di Gianmaria Tammaro
La passione per il canto e il primo, vero contatto con la recitazione. Il cinema come dimensione quotidiana e non solo ricreativa. Essere attrice ed esercente. Il rapporto con la madre e con il padre. La decisione di viaggiare e di spostarsi a Roma per poter studiare. E poi il piacere della competizione e la sicurezza che deriva dal suo passato di ginnasta. La moto, i film che cambiano la vita e un’idea di casa molto più ampia. L’intervista.

Ester Pantano è estremamente precisa mentre racconta il modo in cui si prepara prima di uno spettacolo teatrale. Parla di allenamento e di controllo del corpo, e poi parla di spazi, della capacità di vivere nel singolo istante, ascoltando l’altro, guardandolo davvero, senza affidarsi troppo alla memoria, e parla di quanto sia difficile, ogni volta, superare il blocco iniziale. Perché prima di andare in scena tutto dentro di te urla e prova a fermarti. Dopo il primo passo, devi riappropriarti delle tue estremità: delle gambe, delle braccia, della punta delle dita. E quando poi vai avanti, quando ti unisci agli altri attori sul palcoscenico, devi riuscire a essere elastico, pronto, fluido.
Ester ha sempre frequentato i cinema, e non solo le sale o le file prima dell’inizio di un film. Li ha conosciuti intimamente, dietro le quinte, seguendo sua madre che per anni ne ha gestito uno. Il primo film che ricorda di aver visto è Il Re Leone. Quello che però le ha aperto gli occhi è stato Titanic. Ester, che in questi giorni è al cinema con Io+te, il film di Valentina De Amicis, ripete più volte che è importante ritrovare uno spazio di condivisione, in cui stare con gli altri, e non vivere il cinema passivamente, come se fosse solo un passatempo.
Viaggia tanto, Ester: Parigi, Londra, New York, Pechino. Ricorda il freddo nordamericano, la meraviglia della Cina e la familiarità delle capitali europee. E se c’è una cosa che in tutto questo tempo ha capito, è che una casa non ha bisogno di quattro mura o di mobili. Certo, anche quelli servono. Ma ciò che conta veramente, a un livello quasi viscerale, sono le persone. Perché sono quelle che ci permettono di ritrovare il nostro centro.

Prima del tuo percorso come attrice, mi piacerebbe parlare del tuo impegno come esercente. Quando hai deciso di gestire un cinema?
«In un certo senso, l’ho sempre vista come una cosa normale. Anche mia mamma è stata proprietaria di un cinema. E quando ero piccola, il numero del cinema era il numero del lavoro di mamma. Ti parlo proprio della parte organizzativa, di come si gestisce una sala; non ti sto parlando dei film o della programmazione. Poi, intorno al 2010, abbiamo preso in gestione quest’altra struttura, che è il King di Catania. Siamo quattro soci. Proviamo a portare in sala quei film che i grandi cinema non programmano o tendono a sottovalutare. È qualcosa di cui sono profondamente orgogliosa, credimi».
Che tipo di pubblico è il vostro?
«Uno fatto di spettatori fedelissimi, che conosciamo e chiamiamo per nome. E anche questo, per me, è molto bello. Perché siamo una specie di famiglia. Si crea un tessuto sociale spesso, chiaramente percepibile, che in qualche modo offre una rassicurazione: puoi andare al cinema da solo, ma sai che comunque incontrerai qualcuno che conosci o con cui poter parlare di quello che hai appena visto. Insomma, succedono quelle cose che per qualcuno possono suonare ridondanti, ma che in realtà ci dicono che un pubblico attento e interessato esiste. Ed è un pubblico desideroso di nutrirsi di quello che vede e non solo di trascorrere il proprio tempo libero».
Quando eri piccola andavi spesso al cinema?
«Sì, piuttosto spesso».
Qual è stato il primo film che hai visto in sala?
«Il primo film che ho visto è stato Il Re Leone, ma non l’ho visto nel cinema di mia mamma, ma in un’altra sala, che si chiama CineCentrale e che oggi è un cinema di seconda visione. Non che questo sia un male, anzi: abbiamo bisogno di sale così. Per me è sempre stato un cinema bellissimo. Poi, al cinema Odeon, oggi chiuso e di cui conservo un bellissimo ricordo, con questo tetto che si poteva aprire d’estate, ho visto Titanic. Ed è stata la prima volta che mi sono fatta un bel pianto. In realtà, ho pianto anche per Il Re Leone, quando Mufasa muore e Simba rimane da solo. Ma con Titanic è stato diverso».
Diverso come?
«Ho preso coscienza di quello che, a volte, può succedere sfuggendo al nostro controllo; e poi ho preso coscienza dell’ingiustizia».
Quando è nato, invece, il desiderio di voler fare l’attrice?
«In realtà, ti dico la verità, non è iniziata di colpo. Ho fatto dei corsi di teatro a scuola, come li fanno tutti. Un po’ mi fanno sorridere quelli che dicono che hanno recitato fin da bambini, dalle elementari. Io frequentavo questo laboratorio che era obbligatorio, quindi figurati. Non era una vocazione, era una cosa imposta dalla scuola. (ride, ndr) Ho deciso di fare l’attrice in un altro momento. Prima ancora della recitazione, però, c’è stato il canto. Ero iscritta all’Università di Lingue e letterature straniere all’ex-Monastero dei Benedettini a Catania. Ed è stata mia mamma che mi ha parlato di questa scuola di canto dove andava un suo collega».
Ti piaceva cantare?
«Tantissimo. Pensa, e non me lo sto inventando, che mi chiamavano “cerbiatto canterino”. Comunque, dopo un mese di corso a questa scuola, l’insegnante ha chiamato mia madre per chiederle di potermi iscrivere a un festival. Però, e questa era la cosa particolare, senza dirmelo. (ride, ndr)»
E tu poi hai partecipato a questo festival?
«Sì, ed è andata anche molto bene. Io, però, ero veramente timida. E così, dopo essermi esibita, ho avuto un crollo emotivo, con pianti e singhiozzi senza fine».
Era stato difficile?
«No, anzi. Non ho pianto per la vergogna o per l’ansia; il mio è stato un pianto liberatorio».
A quel punto che cosa è successo?
«A quel punto è arrivato il teatro. E mi ricordo che durante la scena di un musical a cui avevo preso parte due ragazzi cominciarono a riempirmi di domande; volevano sapere se il mio era un hobby o qualcosa di più, e mi dissero che dovevo studiare, che dovevo andare a Roma e frequentare un’accademia».
E tu?
«E io, il giorno dopo, insieme a mia mamma mi sono messa a cercare accademie e a informarci su come fare domanda. Da lì, dopo altri corsi e altri spettacoli in teatro, sono arrivata al provino di Montalbano».
Che però non doveva essere il provino per una parte importante.
«No, ero lì per fare la comparsa, niente di più. Solo che Alberto Sironi, quando mi ha vista, mi ha dato una scena e mi ha detto di impararla, e mi ha fatto il provino per il personaggio di Stella Urso. Sempre nel 2012, prima di partire per Roma e fare l’esame per il Centro Sperimentale, mia mamma mi ha regalato un accredito per la Mostra di Venezia. Sono riuscita a vedere tutti i film in concorso, pensa. Poi, dieci giorni dopo, ho fatto i testi d’ammissione e il corso propedeutico per il Centro Sperimentale e alla fine sono entrata».
Che cosa hanno in comune la recitazione e la ginnastica artistica?
«Il senso costante di competizione. La gara. La preparazione che serve prima del grande salto, prima del provino. La capacità di riuscire nonostante tutto – nonostante le cadute, gli errori, le paure – a trasmettere qualcosa alle persone che ti osservano. Mi ricordo benissimo il riscaldamento prima delle gare, e mi ricordo anche che non appena entravi in pedana potevi già immaginare chi avrebbe vinto. Proprio perché si respirava qualcosa di preciso, le ginnaste trasmettevano sensazioni chiare. Ho sempre avuto questa cosa della competizione e, soprattutto, ho sempre avuto una sorta di piacere per la competizione. Ho imparato ad andare avanti sia nelle gare che durante i provini».
Quanto è difficile tenere separato il giudizio professionale, con i no per un provino, e la percezione personale?
«Sono stata molto fortunata, perché ho vinto tanto con la ginnastica artistica. E non lo dico per piaggeria. Vincendo tanto, ho sviluppato una sorta di sesto senso, so capire quando sono in gara e quando invece non lo sono. E lo stesso vale anche per i provini: so sia quando sono andata bene che quando non sono andata bene. Ho una percezione chiara. Non sono in balia degli eventi. Non vado nel panico. Riesco ad analizzare con precisione tutto quello che ho fatto. Riesco a vedermi da fuori. Poi dipende dal regista e dalla produzione, dipende da quello che cercano. C’è da dire che, secondo me, in Italia c’è una grande pigrizia per quanto riguarda le trasformazioni».
In che senso?
«Spesso, vogliamo tutto subito, l’attore così come sarà nel ruolo, e non proviamo a vedere il lavoro che si può fare prima, per la trasformazione, per arrivare a un certo risultato, anche fisico. Non si parte dal talento, a volte. Si parla solo dalle apparenze. C’è poca voglia di impegnarsi per fare entrare un attore in un ruolo. Ed è pigrizia, lo ripeto. Si cerca troppa aderenza alla realtà, e viste le premesse di questo lavoro non ha senso. Io voglio poter cambiare».
Porti ancora con te gli anelli di tua nonna?
«Certo, sempre. Anche in questo momento. Sono i miei amuleti».
Perché ci sei così legata?
«Perché mia nonna è stata la prima persona a farmi capire che il mondo non finisce con le mura domestiche, ma che va oltre. E che noi possiamo portare il cambiamento sia nella nostra vita che nella vita degli altri. Mi ha fatto capire che intorno a noi si muove una comunità, che non deve per forza coincidere con i nostri amici o con le persone a cui teniamo di più; una comunità è fatta di tante cose. E noi abbiamo la possibilità di condizionare la vita e la giornata degli altri. Mia nonna mi ha insegnato a guardare non solo me stessa, ma anche ciò che mi circonda».
È un discorso che in qualche modo si ricollega a quello che dicevi prima, a proposito dell’esperienza della sala.
«Assolutamente sì. È una cosa in cui credo davvero. E penso anche che molti dei problemi che abbiamo oggi dipendano da questo. Abbiamo dimenticato qual è il nostro posto e l’impatto che possiamo avere sugli altri. La famiglia stessa, come primo passo di convivenza e condivisione, spesso viene caricata di significati e obiettivi che non le appartengono. Penso alle donne che, dopo il parto, devono affrontare da sole la depressione, penso a queste coppie isolate, che sono lontane da qualunque cosa, e che devono fare mille sacrifici per andare avanti».
Qual è il problema?
«Stiamo crescendo in una società sempre meno interessata alla collettività. Me ne rendo conto guardando le case e il modo in cui si stanno trasformando; sono luoghi in cui rimani per poco, transitori, dove non vivi per davvero. E questo condiziona il nostro modo di interagire: abbiamo fretta, vogliamo tutto, e non c’è pazienza nel costruire le relazioni. Ne parliamo anche in Io+te: non vogliamo ascoltare e quindi, per evitare di ascoltare, non vogliamo nemmeno legarci agli altri. Non vogliamo ricordare, perché se ricordiamo siamo costretti a rimanere; e se siamo costretti a rimanere, non abbiamo una via di uscita veloce».
Mi pare di capire che tua madre sia una delle persone più importanti della tua vita. Che rapporto vi unisce?
«È un rapporto di grande supporto, di collaborazione e soprattutto di fiducia. Io so che se chiedo a mia madre di fare qualcosa la farà esattamente come la farei io, e lo stesso vale al contrario. C’è una cura per tutto, molto alta. Ed è una consapevolezza che, in qualche modo, mi crea dei problemi quando mi trovo ad avere a che fare con persone superficiali e lascive, che fanno quello che fanno senza amore. Sono estremamente attenta ai dettagli, perché sono quei dettagli che possono fare la differenza e trasformare un luogo qualunque in un luogo accogliente».
Con tuo padre, se non sbaglio, condividi la passione per le moto.
«Sì. (ride, ndr) Mio padre rappresenta la parte di follia e di gioco, e tutto ciò che non ha un tempo. Abbiamo in comune questo: ci perdiamo in ciò che facciamo; non abbiamo un’agenda. Posso fare contemporaneamente più cose, senza avere l’ansia di dover finire quello che sto facendo prima di passare avanti. È una consapevolezza che mi dà un piacere profondo».
Che pensieri si hanno quando si corre in moto?
«È una cosa strana da dire, sai? Sei concentrato, sia perché vai veloce sia perché sei più esposto, non avendo niente tra te e il mondo che ti circonda. Io perdo la concezione del futuro e del passato; vivo nel singolo momento, e sono obbligata al presente. Ed è una cosa molto bella».
Essere presenti a sé stessi è importante anche nella recitazione?
«Molto, sì. Se ti concentri su quello che sta per succedere e non ti concentri sul singolo istante, stai svuotando di senso e di significato ciò che stai facendo; stai ripetendo a memoria, senza un vero pensiero, senza una vera considerazione, una scena con i suoi movimenti e le sue parole. E questo credo che sia un’altra magia del teatro. Ho finito da poco di portare in giro uno spettacolo, che si intitola Penelope, e ogni volta che ero sul palco mi rendevo conto sempre della stessa cosa».
Cosa?
«Che la vita stava accadendo in quel momento preciso. Non un minuto prima, non un minuto dopo».
Qual è la tua routine prima di andare in scena?
«Guarda, io vengo presa molto in giro per la mia routine. Innanzitutto smetto di mangiare almeno tre ore, tre ore e mezza prima. Perché devo avere il diaframma libero. E poi faccio un super allenamento per la respirazione e per allungare il fiato. Il corpo deve essere pronto, reattivo; non deve opporre nessuna resistenza. E questa è una cosa che mi porto dietro dalla ginnastica artistica».
Perché “vieni presa molto in giro”?
«Perché prima di andare in scena salto, faccio piroette e salti. Sulla dieta non ho mai esagerato, e sto attenta a quello che mangio. Proprio perché voglio prendermi cura del corpo, che è il primo strumento per un attore. Il corpo non deve essere offuscato, né in un senso né nell'altro. Né dalla pesantezza né dalla sovreccitazione. Non bevo nemmeno il caffè».
Riciclo la domanda che ho fatto prima sull’andare in moto e ti chiedo: che pensiero si ha poco prima di andare in scena?
«C’è una grande eccitazione e, nonostante tutto il riscaldamento, c’è come un senso di immobilità. Il corpo, davanti al salto prima dell’andare in scena, si blocca. Devi far ripartire la circolazione, a cominciare dalle dita. E poi vai in scena. E non ti devi fermare mai. Per me dirsi le battute è come passarsi la palla: se qualcuno sbaglia, devi essere così presente da rispondere a quello che ti viene detto e non a quello che hai imparato. La memoria deve essere uno strumento, non un limite. E quindi è fondamentale stare contemporaneamente sia nel presente che, in modo paradossale, nel futuro. Siamo come batteristi, noi attori: dobbiamo continuare a mantenere il ritmo ed essere pronti ad allungarci in ciò che sta per succedere».
Torna un’altra tua grande passione: quella per il jazz.
«Sì, assolutamente».
Come si riconosce il ritmo giusto per un momento e, più in generale, per una storia?
«Fra attori credo che sia fondamentale l’ascolto: se non ascolti l’altro, se ti concentri solo su te stesso, rischi di perderti dei pezzi; devi entrare nell’altro, devi capirlo, devi stare con lui o con lei seriamente. Anche quando si fa una scena di conflitto, bisogna essere di supporto. Suona come una contraddizione, lo so, ma ti fa capire quanto sia importante l’ascolto. E secondo me al cinema si nota molto quando due attori non si ascoltano: le parole vengono fuori completamente svuotate del loro vero significato».
A parte il corpo, quale credi che sia un altro strumento fondamentale per l’attore?
«Lo sguardo. Non credo tanto nella parola».
È difficile trovare il controllo del proprio corpo e del proprio sguardo?
«C’è chi questo controllo ce l’ha e basta, e chi invece ha bisogno di un contesto preciso per poter raggiungere questo controllo. E quindi è importante, anche su un set, che ci sia rispetto per quello che succede in scena, che le persone dietro la camera non facciano rumore, che ci sia calma. A volte, penso che sia necessario ripetere le regole. Sia in teatro che su un set cinematografico. Ogni situazione ha le loro necessità. E sono cose che, in teoria, dovresti fare in automatico».
Quanto è freddo l’inverno newyorkese?
«Molto freddo!»
Tu ci hai passato quasi due anni, a New York.
«Ci sono tornata più volte, e in totale sì, ci ho passato due anni».
Che ricordi hai di New York?
«Il primo che mi viene in mente è un ricordo bellissimo, che mi unisce a una collega e amica che si chiama Beatrice Pelliccia. Era Natale, e stavamo facendo una passeggiata. Mi ricordo che ci eravamo ritagliate un pomeriggio per fare dei regalini, nonostante l’impegno del lavoro. È un ricordo che mi fa riflettere su quanto sia importante circondarsi delle persone giuste. Essere attori non è solo stare sul palco; essere attori ha a che fare anche con lo stare nella vita di ogni giorno, immersi nella realtà».
Pechino o Parigi?
«Parigi. Ho amato molto Pechino, e per un periodo ho pensato anche di trasferirmi. È un altro mondo».
Viaggiare così tanto, in qualche modo, è in continuità con la recitazione?
«Credo assolutamente di sì. A volte mi dico che viaggio troppo, che mi sposto in continuazione, ma non appena mi fermo mi ricordo quanto sia importante viaggiare per me. Amo gli aeroporti, li amo proprio come luogo. Possono assumere tantissimi significati e possono coincidere anche con il diritto alla libertà. Ed è una cosa che spesso sottovalutiamo. Mi ricordo quando sono stata a Bali, per quasi due mesi, e ho capito quanto niente vada dato per scontato. Chi nasce a Bali fa una fatica enorme a spostarsi, deve sempre dimostrare di averne la possibilità, di poterselo permettere».
Che cosa hanno in comune, secondo te, gli aeroporti e i cinema?
«Entrambi sono luoghi che ci portano a viaggiare, che ci mettono in contatto con qualcosa di diverso e di lontano da noi. L’altro giorno, quando sono andata a vedere Hamnet, sono rimasta folgorata. E ho fatto un viaggio. E non credo di essere più la stessa persona. Ci sono dei film che ti cambiano, che ti entrano dentro. Come Precious, che per me è veramente incredibile: ti racconta un altro mondo, un’altra vita, un’altra realtà, ti apre gli occhi. Possiamo e a volte dobbiamo guardare le commedie, ma è importante guardare anche altro, cose che ci avvicinano alle persone, a ciò che non conosciamo».
Quanto è difficile trovare ruoli così, capaci di avere un impatto?
«Difficilissimo. Personalmente credo di essere stata molto fortunata a poter interpretare una donna come Francesca Morvillo, che si è impegnata in prima persona per le periferie e che ha capito quanto sia fondamentale dare ai figli la possibilità di liberarsi dell’eredità pesante dei padri attraverso lo studio e la cultura. Grazie a quel ruolo, ho capito ancora di più l’importanza dell’essere presente, di non attraversare la vita velocemente, senza riconoscere gli altri e la loro unicità».
Quanti film vedi?
«Tanti».
Qual è l’ultimo film che hai visto, a parte Hamnet?
«Last Daughter, dove tra l’altro c’è sempre Jessie Buckley».
Hai un posto che definisci casa?
«No, non è uno solo. Ci sono tanti posti che, a volte, diventano casa. Sono soprattutto le persone che fanno casa e che sono in grado di rendere casa qualsiasi luogo. Credo di essere riuscita a staccarmi dalla necessità di avere un luogo fisico; quelle che mi mancano sono le persone. E quando le incontro, ho la possibilità di ricentrarmi».
Qual è la parola catanese che usi di più?
«Scialo. Quando sei al mare e c’è il vento che soffia, quando guardi l’Etna, ti stai scialando. Godi di quello che hai davanti a te, del presente».
Adesso ti stai scialando?
«Sì, adesso mi sto assolutamente scialando».
Foto: Cristina Nifosi. Grafica: Manuel Bruno. Abito: Sandro. Gioielli: Sodini.