di Gianmaria Tammaro
Il diario su cui scrive i sogni che ha fatto, il rapporto con i suoi genitori e con le persone che la seguono sui social. L’importanza di ascoltare il proprio corpo e di studiarsi allo specchio, per capire se si è felici o se si è tristi. La recitazione come modo per esprimersi. L’impegno costante in tutto quello che fa. I pregiudizi degli altri e la considerazione che ha di sé stessa. L’esperienza con Ti respiro e la voglia di continuare a sperimentare. L’intervista.

Jenny De Nucci tiene un diario con tutti i suoi sogni. È stato suo padre a consigliarle di farlo. Può servire, mi racconta. Sia per appuntarsi qualche idea sia, poi, per riconoscere il disegno più grande delle cose. Jenny parla di premonizioni e di sensazioni; mi spiega che è importante ascoltare il proprio corpo, perché è il corpo a dirci quando siamo felici e quando, invece, stiamo male. I suoi bilanci li prende allo specchio, nei cambiamenti che le attraversano il viso e nella luce che a volte le illumina gli occhi. Quando ha lo sguardo più spento, o quando nota uno sfogo sulla pelle che non vuole andare via, capisce che c’è qualcosa che non va.
Jenny ha voluto fare l’attrice fin da bambina. La recitazione, per lei, non è mai stata un piano B. Si è impegnata per arrivare dov’è oggi, e quando può recitare accanto ad attori che ha sempre apprezzato e ammirato si sente fortunata. Jenny, però, crede anche in un’altra cosa. E quella cosa è il duro lavoro. Non accetta i pregiudizi o i luoghi comuni sui social: questo modo di pensare che vuole tutti quelli che hanno un pubblico online privi di qualsiasi talento. E Jenny quindi si impegna, dà il massimo. Ricordandosi, però, una cosa fondamentale: bisogna fermarsi quando si supera quella linea sottile che divide la dedizione dall’ossessione, e ascoltarsi.

È difficile trovare un equilibrio tra le tante cose che fai? Tenersi sempre impegnata, a un certo punto, non diventa troppo?
«Secondo me no. O almeno, non è una cosa così immediata. Ho imparato ad ascoltare il mio corpo. Quando capisco di essere vicina al punto di rottura, mi fermo. Per me è fondamentale rispettare sia i miei tempi che le mie necessità».
È sempre stato così?
«No, purtroppo no. Prima mi era stata messa in testa un’altra idea».
Quale?
«Che le cose non durano per sempre e che è importante provare a sfruttare ogni singola occasione. Che se ti fermi un attimo rischi di rimanere indietro, di essere dimenticata».
La verità, invece, qual è?
«Che prima di tutto veniamo noi, con il nostro corpo e il nostro benessere, e solo in un secondo momento tocca ai progetti e al lavoro».
Quando hai deciso di fare l’attrice?
«Da piccola, in realtà. Ma non credo che ci sia un solo modo per scegliere questo mestiere. Va benissimo anche cominciare online, sui social, e poi spostarsi in altri campi. Non ci sono dei limiti così netti, per quanto mi riguarda. Se una persona ha dentro di sé un’aspirazione di qualche tipo, è giusto che possa seguirla».
Qual è stato il tuo primo contatto con questo modo?
«Da bambina frequentavo un corso di teatro, e mi ricordo che mi impegnavo in ogni cosa. Anche nel mettere insieme gli spettacoli, nel lavorare dietro le quinte. Non mi sono mai risparmiata. Poi, per fortuna, le cose hanno trovato una loro direzione e sono andate bene, in maniera quasi imprevedibile. Ogni tanto mi capita di parlarne con i miei genitori».
E che cosa vi dite?
«Io ripeto sempre che mi sembra tutto incredibile. La mia famiglia non viene da questo mondo. Sono cresciuta nella provincia brianzola, in campagna; a casa mia c’è una fattoria. Io non ho mai avuto dubbi. Sentivo che questo sarebbe stato il mio futuro».
E gli altri?
«Gli altri mi dicevano di non montarmi la testa, di rimanere con i piedi per terra. Alla fine, e lo dico senza arroganza, ho avuto ragione io. I miei genitori ci hanno sempre creduto. Mi portavano a Roma, ai provini, e non mi hanno mai scoraggiata».
Qual è il primo ricordo che ti viene in mente?
«Se parliamo di lavoro, mi viene in mente il primo giorno sul set di Un passo dal cielo. Non avevo nemmeno diciotto anni; mancava una settimana al mio compleanno. Mi ricordo che papà era venuto con me, perché non potevo essere sola. Avevo qualcosa come settanta pose. E mi ricordo anche un’altra cosa».
Cosa?
«Il momento in cui io e mio padre ci siamo guardati e non ci potevamo credere. Perché ce l’avevo finalmente fatta».
Qual è, invece, il primo ricordo della tua infanzia?
«Ne ho tantissimi, non uno solo. Per fortuna la mia infanzia è stata un periodo molto bello. Ti potrei raccontare quando i miei genitori hanno preso un cane e io avevo otto anni, e quel cane è rimasto con me per sedici anni. Sono piena, davvero piena, di bei ricordi».
Che bambina eri?
«Qualche giorno fa, stavo guardando le richieste di messaggi su Instagram. E ne ho trovato uno che veniva da un profilo senza foto. L’ho letto. Era la mia maestra di religione delle elementari».
Che cosa ti aveva scritto?
«Che si ricordava di me come di una bambina molto allegra ma poco compresa».
Era effettivamente così?
«Sì. Nonostante fossi una bambina felice, mi sentivo poco compresa. Se ne sono accorti anche i miei genitori. Le persone intorno a me avevano un occhio di riguardo nei miei confronti, ma solo perché ero allegra e solare. Non erano veramente interessate a quello che avevo da dire. Questo mio entusiasmo me l’hanno sempre fatto pesare. E con gli anni, ho provato a calmarmi».
Però?
«Però ho capito che non ha senso cambiare per gli altri. Gli anni delle elementari mi hanno plasmata tantissimo. Certe cose non me le ricordo. Forse è stato quel meccanismo di autodifesa, no? Il cervello che tende a dimenticare i traumi. Ci sono stati dei momenti bui, sicuramente. Di bullismo. E delle discussioni strane con i genitori dei miei compagni. Una volta, quando ho organizzato un compleanno in piscina, non è venuto nessuno. Me l’hanno detto i miei genitori».
E perché non si è presentato nessuno?
«Perché dicevano che ero strana. E forse sta qui quell’incomprensione di cui parlavamo prima. Quando ho letto il messaggio della mia maestra, sono rimasta un po’ scossa. E l’ho detto ai miei genitori. In generale, come ti dicevo, credo di aver avuto un’infanzia molto felice. Però quando penso a quegli anni lì, quelli delle elementari, provo una malinconia strana».
Credi che questa incomprensione, con il tempo, sia diminuita?
«Se devo essere sincera, continuo a sentirmi un po’ incompresa. Spesso le persone hanno un’idea sbagliata di me, soprattutto dal punto di vista professionale: pensano che abbia deciso all’improvviso di fare questo mestiere. Io mi impegno tantissimo, costantemente. Molte cose le ho imparate da sola. Dalle lingue agli strumenti musicali. Ogni tanto mi piacerebbe parlare con chi mi vede così proprio per sciogliere i loro dubbi».
Credi che in questa distanza che si è creata parte della responsabilità sia dei social?
«Assolutamente sì. Più o meno cinque anni fa, ho fatto un provino per un film. E mi ricordo che il responsabile casting mi disse una cosa tipo: hai molti follower, ma sei anche brava; non me lo aspettavo. Un po’ come se avere un pubblico che ti segue fosse sinonimo di incapacità. È una cosa che mi dispiace. Perché io mi impegno tanto, e tutti quelli che hanno lavorato con me lo possono confermare».
Tu che cosa hai risposto a questo responsabile casting?
«“Pensa, so anche cucinare”. (ride, ndr) Io spero che questo pregiudizio, prima o poi, possa andare via. Non solo per me, ma per tanti colleghi, tanti amici, che sui social hanno numeri enormi e sono bravi. Nel montaggio, nella regia; nella realizzazione di video. E alla fine, per poter essere presi sul serio, devono andarsene. Ed è un peccato».
Tu che giudizio hai di te stessa?
«Sono esigente. Ogni volta provo a sbugiardare le cose che vengono dette su di me. Sono convinta che, se avessi un seguito minore sui social, o almeno se non avessi questo seguito, sarei considerata diversamente. E così mi impegno sempre con tutta me stessa, per non dare spazio alle critiche più superficiali. Da me pretendo il massimo e non mi accontento facilmente. Allo stesso tempo, però, sono molto contenta di quello che faccio. Non mi ammalo. Non mi dispero. Quando mi rivedo, quando noto che ho fatto bene qualcosa, ne sono orgogliosa. Non mi massacro inutilmente; non ha senso vivere questo lavoro in modo così negativo».
E invece con della parasocialità, che è un fenomeno che si è diffuso soprattutto online, con le persone che credono di avere un vero rapporto con te solo perché ti seguono, che cosa pensi?
«Ti dico una cosa. Ho una fortuna molto grande, e questa fortuna sono le persone che mi seguono. Spesso si tratta di persone che sono cresciute insieme a me. Quando ero più piccola usavo in modo diverso i social, dicendo troppe cose, giustificandomi in continuazione e raccontando la mia vita privata. Con il tempo, sono cambiata io ed è cambiato anche il modo di percepirmi».
E il tuo pubblico?
«Il mio pubblico è principalmente femminile, e quando mi capita di incontrarlo, magari in strada, parliamo. Non mi chiedono foto o selfie. Ci aggiorniamo. E secondo me sono fortunata. La parasocialità può assolutamente diventare un problema. Alcune amiche hanno dei follower che credono di avere delle vere e proprie relazioni con loro».
Non hai mai avuto esperienze simili?
«Una volta un ragazzo è arrivato a chiamare l’azienda di mio padre spacciandosi per Riccardo Manera, con cui avevo lavorato da poco. Poi ho contattato Riccardo e lui mi ha detto che non aveva mai chiamato mio padre. Per fortuna, questa cosa si è fermata da sola. Mi è venuta in mente ora, parlando con te».
Cani o gatti?
«Sono cresciuta circondata dai cani, ma da quando vivo a Roma sono tre anni che ho due gatti, che per me sono come due fratelli».
Com’è stato produrre Ti respiro (Raiplay), dove sei anche protagonista?
«Sicuramente è stata un’esperienza incredibile, perché comunque sono passata dall’altra parte della barricata. Però ho perso anche vent’anni di vita. (ride, ndr) È stato difficile e intenso. Lo rifarei, sì... Ma tra un po’ di tempo».
Ti piacerebbe lavorare di più alla costruzione di un progetto, anche dal punto di vista della scrittura?
«In qualche modo l’ho sempre fatto. Mi spiego. Fin da piccola, fin da quel corso di teatro di cui ti parlavo prima, mi sono sempre impegnata in ruoli diversi. La recitazione, oggi, è solo uno dei tanti modi che ho trovato per esprimermi, quello più evidente e a cui, in questo momento, tengo di più. Ma ho sempre scritto».
Sempre?
«Ogni volta che ho un sogno, prendo appunti, proprio perché può essere un’idea per un soggetto o, più in generale, per un racconto. Con i registi e i co-produttori di Ti respiro ho un gruppo dove ogni tanto condivido quello che mi viene in mente; mi fido ciecamente di loro. Forse prima o poi proverò a dirigere un corto, quantomeno per capire com’è. Ovviamente non lo farò all’improvviso, ma studiando e preparandomi. La cosa più bella di Ti respiro è stata la possibilità di confrontarmi costantemente con i registi, con la fotografia e con gli altri reparti».
Mi dicevi prima che hai l’abitudine di scrivere i sogni che fai. Qual è l’ultimo sogno che hai fatto?
«Guarda, ti faccio una piccola premessa. Fin da piccola, sono sempre stata un po’ strega».
In che senso?
«Sogni, sensazioni, cose così. Ogni volta che devo spiegare questa cosa rischio di passare per pazza, lo so... (ride, ndr) Però credo di essere legata all’esoterico. Qualche giorno fa, mi è capitato di fare un sogno su questa ragazza che conosco e ho sentito il dovere di scriverle, per sapere se andava tutto bene».
Che cosa avevi sognato?
«Era in macchina e sembrava sul punto di schiantarsi. Lei mi ha risposto che, a parte un periodo molto difficile dal punto di vista personale, non era successo niente. Da piccola, mi capitò di sognare un blackout. E il giorno dopo andò via la corrente. È stato il mio papà a consigliarmi di tenere un diario dei sogni».
Di che cosa hai paura?
«Degli imprevisti. Che se da una parte sono un po’ il carburante della vita, dall’altra credo possano portarci lontano dalla nostra strada. Io sono convinta di questa cosa, che la nostra vita, in qualche modo, sia tutta scritta. E ogni tanto mi dico che determinate cose devono succedere, che devono andare in un certo modo. Per questo motivo gli imprevisti mi spaventano. Il pericolo di perdere all’improvviso qualcuno o qualcosa a me molto cari mi angoscia».
Come definisci, allora, la libertà?
«Per me la libertà coincide con la possibilità di scegliere, e io sono fiera di me stessa proprio perché credo di essere molto libera. Me lo ripete anche il mio papà. Non scendo a compromessi; non mi adeguo. Prendo delle scelte che mi possono rendere felice. Non voglio avere rimpianti. Questo Capodanno, per dirti, sono partita con un gruppo di sconosciuti per la Norvegia».
E com’è andata?
«Benissimo. Una delle esperienze più belle della mia vita. Sono sempre andata in campeggio. Quando ho proposto questo viaggio alle mie amiche, mi hanno detto di no, che non si fidavano ad andare in giro con degli sconosciuti. E alla fine sono partita da sola. Ho scelto di andare comunque. Per me la libertà è scegliere con chi stare, cosa fare, dove andare; la libertà è la possibilità di cambiare i propri i pensieri. Einstein diceva che il cambiamento è sintomo di intelligenza. Se io domani voglio fare altro, voglio cantare, nessuno me lo può impedire. E la libertà sta esattamente qui. Per me è giusto che le persone possano fare più cose».
Al di là dei provini vinti, quando hai capito di essere un’attrice?
«Quando le persone, di cui ho sempre temuto il giudizio, sono venute da me e mi hanno parlato delle cose che avevo fatto, riconoscendomi un talento o comunque riconoscendo il mio impegno. Questo lavoro, per me, non può esistere senza il passaggio di emozioni, senza lasciare agli altri qualcosa. Quando sai che nel tuo piccolo sei riuscito a emozionare qualcuno, hai la conferma che questo mestiere lo puoi fare. Nello specifico, questo momento è arrivato con un film che si chiama Prima di andare via. Alla fine c’è un mio monologo, e mi ricordo che sul set, mentre giravamo quella scena, un paio di persone si sono commosse. È stato il regista, Massimo Cappelli, a farmelo notare e a dirmi che quello che era successo era una cosa speciale».
L’empatia può essere un limite?
«Assolutamente sì, e ti parlo perché sono una specie di spugna emotiva. Quando ero un po’ più piccola, è stato un grande limite. La terapia in questo mi ha aiutata molto. Prima mi rovinavo le giornate; se parlavo con qualcuno che stava male, stavo male anche io. Sono veramente malinconica, credimi. C’è questa frase, in inglese, che dice: “I know nostalgia exists because I exist and I’m full of it” (“so che la nostalgia esiste perché esisto anche io e ne sono piena”). Me la ripeto spesso. Sono legata al passato, ai momenti belli e ai momenti brutti della mia vita. E li custodisco tutti quanti. Grazie a questo lavoro, ho imparato a costruirmi un bagaglio emotivo, da cui eventualmente attingere per una scena».
Qual è la cosa più importante per te, in questo momento?
«La mia salute mentale. Tutte le scelte che prendo devono contribuire alla mia felicità. Per dirti, ho deciso di partecipare al film Prendiamoci una pausa perché potevo condividere il set con attori bravissimi, che ho sempre ammirato. Non mi interessava il numero di pose. Per me non era un problema avere un ruolo secondario».
Come si riconosce la felicità?
«Allo specchio».
Perché?
«Io credo molto nella somatizzazione dei problemi. Mi è successo durante un periodo buio della mia vita, in cui ho provato a ripetermi in continuazione che andava tutto bene. Quando mi guardavo allo specchio, notavo che il mio corpo mi stava chiedendo aiuto. Herpes, sfoghi, acne. Se sei felice o infelice, è il tuo corpo che te lo dice. Ho passato questo periodo con una persona che non mi faceva bene, e avevo uno sfogo sulla pelle. Appena ho smesso di frequentarla, lo sfogo è sparito».
Oggi guardandoti allo specchio che cosa ti dice il tuo corpo?
«Che sono molto contenta. Per me è indispensabile analizzarsi, e stare attenti ai cambiamenti del viso. Io lo capisco quando mi guardo allo specchio che non sono più una bambina. Per qualcuno può essere una perdita, per me invece è fonte di gioia. E poi la felicità si vede tanto dagli occhi».
Che cosa dicono gli occhi?
«Se sei felice, sono luminosi. Se sei triste, si spengono. Gli occhi ti dicono tutto, proprio come il tuo corpo».
Grafica di Manuel Bruno. Foto di Senia Padoan.