di Gianmaria Tammaro
Dai primi cortometraggi all’esperienza di Youtube con i The Pills. Dalla nostalgia per il passato alla voglia di non accontentarsi mai. E poi il set vissuto come attore, al servizio del punto di vista di qualcun altro, e il set vissuto come scrittore. La possibilità di imparare, incontrando e lavorando con nuove persone, e quella di tornare finalmente alla regia. Di che cosa ha bisogno il cinema italiano e il limbo in cui finiscono molti progetti: scritti, immaginati, messi su carta, ma mai realizzati. La passione per i film, nata da piccolo, e l’amore profondo per le sfide. L’intervista.

Dice Luca Vecchi che la nostalgia non è per forza una cosa negativa. A volte può diventare una prigione, ma in altri momenti può offrire un punto di vista diverso sul mondo e sulle cose del mondo: essere nostalgici significa rimpiangere il passato e provare, allo stesso tempo, un certo tipo di aspettative per il futuro. E le aspettative, spiega Luca, possono coincidere con la voglia di non accontentarsi mai. E non è poco, e sicuramente non è nemmeno facile convivere con questo genere di visione. Luca si è avvicinato al cinema da piccolissimo, quando andava ancora alle medie. Passava ore intere davanti allo schermo, piccolo e grande, per distrarsi.
Con il tempo, l’abitudine si è trasformata in amore. E quell’amore lo ha portato a studiare, a laurearsi e a provare, più e più volte, di raccontare le sue storie. Prima con i cortometraggi, poi con i The Pills, quindi con un film da regista, Sempre meglio che lavorare. Ultimamente, mi dice, scrive tanto. Prende parte anche ad alcuni progetti come attore, e sembra quasi che lui sia solamente questo. Ma non è così. Scrivere, mi ripete, è la prima cosa. Quando gli chiedo se gli manca la dimensione della regia, mi risponde di sì. Quello che gli manca di più, però, è la fatica che richiedeva un certo gesto e un certo lavoro. Oggi, forse, è tutto troppo facile. Tutto troppo scontato. Ma il cinema, per Luca, è sempre stato un modo per sperimentare e per trovare un posto che fosse davvero suo.

Sulla tua pagina Wikipedia c’è scritto, e cito: «Luca Vecchi (attore)».
«Lo so che sembra che in questo periodo stia facendo principalmente l’attore, ma la cosa che mi porta di più il pane in tavola è la scrittura».
Su cosa stai lavorando?
«In passato, per dirti, ho lavorato anche con i the Jackal alla prima stagione di Pesci Piccoli. Poi abbiamo scritto un film per Wildside, che non è ancora in produzione. In generale, ho scritto tante cose che non sono entrate in produzione. Purtroppo anche in Italia esiste un Purgatorio delle sceneggiature: le cose vengono sviluppate, scritte, messe su carta, ma non vedono la luce».
Perché?
«Perché la linea editoriale delle piattaforme e dei distributori varia a seconda di quello che ha successo. Siamo un po’ in balia degli umori del pubblico, che possono cambiare con la stessa facilità con cui cambia il vento».
Amici comuni, disponibile su Paramount+, non è la prima volta che collabori con Marco Castaldi.
«Io e Marco siamo praticamente cresciuti insieme. Abbiamo frequentato lo stesso corso di regia a Cinecittà. Poi lui è finito a fare produzione, e io sono finito da un’altra parte, come spesso succede. Pensa anche ai miei due esimi colleghi: Matteo (Corradini, ndr) fa videogiochi, mentre Luigi (Di Capua, ndr) è diventato regista dopo un inizio come scrittore. Strada facendo, si scopre sempre di avere altre attitudini e altri talenti. Oppure si finisce per ricevere una spinta verso una direzione che non avevamo minimamente preso in considerazione. E credo che, tutto sommato, sia bello».
Marco ti ha diretto anche nel suo primo film, Il bagno delle donne. Che tipo di regista è?
«Marco è un regista che ascolta molto i suoi attori, lasciandoli liberi, affidandosi alle loro scelte e trovando successivamente un equilibrio con la visione che ha in testa. Non è un maniaco del controllo. È sempre disposto ad ascoltare il cast e i vari reparti, ma più semplicemente è disposto ad ascoltare le persone che gli vogliono bene».
Ti è capitato di incontrare registi con la mania del controllo?
«Diciamo che è proprio il regista a essere un maniaco del controllo per definizione. Bisogna capire quando questa mania è funzionale per un progetto e quando, invece, è figlia di un capriccio. E trovare registi con questo capriccio è la mia più grande paura. Perché significa che vogliono semplicemente imporre la propria visione, ribadendo il ruolo che hanno assunto. In generale credo che sia importante valutare il singolo caso. Se hai davanti Fellini o Kubrick, non ti fai problemi se sono maniaci del controllo (ride, ndr)».
Tu che cosa pensi?
«Penso che un film sia sempre un’opera collettiva, specialmente nelle sue variabili. E le variabili sono una cosa che, oggi, l’intelligenza artificiale rischia di eliminare. I film sono figli di una serie di incidenti di percorso, non solo delle scelte giuste prese al momento giusto, e sono figli pure dei punti di vista che si scontrano e si incontrano tra di loro».
Più o meno tre anni fa, hai lavorato alla scrittura del primo film di Luigi Di Capua, Holy Shoes.
«Sì, esatto».
Pensi ancora alla regia?
«A me piacerebbe tantissimo tornare a girare».
Però?
«La pratica mi piaceva quando era un gesto complesso, enorme, non così immediato. La sofisticazione che abbiamo raggiunto con i vari mezzi mi ha tolto un po’ di voglia. Secondo me, era bello quando era difficile, quando dovevi fare i calcoli, stare attento a ogni cosa. Adesso che è un po’ alla portata di tutti mi interessa, sì, ma non mi stimola come prima. Quello che vorrei fare è tornare a lavorare con gli attori, mettere in scena una storia e lasciarla vivere».
Una democratizzazione dei mezzi e degli accessi alla realizzazione di un video non è una cosa che era già successa in passato, con il boom di Youtube?
«In quel caso lì, però, parliamo di distribuzione: il video dovevi fartelo comunque tu, con i mezzi e le risorse che avevi. Una cosa è l’accessibilità a un film, proprio per vederlo e per mostrarlo agli altri, e un’altra cosa, invece, è la semplificazione del processo artistico. Oggi mi pare che tutti abbiano un certo gusto per le immagini: tutti sono direttori della fotografia, tutti sono montatori, tutti sono fonici. È qualcosa di inconscio».
Ultimamente ti sei impegnato anche con un’altra impresa: quella di Savana Popcorn Tales, che è un podcast di cinema. Come mai?
«Onestamente? Volevamo cazzeggiare. Sono comunque laureato in Storia del cinema e dello spettacolo, e l’unica cosa che posso fare adesso è dire se un film è bello o brutto. E non ho nemmeno ragione, pensa (ride, ndr)».
Nel cinema italiano c’è una tendenza a prendersi sul serio?
«Questo me lo devi dire tu: parli sicuramente con più gente di me».
In realtà, mi interessa il tuo punto di vista.
«Per le opere prime le possibilità sono veramente limitate. Non si può essere liberi fino in fondo. Si lavora con due soldi, si vince un bando, e poi si passa al prossimo progetto. È diventato un modo per sfruttare i più giovani, gli esordienti. Sembra quasi un mattatoio artistico. E non è una questione di prendersi sul serio, anzi. Più che altro si tratta di volontà di investire seriamente in qualcosa. Sono pochi gli esperimenti riusciti, e bisogna capire se riescono perché c’è effettivamente un talento o perché ci sono delle condizioni ideali. Paolo Strippoli, per esempio, ha fatto di necessità virtù. E anche Carolina Cavalli. Hanno trovato uno stile, una personalità e un punto di vista particolare. Ma sono un’eccezione. Non la regola».
Che cosa potrebbe fare la differenza, secondo te?
«Immaginare dei progetti con delle potenzialità anche all’estero. L’altro giorno ho rivisto il film di Maurizio Nichetti, Ratataplan, ed è un film che è stato distribuito all’estero senza doppiaggio. E ciò nonostante funziona: perché si affida molto allo slapstick, alla fisicità, ai gesti. Nichetti è stato intelligente: ha trovato un modo per parlare a un pubblico più ampio, senza il bisogno di doppiaggi o adattamenti. La storia che racconta Ratataplan è una storia universale; funziona anche per questo. La stessa cosa, secondo me, vale per Il rapimento di Arabella di Carolina Cavalli: si può esportare all’estero».
Ma ci sono tanti film così, come Un anno di scuola di Laura Samani, che uscirà al cinema il 9 aprile, o Le città di pianura di Francesco Sossai: sono storie piccole, potenzialmente universali.
«Sono storie molto diffuse all’estero, tra nord Europa e Giappone: storie che riflettono sulle persone, sulla loro solitudine, su quello che fanno ogni giorno e che per questo possono parlare a tutti. Sai forse qual è il nostro più grande problema?»
Dimmi.
«Siamo noi. Ci auto sabotiamo, ci tarpiamo da soli le ali; ci diciamo che determinate progetti non si possono fare. Oppure ci fissiamo su altre cose; vogliamo compiacere gli altri, il pubblico, o addirittura il nostro stesso sguardo, e finiamo per dimenticarci di quello che è il potenziale delle storie. Noi guardiamo i film coreani. Perché i coreani non possono guardare i nostri film? Partiamo prevenuti».
Ci facciamo troppi problemi?
«Ci facciamo mille pippe».
Quando hai deciso di fare questo lavoro, di darti al cinema?
«Fin dalle medie. Ci ho sempre creduto e l’ho sempre desiderato. I miei genitori erano separati, e io avevo bisogno di qualcosa con cui distrarmi, con cui riempire il mio tempo. I film hanno finito per essere una costante della mia infanzia, e non per modo di dire. Forse il merito più grande, in questa scelta, è stata proprio dei miei genitori. (ride, ndr) A furia di vedere film, mi sono innamorato della pratica, del modo stesso in cui vengono girati. E poi guardare film negli anni Novanta significava guardare film pazzeschi: nel ‘94 sono usciti Pulp Fiction, Forrest Gump, Le ali della libertà, Il Re Leone e Léon. Sono tutti diventati dei cult».
Youtube, invece, quando è arrivato?
«All’inizio, a scuola, facevamo dei cortometraggi. E li montavamo in analogico, ed era una fatica immane. Oggi si può montare tutto sullo smartphone. Una cosa che farebbe sbiancare il me stesso degli anni Duemila. Mi ricordo che c’era il riversaggio digitale: dall’analogico, con le cassette, dovevi passare al digitale. Io montavo con il videoregistratore, pensa. Usavo la telecamera di mio nonno, che aveva comprato per le nozze di mia madre. Non monterei mai sul telefono; piuttosto m’ammazzo. Ed è stato più o meno in quel periodo, dopo la scuola, che è arrivato Youtube».
Ti mancano i tempi dei The Pills?
«Mi manca quella spensieratezza che avevamo nello sperimentare. Forse, oggi mi farei più problemi. Spesso collaboro con Emanuela Cappello e Claudio Colica. Cerco di lavorare con più persone possibili perché sono curioso di vedere il loro approccio, e anche per uno scambio. Mi rendo conto di essermi sempre limitato a un mondo particolare, mio, e di non aver mai incontrato molte persone. È bello capire come lavorano gli altri e cercare di intrecciare le idea. Con Emanuela, per dirti, ci troviamo estremamente bene».
Secondo te nel cinema si fa ancora una certa fatica a raccontare la generazione dei trentenni?
«Secondo me è diventato difficilissimo mettere a fuoco un’unica categoria, perché ce ne sono veramente tante. Come te nessuno mai, il film di Gabriele Muccino, raccontava le tribù della scuola. Oggi nelle scuole non ci sono tribù, o se ci sono non sono sicuramente quelle di Come te nessuno mai. A volte i ragazzi si uniformano molto alle mode, altre volte no. Sembra esserci una voglia profonda, intima, di conformismo. E francamente non ho capito perché. Non so se si tratti di appiattimento culturale o, al contrario, del desiderio di un’integrazione più immediata nel gruppo».
Sono cambiati i ragazzi?
«Sicuramente noi eravamo diversi, molto più isolati per alcune cose. Ed è anche per questo, se ci pensi, che ci siamo rifugiati nel cinema. Non sapevamo dove andare né con chi parlare, e ci rivolgevamo ai film, ai fumetti e agli anime. Oggi no, oggi non devi cercare niente; oggi potenzialmente potresti fare ogni cosa, ma diventa noioso e finisci per non fare nulla. Passiamo più tempo a cercare un film su Netflix che a vederne di nuovi. Sembra non esserci più un interesse per l’approfondimento».
Perché tieni ancora al tuo lavoro?
«Perché mi dà la possibilità di vivere tante vite diverse. Un mio caro amico, Mario Sgueglia, mi ha detto che si è innamorato della recitazione quando ha capito che un attore è come una spia. Forse è una questione che parte da lontano, anche da una crisi di identità. Facciamo questo mestiere per provare a metterci a fuoco come persone, come singoli individui. E ogni volta aggiungiamo un tassello. Io pensavo che crescendo sarei riuscito ad avere una visione d’insieme, una visione definita, e invece no: questi pezzi aumentano sempre di più. Non so dirti se si tratta di una ricchezza».
Che cos’è che è diverso, oggi?
«Noi. Siamo cambiati come spettatori. Prima uscivano meno cose, c’era modo per recuperare tutto. Oggi siamo invasi. Abbiamo un disperato bisogno di qualcuno che ci dica che cosa guardare. Cerchiamo fonti autorevoli e, soprattutto, affini: che la pensano, o che sembrano pensarla, come noi. Siamo circondati da cloni della stessa cosa. Sempre più spesso mi capita di vedere dei film e di pensare di averli già visti. Forse sono invecchiato, ma credo che il passato sia meglio del presente».
A te piace rivederti?
«No, faccio una fatica immane. Alla fine mi riguardo perché sono costretto dalle circostanze. Però se posso evito».
Perché?
«Perché finisco sempre per dirmi che potevo farlo meglio».
Non sei mai contento?
«Ultimamente ho rivisto Vittima degli Eventi, quel fan movie che avevamo fatto io e Claudio Di Biagio su Dylan Dog, e mi è piaciuto. Forse devo trasformare le cose che faccio in ricordi per poterle rivedere e apprezzare».
Tu sei nostalgico?
«Tantissimo».
E la nostalgia può essere un limite?
«Può essere un limite enorme. Ma anche una risorsa».
In che modo?
«La nostalgia ti fa essere molto critico e ti permette di guardare al futuro con un certo tipo di aspettative».
E in che cosa si traducono queste aspettative?
«Nella voglia di non accontentarsi mai».
Ed è importante?
«A volte è tutto».
Foto di Matteo Graia. Grafiche di Manuel Bruno.