mia vita privata. Ogni tanto mi limitavo a dare consigli. Dopo la serie, ho deciso di smettere di raccontarmi in generale. Aprendomi eccessivamente, c’è il rischio di farsi conoscere troppo. E questo, quando devi interpretare un ruolo, può essere un problema: perché le persone vedono te, non il tuo personaggio. Quando ho partecipato al Collegio, ho avuto una visibilità incredibile sui social; mi hanno seguito centinaia di migliaia di persone».
Però?
«Adesso sto selezionando le proposte, sto accettando meno lavori. Non voglio espormi troppo, ripeto».
Vista la natura precaria del lavoro dell’attrice, non fa paura dire di no a un’offerta di lavoro?
«Sì, certo che fa paura. I miei no, però, si limitano ai social. Forse non so, mi sento sicura. Grazie al lavoro di insegnante, mi sento più libera. Più in controllo. Probabilmente, se non insegnassi, sarebbe più difficile».
Essere un’insegnante ha un impatto sul tuo lavoro come attrice?
«Ci pensavo proprio ieri, a questa cosa».
E che cosa ti sei detta?
«Che non lo so. Ultimamente ho visto un film per cui avevo fatto un provino. Il provino non è andato bene, ma vedendo il film mi sono resa conto che c’erano delle scene molto spinte. E francamente non sapevo che cosa pensare. Che cosa avrei fatto se avessi ottenuto il ruolo? Sarei comunque andata avanti? Ripeto: non lo so. Bisogna trovarsi nella situazione specifica per capire. E per il momento, ti dico la verità, non ci voglio nemmeno pensare».
Chi è stata la prima persona che hai chiamato dopo aver saputo di aver ottenuto la parte ne La preside?
«Mia madre. Lei ha conosciuto questo mondo attraverso me e i miei occhi. E c’è sempre stata. Quando ha tempo, mi aiuta a studiare le scene. E poi è una donna più grande, ed è interessante conoscere il suo punto di vista».
Che cosa hanno pensato i tuoi genitori dopo aver visto La preside?
«Mio padre non si aspettava un ruolo così importante; pensava avessi poche scene. (ride, ndr) In generale, sono rimasti molto toccati dalla storia. Non avevo anticipato niente. Volevo preservare l’effetto sorpresa. Conoscevano la storia su cui è basata la serie, sì, quella della vera preside, Eugenia Carfora».
L’avete vista insieme?
«No, no. Due puntate le ho viste a Roma, a casa mia. Una con loro, con i miei genitori. E l’ultima con tutto il cast, a casa di Luisa (Ranieri, ndr): è stato bellissimo incontrarsi di nuovo per condividere quel momento».
Che cosa resta dopo un’esperienza del genere? Che cosa pensi di avere imparato su te stessa?
«Che è importante impegnarsi sempre. Che nessuno ti regala niente. E che è fondamentale essere fermi sulle proprie decisioni».
Oggi ti senti più determinata?
«Assolutamente sì. Un progetto del genere ti dà una spinta importante, ti invita a fare meglio».
Come si riconosce, in questa tensione verso il miglioramento, il momento in cui finalmente raggiungiamo l’obiettivo che ci siamo dati?
«Non credo che ci sia una fine al miglioramento. Credo che ci sia sempre un modo per crescere e per imparare».
Qual è il punto di partenza?
«I sogni».
E c’è un limite ai sogni?
«No. I sogni sono fatti proprio per questo: per non avere un limite».
Foto di Barbara Ledda. Grafica di Manuel Bruno.