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intervista
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24.01.2026

SUPERNOVA NR. 58: Fabiola Balestriere

di Gianmaria Tammaro

La palestra di Un posto al sole, l’affetto profondo per i suoi fratelli; l’amore per Castellammare e per la sua casa. I progetti all’estero e quelli in Italia. I provini andati male, i no, i dubbi. E poi la decisione di provarci, di investire tutta sé stessa e di studiare. La responsabilità dell’attrice e il ruolo in Gomorra – Le Origini, disponibile su Sky e NOW. L’intervista.

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Dice Fabiola Balestriere di aver capito di essere un’attrice quando ha compreso fino in fondo la responsabilità che comporta interpretare un ruolo. Perché recitare non significa solamente imparare a memoria le battute, trovare il proprio segno sul set e voltarsi verso la camera. Recitare significa fare sacrifici, studiare, impegnarsi; riconoscere l’importanza del rispetto per l’altro e per sé stessi. Fabiola fa parte del cast di Un posto al sole da quasi vent’anni. È cresciuta insieme al suo personaggio, e ha imparato rapidamente a relazionarsi con un mondo fatto di adulti. Da piccola, era l’unica bambina, o comunque una dei pochi bambini, presenti sui set.

Per lei, recitare è sempre stata una parte fondamentale della sua quotidianità. Prima ancora di imparare a leggere e a scrivere, dice, ha imparato a interpretare un ruolo. Con il tempo, le cose sono chiaramente cambiate. Il senso di gioco che si prova da bambini è stato sostituito dal senso di opportunità e partecipazione; recitare è diventato un modo per esprimersi e per entrare in contatto con gli altri. Gomorra – Le Origini, disponibile su Sky e NOW, è l’ultimo progetto a cui Fabiola ha preso parte. Una serie tv che, ammette, l’ha messa a dura prova. Non pensava di riuscire a interpretare il suo personaggio, la versione più giovane di Scianel; e non pensava nemmeno di trovarsi così a suo agio sul set. È andata bene, confessa. Ed è stato decisamente più facile del previsto.

Come stai?
«Due giorni prima della presentazione a Roma il mio corpo ha ceduto, e mi sono ammalata. È stata una tragedia, credimi. (ride, ndr) Per fortuna sono riuscita a partire; rischiavo di passare l’anteprima a letto».

Adesso stai meglio?
«Sì, sto meglio. Ma è proprio il corpo che, a un certo punto, ti chiede di fermarti».

All’anteprima credo che abbiano fatto vedere solo i primi due episodi di Gomorra – Le Origini.
«Sì».

Tu avevi già recuperato tutta la serie?
«Sì. Le prime due puntate le so praticamente a memoria».

Che tipo di sfida è stata quella di interpretare questo personaggio?
«Non è stato semplice, intendiamoci. Però in un certo senso è stato più facile del previsto».

Perché?
«All’inizio, quando mi è stato mandato lo script e quando Marco (D’Amore, ndr) mi ha raccontato tutto, mi sembrava veramente difficile. E invece è stato più semplice del previsto perché abbiamo studiato e ci siamo preparati, e quindi quando siamo andati in scena eravamo pronti».

Tu che cosa hai studiato?
«Innanzitutto l’interpretazione di Cristina (Donadio, che interpreta Scianel in Gomorra – La Serie, ndr). Ho un quaderno su cui ho scritto qualunque cosa: gesti, tic, parole che ripeteva di più. E poi grazie alla sceneggiatura, abbiamo sempre avuto delle linee guida per orientarci. Personalmente ho provato a mettere in scena quello che mi ero immaginata: il ritratto, cioè, che mi ero fatta di questo personaggio».

Riguardandoti ti sei trovata diversa?
«C’è stata una cosa che mi ha veramente sorpreso».

Cosa?
«La reazione che hanno avuto gli altri, soprattutto dopo la riprese».

Che reazione hanno avuto?
«Quando hanno cominciato a montare e a finalizzare gli episodi, mi hanno scritto tutti: Marco e Francesco Ghiaccio (l’altro regista, insieme a D’Amore, di Gomorra – Le Origini, ndr). E mi dicevano: sei uguale a Scianel; fumi e ridi come lei, sei identica».

E tu che cosa hai pensato?
«Che forse il lavoro sul set aveva dato i suoi frutti».

Non è una cosa che si capisce subito, questa?
«No, anzi. Spesso fai una fatica enorme a capire se quello che stai facendo in una scena funziona oppure no. Non hai il tempo di cambiare, di tornare indietro; di rivederti completamente. Puoi modificare le piccole cose, ma non completamente. Io non mi sono mai riguardata al monitor, mai. In parte perché non voleva Marco, e in parte perché non lo volevo io».

Quando ti sei riguardata nella serie, a riprese e montaggio finiti, che cosa hai pensato?
«“Non è andata malissimo, dai”».

Nel tuo percorso come attrice quanto è stato importante Un posto al sole?
«Moltissimo. Quella è una palestra costante, che volente o nolente finisce per formarti come lavoratrice, dandoti dei tempi, delle scadenze, tenendoti sempre impegnata, sempre sul set. Sono diciotto anni che faccio Un posto al sole. Quando ho cominciato, avevo quattro anni. Non sapevo né leggere né scrivere. Un posto al sole è stato il posto dove ho imparato più cose».

Che cosa hai imparato?
«A recitare da sola, a fare le scene in due; a stare davanti alla macchina da presa, a riconoscere la posizione migliore. Un posto al sole mi ha dato proprio un vocabolario. È anche vero però che la Annalisa di Gomorra – Le Origini è un altro tipo di personaggio, molto lontano dall’Alice di Un posto al sole».

In che cosa sono diverse?
«Be’, Alice l’ho costruita io, letteralmente. La interpreto da vent’anni, e sono più le cose che abbiamo in comune che quelle che ci separano. Sono cresciuta con lei, dentro di lei. Ci somigliamo. Siamo nate nello stesso periodo; Alice ha storie normali da adolescenti. Annalisa è una donna sposata, che ha avuto un figlio giovanissima, che è cresciuta negli anni Settanta, vittima di violenza… Questa complessità, intesa come insieme di temi e di strati e di punti di vista, proprio all’inizio, mi ha fatto dubitare. Se interpreti un personaggio come Alice per così tanto tempo, difficilmente ti senti a tuo agio facendo qualcosa di nuovo».

Sei entrata a far parte del cast di Un posto al sole quando avevi quattro anni e non sapevi né leggere né scrivere. La prima cosa che hai imparato a fare, insomma, è stata recitare.
«In un certo senso sì, ti direi di sì».

Che effetto ha avuto su di te? Perché è stata una costante nella tua vita.
«All’inizio è stato un gioco. Non sapevo che cosa stavo facendo. In realtà, ancora oggi, il più delle volte non so che cosa sto facendo. (ride, ndr) Da bambina ho lavorato tantissimo. Probabilmente è stato il periodo in cui ho lavorato di più in assoluto. Oggi non credo che riuscirei a sopportare ritmi del genere. Da piccola, venni presa per Il rito con Anthony Hopkins. Per quattro mesi sono stata in Tunisia a girare L’ombra del destino. E mentre ero su quel set, venni presa per un’altra serie Cinecittà. Mia madre, pensa, dovette licenziarsi per potermi seguire».

E tu?
«Io ero del tutto inconsapevole. Mia madre provava a spiegarmi, ma – credimi – non capivo; non davvero, almeno. Però sapevo che quella cosa mi divertiva da morire».

Con il senno di poi, pensi di aver fatto delle rinunce?
«Sì. Sai cosa, però? Forse ho perso più momenti della mia infanzia che della mia adolescenza. Non ho mai avuto la fortuna, da bambina, di trovare dei set con miei coetanei. Ero sempre la più piccola. Vent’anni fa non c’erano così tanti attori bambini».

Però?
«Però mi sono trovata bene. Ho potuto imparare tantissime cose, così. Sono entrata velocemente in contatto con il mondo degli adulti, e ho sempre provato a rubare dagli altri, da quelli che erano in scena con me. Grazie ai miei genitori, ho vissuto in una specie di bolla: non ho mai pensato alla recitazione come a una cosa negativa. C’è stato un periodo più difficile».

Quale?
«Quando ritorni a scuola, dopo tante assenze, e devi ritrovare il tuo equilibrio. I compagni ti trattano in un certo modo, “lei è quella famosa”, dicono; e anche gli insegnanti si lasciano guidare dai pregiudizi. Non capivano, o almeno facevano finta di non capire, quanto fosse difficile svegliarsi presto, andare su un set, imparare a memoria le battute, impegnarsi con la scena e dopo dover studiare per un compito in classe, tornare a scuola e provare a rimanere al passo con tutti gli altri».

La recitazione non era più un gioco.
«No, non lo era più. O almeno, non era solo un gioco. Ho sempre fatto una fatica enorme nel raccontarmi agli altri, e in particolare nel raccontare il lavoro che faccio. Ancora oggi non riesco a lasciarmi andare; tendo a rimanere sulle mie, a minimizzare. Tra un mese farò ventitré anni e non sono riuscita a fare pace con questa paura».

Che paura è?
«La paura di essere giudicata. Voglio che sia chiara una cosa, però: non mi vergogno del mio lavoro; sono orgogliosa di quello che faccio. Per me è fonte di vanto. Quello che mi fa dubitare è il modo in cui le persone possono reagire».

I tuoi amici sono attori?
«No, no. Ho stretto le mie poche amicizie a scuola. Sono sempre le stesse. Non le ho mai cambiate. Ho incontrato la mia migliore amica alle medie, tredici anni fa. Il cinema mi ha permesso di conoscere delle persone eccezionali. Sul set di Gomorra – Le Origini, per esempio, ho conosciuto Tullia Venezia (che interpreta Imma, ndr). E siamo diventate veramente inseparabili».

Che cosa ricordi dell’infanzia a Castellammare di Stabia?
«Ero una bambina molto sveglia. Me lo hanno sempre ripetuto tutti. Non avevo paura di dire quello che pensavo. E poi ero vivace, sempre presente nelle discussioni degli altri, soprattutto degli adulti. Mia madre mi pregava di smetterla. È una cosa che è rimasta, questa, anche crescendo: sono logorroica. Sono sempre stata più grande della mia età».

E questo è stato un problema?
«A volte sì, perché non riuscivo a socializzare con i miei coetanei. Le altre bambine parlavano delle bambole; io in quarta elementare imparai il primo canto dell’Inferno di Dante e chiesi ai miei insegnanti di poterlo recitare davanti al resto della classe».

E con Castellammare, invece, che rapporto hai?
«È la mia oasi di pace. Qui ci sono le persone che mi vogliono bene. Mi sento veramente a casa. Ogni volta che torno a Castellammare, sono in pace. Per lavoro farei meglio a spostarmi, lo so. Ma non ci riesco. Qui sto nel mio elemento».

Hai mai pensato di trasferirti?
«Ma non ce la faccio! Io lavoro a Napoli, spesso ci dormo. Però voglio poter tornare a casa mia, a Castellammare. In questo momento, mentre parliamo, sto traslocando. Non ci allontaniamo di molto, appena un paio di chilometri. Quando avevo diciotto anni, sono stata due mesi a Roma per girare L’avvocato Malinconico. E mi ripetevo sempre la stessa cosa: tanto tra poco torno a casa; torno da mia madre, da mio padre, da mia sorella e da mio fratello».

Tu sei la sorella maggiore?
«No, ho una sorella di quasi trent’anni, che non vive con noi, e un fratello di sedici anni. Lo tratto come un figlio, credimi. Siamo cresciuti insieme, mi sono sempre presa cura di lui. E a volte ammetto di essere un po’ troppo apprensiva. Sono quella sorella maggiore che nessuno vorrebbe avere: tempesto costantemente di domande mio fratello. Dove vai, che fai, con chi sei, quando torni».

E con tua sorella maggiore, invece?
«Da piccola avevamo un rapporto un po’ più teso; ora siamo decisamente amiche. E ho sempre paura che qualcuno possa portarmela via. Sono gelosa».

A un certo punto hai visto Il rito con Anthony Hopkins? Quando lo hai girato, eri troppo piccola.
«Sì, più avanti. Da bambina non sapevo nemmeno chi fosse Anthony Hopkins. (ride, ndr) Me l’ha spiegato mio padre. Quando sono cresciuta, ho recuperato il film».

Pensi mai alla possibilità di lavorare all’estero?
«Certo. Ma so anche che è difficile. E questa consapevolezza, se vuoi, mi protegge. Molti mi dicono che è più facile lavorare fuori che in Italia: siamo arrivati a questo paradosso. Io però non do niente per scontato. È un’esperienza che voglio fare, specialmente come attrice. Come persona, non so come potrei reagire spostandomi all’estero».

Dopo la quotidianità del set, con Un posto al sole, ti sei abituata velocemente ai provini e alla possibilità di non ottenere un ruolo?
«Guarda, sono stati più i no che i sì. Da piccola, non mi sono mai posta problemi del genere. Facevo un provino, e il minuto dopo non ci pensavo più. A un certo punto, però, le cose sono cambiate».

Quando?
«Quando ho fatto un provino per Gomorra – La Serie, per il ruolo della figlia di Ciro Di Marzio, il personaggio di Marco. Forse è stato il primo provino che ho fatto con una certa consapevolezza. Io ero felice, credimi. Però mi ricordo che la casting disse: questa bambina non ha la faccia di una napoletana. È una cosa che non dimenticherò mai, e che per anni mi ha condizionata».

Come?
«Se mi arrivavano provini per ruoli lontani da me, diversi da me, dicevo subito di no. Perché mi ero convinta di non essere adatta. Forse, tornando indietro, rifarei le stesse scelte. Ma solo perché sono state le scelte che mi hanno fatto capire su che cosa impegnarmi davvero. E sono state proprio quelle scelte a farmi fare il provino per Gomorra – Le Origini. Cinque o sei anni fa, non ci avrei nemmeno pensato. Con il senno di poi, posso dire che è stato meglio così».

Che cosa ti ha fatto scattare la voglia di fare questo provino?
«Venivo da un periodo un po’ particolare, di tanti provini andati male, di provini dove arrivavo all’ultimo callback e non venivo scelta; e venivo anche da un periodo di assenza da Un posto al sole. Avevo paura, ecco. Quando mi è arrivata la proposta di questo provino, non sapevo niente. Solo che si trattava di un progetto importante. Il provino, però, era in presenza. E visto che di solito si fanno i self tape, e a me i self tape non piacciono, sono andata a farlo. Leggendo il copione – incinta, madre, anni Settanta – non mi sentivo sicura. Quando sono andata, e l’ho fatto, non mi aspettavo assolutamente niente. Mi sono concentrata su Un posto al sole».

Tu quando hai capito di avere delle possibilità concrete di essere scelta?
«Al terzo callback. (ride, ndr) Non prima».

Quando fai un provino, c’è sempre lo spettro di Un posto al sole? Per alcuni casting è un problema?
«Sì, assolutamente. Diciamo che mi è capitato diverse volte negli anni. C’è sempre un certo pregiudizio nei confronti di Un posto al sole. Vorrei vedere altri attori fare le stesse cose che facciamo noi, con gli stessi ritmi. Noi giriamo decine di scene al giorno. Sul set di un altro set o di un film, fai al massimo una scena al giorno, e ti prepari per mesi. Il responsabile casting di Gomorra – Le Origini, Davide Zurolo, questo problema non se l’è posto. Mi ha solo chiesto se fossi sempre impegnata. Per il resto mi hanno fatto capire chiaramente che mi volevano a prescindere, che mi avevano scelta».

Quando si capisce di essere un’attrice?
«Io l’ho capito quando mi sono resa conto della responsabilità che, come interprete, avevo. La responsabilità del rispetto che si deve a questo lavoro. Ed è solo con il rispetto che si capisce veramente quello che si fa. Perché nel rispetto c’è la consapevolezza. E la consapevolezza ti permette di cogliere la profondità del tuo ruolo, l’importanza dello studio, di rubare guardando gli altri, di essere sempre pronta. Recitare non significa solo imparare due battute e ripeterle davanti alla camera. Io ho capito di essere un’attrice esattamente in quel momento: quando mi sono detta di smetterla di minimizzare tutto e di abbracciare completamente il lavoro».

Qual è stata la prima cosa che hai imparato dopo questo momento?
«A essere fiera di me stessa. E grazie a questa fierezza, mi sono messa sotto, ho studiato, ho aperto i libri; ho cominciato a guardarmi intorno seriamente. Da fuori, l’attore sembra un’altra cosa; sembra solo successo, luci e fotografie. Nessuno si fa la domanda più importante di tutte».

Quale?
«“Quanto sei disposto a soffrire per raggiungere il tuo obiettivo?” Perché nessuno ti dice subito di sì, nessuno ti fa solo complimenti; non tutti sono sempre pronti ad accoglierti. Prima di avere successo, c’è il fallimento».

E vale la pena di soffrire per questo lavoro?
«Me lo chiedo ogni giorno, in continuazione, e mi do sempre la stessa risposta: “Sì, ne vale assolutamente la pena”».

Foto di Marco Ghidelli. Grafica di Manuel Bruno. Gomorra – Le Origini, prodotta da Sky Studios e Cattleya, è disponibile su Sky e NOW. Diretta da Marco D'Amore (i primi quattro episodi) e Francesco Ghiaccio (gli ultimi due). Creata da Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli e Roberto Saviano. Scritta da Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli e Marco D'Amore. Supervisione artistica: Marco D'Amore.