di Gianmaria Tammaro
I due anni a Londra, il bisogno di tornare in Italia, il rapporto con il fratello maggiore; l’amore per il proprio lavoro e l’ossessione per la recitazione, la passione per la fotografia e i tatuaggi che colleziona. Il set di Prisma, dov’è entrata in contatto con gli altri, e quello di Motorvalley, la serie Netflix di cui è protagonista, dove ha ritrovato sé stessa. I film che cambiano la vita e quelli che riescono ad aiutare le persone. Un posto speciale a Favignana e una casa dove si trovano i suoi genitori. L’intervista.

A Caterina Forza non piace farsi fotografare, ma le piace scattare foto. Dice che non ama consumare i rullini, finirli nel giro di una settimana; vuole viverli fino in fondo, usarli con calma, raccogliendo momenti e ricordi diversi. Però non si definisce nostalgica. O almeno, non crede di essere una di quelle persone che pensano al passato commuovendosi. Crede che ci sia altro di più importante. Crede nel presente, in quella che è. Quando le chiedo del suo periodo a Londra, mi racconta che non si trovava bene, che è quasi fuggita via.
Per due anni ha studiato canto, poi è tornata a Roma e ha trovato un’agenzia per cominciare a lavorare come attrice. Recitare, mi spiega, le permette di comunicare, di esprimersi, di infilarsi in punta di piedi nella vita degli altri e di provare – anche se per poco, anche se solo per un paio di ore – a trasmettere qualcosa. Con Prisma, disponibile su Prime Video, è entrata in contatto con persone diverse; persone, dice, che l’hanno accolta a braccia aperte. Grazie a Motorvalley, la serie di Netflix di cui è protagonista, è entrata in contatto con sé stessa. E ha capito come fare per superare ostacoli e limiti che prima considerava insormontabili.
Non c’è una casa che sente sua, dice Caterina. Sta bene con i suoi genitori, ma ama cambiare, traslocare, essere sempre in movimento. Nella casa in cui si trova ora ci sono quadri che aspettano ancora di essere appesi e un palazzo che la fissa dalla finestra di fronte. La cosa più difficile, ammette, non è adattarsi alla quotidianità del set, ma riuscire a farne a meno quando le riprese finiscono. Per il suo lavoro, prova una passione profonda, viscerale, che spesso sconfina nell’ossessione. E sebbene l’ossessione abbia dei lati negativi, a volte può dare una forza immensa. Ciò che serve, dice Caterina, è saper ritrovare sé stessi per non strafare.

Com’è stato rivederti in Motorvalley?
«Quando l’ho visto per la prima volta, non era ancora finito. E un po’ mi è dispiaciuto. Perché avrei potuto avere un’idea un po’ più precisa di quello che avevo fatto. Però tutto sommato mi ha tranquillizzata».
Perché?
«Quando giri delle cose così lunghe, non in ordine cronologico, non hai la minima idea di che cosa verrà fuori. Sono stata molto soddisfatta, da tutti i punti di vista, quando l’ho visto. La troupe è stata veramente eccezionale».
È difficile rivederti?
«Diciamo che non amo particolarmente farlo. Mi rivedo per imparare, per farmi una mia idea. Ma di solito non mi rivedo più di una volta».
Sei la tua critica più feroce?
«Assolutamente sì. Sono la nemica di me stessa».
A un certo punto, però, riesci a farti anche dei complimenti?
«Più che quando riguardo qualcosa che ho girato, riesco a farmi dei complimenti dopo aver fatto una scena che pensavo particolarmente difficile. Quando abbiamo finito Motorvalley sono stata orgogliosa. Prima dell’inizio delle riprese, quando ho letto la sceneggiatura, mi sono fatta sempre la stessa domanda».
Quale?
«“Come cazzo la farò questa?” Alla fine, però, ci sono riuscita. Quindi sì, sono stata molto orgogliosa di me stessa. Senza l’aiuto della troupe e dei registi, non credo che ne sarei stata in grado. Non così, almeno. Non nello stesso modo».
Quanto è stato difficile girare non in ordine cronologico?
«Molto, anche perché il mio personaggio affronta una trasformazione emotiva estremamente marcata. E quindi più volte dovevo tornare indietro o addirittura andare avanti. Le ultime due settimane siamo stati in studio, e lì ho dovuto girare delle scene in macchina che però si svolgono nella prima parte della stagione, quando Blu, il mio personaggio, è quasi un’altra persona. È stato complicato immergersi nuovamente in uno stato emotivo che avevo raggiunto sette mesi prima».
Tu sei una brava guidatrice?
«Non voglio vantarmi, però sì. Prima di Motorvalley ho sempre ricevuto tanti complimenti per la mia guida. Non ho preso la patente molto presto, visto che ho vissuto per diversi anni all’estero, dove mi muovevo con i mezzi pubblici. Quando sono tornata a Roma, a vent’anni, ho fatto il test. E la prima volta che ci ho provato sono stata bocciata. Però mi ricordo che il mio istruttore mi ha detto fin dal primo istante che sarei stata una brava guidatrice. Poi, preparandomi per Motorvalley, sono arrivata a un altro livello: ho fatto molte lezioni di guida sportiva, sia sul cemento che sulla neve».
Credi che la recitazione e la guida abbiano qualcosa in comune?
«In un certo senso sì. L’istinto dipende sempre dal personaggio che stai creando e dalle scene che devi fare. In Motorvalley, poi, ho dovuto interpretare una ragazza romagnola, e io sono romana. Quindi è difficile abbandonarsi completamente all’istinto, specie dal punto di vista verbale. La guida è estremamente tecnica, a volte. L’istinto poteva esserci, in Motorvalley, ma solo per alcune cose: quando guidavo, dovevo essere molto attenta. La vera difficoltà stava nel riuscire a tenere insieme la tecnica e la mia interpretazione. Nelle scene in cui dovevo essere tecnica della guida, potevo essere più istintiva nella recitazione. Potevo usare lo sguardo, il corpo, e vivere a fondo il singolo momento».
Che liceo hai frequentato?
«Il Virgilio di Roma. Ho fatto linguistico, ma ci sono anche altri indirizzi».
Per questo, poi, ti sei trasferita a Londra?
«Mi ha indubbiamente aiutato conoscere l’inglese. Ma in realtà il motivo è stato un altro. Avevo fatto domanda per un’università all’estero, non in Inghilterra. E non sono stata presa. Era la facoltà di arti performative. Non sono stata presa perché mancavano dei crediti dati dalla media scolastica. E quindi, a quel punto, mi sono ritrovata un po’ persa. Dopo una settimana dal mio esame orale, ho deciso di andare a Londra. Per un mese, ho vissuto nel B&B di una coppia. E per un mese ho raccolto informazioni. Poi ho scelto un’altra strada e ho fatto un percorso prettamente musicale; non mi sono iscritta ad arti performative, ma in un’università di canto e produzione musicale. Parallelamente avevo anche ricominciato a recitare».
Perché dici “ricominciato”?
«Perché non è stata quella la prima volta in cui ci ho pensato. Avevo bisogno di tempo per rimettere in ordine le idee. Durante il periodo a Londra, mi capitava spesso di tornare, di prendere aerei per Roma, per venire a fare dei provini. All’epoca non avevo un agente, ed è anche per questo che, poi, ho deciso di trasferirmi di nuovo in Italia: per trovare un’agenzia e iniziare a studiare seriamente recitazione».
Ti manca Londra?
«No, non mi manca minimamente. Sono scappata. Anzi, ti dirò: mi sono trovata talmente male che non ci sono tornata fino a pochi mesi fa, a ottobre, quando ho regalato un weekend a Londra a una mia amica. L’ho fatto proprio per provare a dare un nuovo significato a quella città».
Che cos’è che non ti è piaciuto?
«Diciamo che quegli anni sono stati piuttosto complicati. Appena esci dal liceo, sei un’altra persona. Poi si cambia e si cresce. Io sono diversa anche solo rispetto a un mese fa. E quindi secondo me quello è un periodo molto delicato perché senti una certa pressione».
La pressione di chi?
«Del mondo che ti circonda, della società in cui vivi. E soprattutto senti la tua pressione. Cresciamo con questa idea, no? Di dover scegliere quello che saremo da grandi, da adulti. E pensiamo che sia una cosa netta, immediata».
E invece?
«E invece non è così. Sicuramente non è così immediato. Io l’ho sentita molto, questa pressione. Avevo diciotto anni e avevo delle aspettative che non potevano concretizzarsi a quell’età, e non mi sono trovata bene a Londra. Mi sentivo sola. Mi sono sforzata a stare lì. Ho sempre avuto il supporto dei miei genitori. Però dopo due anni non ce l’ho fatta più e alla fine sono tornata a Roma».
Che cosa ti hanno detto i tuoi genitori quando hai deciso di andare a Londra?
«Mi hanno chiesto più volte se fossi convinta. E se c’è una cosa di me che non è mai cambiata è la mia impulsività: non riesco mai a prendermi del tempo per riflettere fino in fondo su una decisione. E se ci sono degli aspetti positivi, ce ne sono anche negativi. Al di là di questo, mi sono sempre sentita molto fortunata per la presenza dei miei genitori, che non mi hanno mai impedito di fare le mie scelte. Quando però tornavo a Roma per un provino, i miei genitori notavano che non ero proprio felice di ripartire per Londra. E più volte mi hanno detto di rimanere per il mio benessere».
I tuoi genitori fanno parte di questo mondo?
«Mio padre (Roberto, ndr) è un direttore della fotografia».
Quindi sei sempre stata in contatto con i set?
«Mi è capitato di andarci, sì. Il cinema prende tanto tempo, come sai. E quindi andavo sul set per stare con mio padre, specialmente anni fa, quando viaggiava molto».
Ti piaceva andarci?
«Mi piaceva stare con mio padre. Non consideravo il set in nessun altro modo. C’erano alcune situazioni che mi incuriosivano, e infatti quando ero più piccola non vedevo l’ora di andare a trovare mio padre durante le riprese, proprio per osservare queste troupe immense rianimarsi dopo lo stop. Ma non ho mai insistito per andarci, no, e non facevo nemmeno molte domande».
Com’eri durante il liceo?
«Non te lo so dire. Mi spaventano un po’ quelle persone che sanno descriversi perfettamente. Forse è perché io non sono capace. So descrivermi di più ora. Da piccola ero ovunque; non mi fermavo un momento. Al liceo cambiavo in continuazione. Stile, capelli, abbigliamento. Ho sempre avuto le stesse amicizie. E sono le uniche persone a cui sono veramente legata. Con loro sono me stessa».
Di solito sei più timida?
«In generale, tendo un po’ a chiudermi. Non per un motivo particolare, ma perché sono così. Dipende molto da quando mi incontri. Posso sembrare timida, perché per diverso tempo non sono stata veramente interessata a conoscere le persone; altre volte, invece, sono l’esatto opposto. Dopo il COVID non volevo stare in mezzo alla gente, non volevo fare nuove conoscenze. Poi, però, sono cambiata».
Fare l’attrice è stato un modo per fare spazio anche ad altro nella tua vita?
«La recitazione può essere un mezzo di comunicazione. Perché ti permette di parlare con il pubblico e, allo stesso tempo, con te stessa. L’obiettivo è quello di riuscire a trasmettere qualcosa a chi ti guarda. La mia, ovviamente, nasce come passione. Fin da piccola, il pensiero di dover passare tutto il tempo da sola con me stessa mi raggelava. (ride, ndr) Recitare mi ha permesso di fare e di essere altro, e quando è diventato il mio lavoro mi ha permesso di trovare un altro equilibrio. È vera quella cosa che si dice: che i film o che particolari personaggi possono cambiarti la vita. È esattamente il mio desiderio: entrare in contatto con una parte sconosciuta di me e riuscire a farla arrivare agli spettatori. Oppure, più semplicemente, riuscire a regalare un’ora e mezza lontano dalla realtà».
Ti piace andare al cinema con gli altri?
«Onestamente preferisco andarci da sola. Ma solo perché andare al cinema con qualcuno, per me, è una decisione importante. Chi va al cinema in compagnia di solito lo fa per condividere un’esperienza ed è una cosa estremamente privata».
Ci sono dei ruoli che hanno avuto un impatto su di te?
«Ti direi tutti quelli che ho interpretato, e da questo punto di vista mi sento piuttosto fortunata. In Prisma mi sono resa conto del contatto profondo che si può instaurare con il pubblico. La comunità LGBTQIA+ ci ha accolto a braccia aperte. Ho incontrato delle persone magnifiche, che mi hanno cambiata dentro. Ho toccato con mano l’impatto che quel personaggio ha avuto sugli altri, ed è una cosa pazzesca poter essere d’aiuto alle persone. Questa cosa mi ha aperto gli occhi, e mi ha convinta a cercare altri ruoli simili. Con Motorvalley non c’è stato un vero e proprio contatto con gli altri, ma con me stessa».
In che senso?
«Sono riuscita a rompere dei muri e a scavalcare dei confini che avevo dentro di me, e che non pensavo minimamente di riuscire a superare».
Ti sei allenata molto?
«Molto, sì. Pensa che ho messo su 8 kg di massa. Blu doveva essere un fascio di nervi, sempre in tensione, sempre pronta a scattare. E la fisicità è stata un aspetto importante per la sua costruzione. Doveva restituire un’idea precisa allo spettatore. Ora sono felice di essere tornata al mio pilates (ride, ndr)».
La trasformazione nel tuo personaggio è passata anche dai capelli.
«Tingerli di blu è stata la ciliegina sulla torta, se vuoi. Ed è stato un momento che è arrivato prima rispetto all’allenamento. Abbiamo fatto tante ricerche e tante prove diverse. Donatella Borghesi, la nostra responsabile delle acconciature, è stata incredibile. Prima avevamo preso in considerazione un taglio più corto, con una rasata quasi completa. Ci serviva qualcosa che urlasse personalità».
Quando si prende parte a progetti come Motorvalley, così lunghi e intensi, è difficile riuscire a trovare un nuovo equilibrio alla fine delle riprese?
«È una cosa che mi fa soffrire veramente tanto. Mi piace l’inizio delle riprese, mi piace quella quotidianità che si crea, quella familiarità che finisce per unirti agli altri. La fine no, la fine è terribile. Con Motorvalley sono stata malissimo, credimi. È stato uno dei progetti più importanti della mia vita. In Prisma eravamo tutti molto giovani, e siamo rimasti amici. Con Motorvalley ho trovato una dimensione lavorativa diversa. Ed è stato difficilissimo staccarsi da Blu e dal set».
Come ci sei riuscita?
«Quando sono andata a casa, l’ultimo giorno, mi sono sentita vuota. Il giorno dopo ho scritto alle ragazze dei vari reparti perché mi mancavano. Per fortuna c’è stata la festa di fine riprese. Ritrovare una nuova normalità è stato davvero complicato. Ed è per questo che frequento una triennale universitaria, proprio perché mi aiuta a ridarmi un ritmo. Ora sto chiudendo l’ultima sessione di esami, e sono molto triste. Perché dopo non ci sarà nemmeno questo».
Che cosa stai studiando?
«Cinema al DAMS».
Quanti tatuaggi hai?
«Onestamente non te lo so dire. Non so se ne ho diciannove o venti, o se ne ho ventuno. Sono tutti piccoli, perché nel cinema creano problemi. E li ho fatti quasi tutti sui piedi».
Uno dei posti dove tatuarsi fa più male.
«Sì, ma poi ti abitui, credimi. Sono quasi tutti lì; a un certo punto ci ho fatto il callo».
Ce n’è qualcuno che ha un significato particolare?
«È una fragolina sul braccio. Ma non dirò mai perché l’ho fatto, mi dispiace. (ride, ndr) Due mesi fa, sul piede, ho fatto un altro tatuaggio per la fine di Stranger Things».
Ti è piaciuta così tanto?
«Praticamente ci sono cresciuta; ha fatto parte della mia vita per dieci anni, da quando avevo sedici anni a oggi».
E ti è piaciuto anche il finale?
«Diciamo di sì. Non è la mia stagione preferita, ma sì. E poi ho tantissimi tatuaggi dell’amicizia, e ne ho uno disegnato da mia madre: una donna».
Tu sei figlia unica?
«No, ho un fratello».
Più grande o più piccolo?
«Più grande di due anni».
E che rapporto avete?
«Tra maschio e femmina si crea sempre quel rapporto di protezione. Soprattutto se il maschio è più grande. E due anni, credimi, possono essere veramente tanti. Per me mio fratello è un punto di riferimento molto importante. Ha un’anima estremamente artistica, e la tiene per sé. Vive a Parigi, fa l’economista. Ha un talento musicale incredibile. Lo vedo poco, due o tre volte l’anno. Siamo completamente diversi, e proprio per questo è un punto di riferimento importante. Ho sempre voluto essere come lui. Per la sua determinazione, soprattutto. Secondo me è la sua più grande caratteristica».
Posare per fare delle fotografie non ti piace molto.
«No, non mi piace per niente. Io recito, fare foto è un’altra cosa. Sono sempre esposta. Quando mi chiedono di mettermi in posa, è tosta. L’obiettivo della macchina fotografica mi ha sempre messa a disagio. Se posso, uso foto vecchie. (ride, ndr) Evito di farne di nuove».
Però ti piace scattare.
«Sì, questo è vero. Mi piace molto».
Su pellicola o in digitale?
«Pellicola. Scatto con molta calma, non finisco subito un rullino. Ne ho diversi che devo ancora sviluppare, alcuni che risalgono alla scorsa estate. Chissà che cosa c’è sopra. Prima le stampavo più spesso, ora no. Mi piace tantissimo far vivere un rullino; non voglio finirlo in una settimana».
Che cosa deve avere una fotografia per essere bella?
«Io non sono una fotografa, ma una delle persone più importanti della mia vita, il mio migliore amico, lo è. E quello che mi piace delle sue fotografie è la capacità che ha di vedere davvero quello che succede. Sono i momenti rubati che fanno la differenza. Per questo mi piace anche la street photography: devi stare attento alle piccole cose, ai dettagli».
Continui a cantare?
«Assolutamente sì, e continuo a prendere anche lezioni».
C’è una canzone che ti piace di più da cantare?
«Diciamo che canto quello che mi dà la mia insegnante».
Che cosa stai studiando in questo periodo?
«Abbiamo appena finito con Wildflower di Billie Eilish: il brano che ha vinto la canzone dell’anno ai Grammy».
Dov’è casa?
«Non lo so, sinceramente. Casa mia, questa dove sono adesso, non la sento davvero mia».
Vivi da sola?
«Sì, appena sono tornata a Roma, dopo il lockdown, mi sono trasferita. Mi sento a casa dove sono i miei genitori, che sono la mia stella polare. Io sono cresciuta con un nonno che aveva una casa a Favignana, in Sicilia. E quella l’ho sempre vista come il mio posto del cuore, perché mi ha permesso di legarmi alla calma e alla tranquillità, due cose molto distanti da me».
Cos’è che rende così importante, per te, recitare?
«Io sono un po’ ossessionata dal mio lavoro, ed è una cosa che vorrei provare a ridimensionare. Se la tua passione diventa il tuo lavoro, si trasforma rapidamente in ossessione. E l’ossessione, come ho detto l’altro giorno durante un’altra intervista, può battere il talento: dà una carica enorme. Però voglio cercare di rendere tutto meno stressante, anche perché questo stress, poi, lo esprimo attraverso il mio corpo».
E come si fa?
«Sul set di Motorvalley, un aiuto regia mi ha detto una cosa importantissima; mi ha detto che non salviamo vite con il nostro lavoro, che ci possiamo permettere di sbagliare. E per quanto possa suonare una frase fatta, è vero. Devo provare a ricordarmelo più spesso. L’arte riesce a esprimere cose che, altrimenti, non sapremmo esprimere. Con l’arte, con la recitazione, non servono parole: si entra in una dimensione diversa, una in cui contano altre cose».
Che effetto ha su di te, recitare? Ti senti più libera, più in controllo?
«Quello, secondo me, dipende molto dal personaggio che devi interpretare. Blu, per esempio, mi ha travolta. Mi sono lasciata andare. E non avere il controllo è stata una boccata d’aria fresca».
Perché?
«Perché di solito voglio avere il controllo. E non averlo per una volta è stato estremamente liberatorio».
Essere liberi, completamente a proprio agio, è qualcosa che si cerca nella propria casa?
«Non lo so, ti dico la verità. Io mi sono sempre stufata di rimanere per troppo tempo nella stessa casa. Dopo due o tre anni, ho bisogno di cambiare, di traslocare. In questo momento, intorno a me ci sono ancora dei quadri che non ho appeso, che sono per terra».
Che quadri sono?
«Due sono appesi. Uno ritrae Sophia Loren e Marcello Mastroianni in Ieri, oggi, domani, nella scena in cui lei si toglie le calze. Poi ci sono nove quadri per terra. C’è il poster di The Rocky Horror Picture Show, uno dei miei musical preferiti. Poi ci sono alcune fotografie che ha scattato il mio amico fotografo. Ci sono poster di Io e Annie e di Manhattan, e c’è una foto mia, incorniciata, che mi è stata regalata alla fine delle riprese di Motorvalley».
Che rapporto hai con i ricordi?
«Mi piace ricordare; mi piace ricordare soprattutto l’infanzia. Non mi piace piangere perché il passato è passato. Sono una nostalgica, se vuoi».
Ma?
«Ma in modo sano».
Foto: Fabio Germinario. Grafica: Manuel Bruno.