di Gianmaria Tammaro
La grande sfida di Gomorra – Le Origini, la decisione di fare l’attore; l’infanzia nel sud della Francia e il rapporto con i suoi fratelli. Il fascino di interpretare ruoli negativi, quasi al limite, e l’importanza di conservare il lato più pratico e artigianale della recitazione. E poi l’incontro con Salvatore Esposito, più di quindici anni fa, l’esperienza come editore e il tempo passato a capo di una società di calcio. L’intervista.

Dice Giulio Greco che c’è una differenza sostanziale tra essere un attore e fare l’attore. Nel primo caso c’è il rischio costante di perdersi, di non riconoscere più sé stessi. Nel secondo caso, invece, c’è la possibilità di trasformarsi in uno strumento per la storia, conservando la propria coscienza e la propria unicità. Sotto questo punto di vista, dice sempre Giulio, si avverte come una responsabilità: la responsabilità di fare del bene, di trasmettere sentimenti ed emozioni al pubblico che ti guarda e ti ascolta. Quando era un bambino, Giulio passava le sue estati nel sud della Francia, a casa di suo nonno, e si divertiva a mettere in scena piccoli spettacoli con suo fratello. Spesso gli capita di rivedere le riprese che faceva suo padre.
Crescendo, questa passione si è trasformata ed è diventata qualcosa di più: una consapevolezza. Ed è difficile, spiega Giulio, riconoscere il momento preciso in cui ha scelto di intraprendere seriamente la carriera dell’attore. Ha fondato una casa editrice, la Giuliano Ladolfi Editore, e una società di calcio, che per tre anni lo ha portato a confrontarsi con uomini più grandi di lui. Grazie a quella esperienza, ha scoperto una dimensione diversa, una in cui avere sia il controllo totale. Successivamente ha deciso di fare il suo primo spettacolo teatrale come regista, Tra due fiamme. Lavorare a Gomorra – Le Origini, disponibile su Sky e NOW, è stata un’occasione che lo ha reso particolarmente felice.

Prima mi dicevi che fare parte del cast di Gomorra – Le Origini rappresenta quasi la chiusura di un cerchio.
«Più o meno intorno al 2015 ho partecipato a un talent in Albania, e tra i giudici c’era anche Salvatore Esposito. Anche se è una cosa estremamente difficile da fare in una situazione del genere, con certe luci e tempi stretti, io decisi di portare un monologo. Uno dei giudici votò contro di me; Salvatore, invece, usò il suo “golden buzz”, diciamo così, per farmi proseguire».
E come andò?
«Arrivai in finale, non vinsi, ma fui il primo della mia categoria. Ecco, mi ricordo le parole di Salvatore: aveva visto qualcosa in me ed era pronto a impegnarsi con tutto sé stesso per permettermi di continuare il mio percorso. Oggi faccio parte del cast di Gomorra – Le Origini, una cosa abbastanza inaspettata per quanto mi riguarda visto che non parlo napoletano: il mio personaggio, infatti, è francese. Insomma, sembra proprio un cerchio che si chiude. Se quella volta non ci fosse stato Salvatore, probabilmente la mia carriera non avrebbe preso questa direzione. Perché durante la finale del talent ho incontrato un giornalista che ha parlato di me al regista del primo film in cui ho recitato».
Ti è capitato di rivedere Salvatore?
«Purtroppo no. Non sono andato all’anteprima a Napoli, e lui non c’era a quella di Roma. Però ci siamo sentiti, anche tramite Marco (D’Amore, ndr), che conosce questa storia».
E che cosa ti ha detto?
«Di essere felice per me».
Che cosa ti ha attirato della serie e, soprattutto, del personaggio?
«La possibilità di avvicinarmi a una realtà completamente nuova per me. È il bello di questo lavoro, no? Poter vivere in una città che prima non avevi mai visitato, o comunque mai vissuto in un certo modo, e avvicinarti a una dimensione a cui non pensavi minimamente di poterti avvicinare. Ho conosciuto un’altra Napoli, una Napoli da cui mi sono lasciato affascinare. Pensa che a un certo punto, mentre stavamo andato sul set, siamo stati fermati. Eravamo in quattro escluso il nostro autista. E non avevamo nemmeno i nostri documenti, perché eravamo nei costumi di scena».
Chi vi ha fermati?
«La polizia. Effettivamente eravamo un po’ sospetti. (ride, ndr) E alla fine, quando gli abbiamo detto che stavamo girando Gomorra, ci siamo lasciati tra le risate. Ci hanno detto qualcosa tipo: siamo fortunati ad avervi beccati. Questo fa capire quanta attenzione ci sia intorno a un progetto e a una storia come questa. E in parte perché racconta uno spaccato preciso».
Che cosa ti ha incuriosito, invece, del tuo personaggio?
«Innanzitutto ho potuto parlare in francese, che è la mia lingua madre, e non è una cosa che capita spesso. Mia madre è belga, e interpretare un personaggio simile mi ha permesso di riconnettermi con una parte di me che quasi mai rivisito quando recito in una serie o in un film. Ho lavorato con un accento del sud, che è diverso dal francese di – per esempio – Parigi. Ne abbiamo parlato sul set, io e Léo (Dussollier, altro attore del cast di Gomorra – Le Origini, ndr), e abbiamo deciso di usare il marsigliese. Sull’incontro con Léo ho un aneddoto da raccontarti, se vuoi».
Dimmi.
«Io non conoscevo Léo. Parlando con lui, però, ho scoperto che suo padre è stato uno degli esaminatori di mia madre quando lei, da giovane, studiava recitazione a Parigi in quello che potremmo definire il Centro Sperimentale francese. Io non lo sapevo, e non lo sapeva nemmeno lui. Quando si dice che il mondo è piccolo, no?»
Che cosa ricordi degli spettacoli che facevi da bambino con tuo fratello?
«Mi ricordo che rompevo le scatole a tutti (ride, ndr), soprattutto a lui. C’era questo desiderio di mettere in scena storie, di divertirsi, di immaginare. Mio padre riprendeva tutto, e più volte mi è capitato di vedermi… È da un po’ che non lo faccio, dovrei rifarlo. Comunque provavamo in questa grotta, vicino a casa, dove faceva fresco».
Com’è stata la tua infanzia in Francia?
«Conta che ci vado ancora. Non ho mai saltato un’estate da trentaquattro anni. Il paesino dove andiamo è un posto piccolissimo, con una cinquantina di abitanti. Mio nonno aveva comprato quello che una volta era un rudere. Lo ha rimesso a posto lui. Pensa che mio nonno, che era una persona veramente straordinaria, era primo violino dell’orchestra da camera del Belgio. E si divertiva proprio a lavorare con le mani, a tirare su i muri, a impilare i mattoni. Immagina le sue mani: fini, lunghe, veloci. Ma fortissime. Pronte a mescolare il cemento. È una cosa che, se vuoi, ci siamo portati dietro un po’ tutti».
In che senso?
«Nel senso che è rimasto un attaccamento alla terra, all’aspetto più pratico della vita. Da piccolo, ricordo che mio nonno ci faceva assaggiare il vino. Lo diluiva con un po’ di acqua e mi chiedeva quale preferissi. Mi insegnava ad apprezzare le piccole cose, la musica, la bellezza. La sua è l’unica casa che è sempre rimasta, da quando eravamo bambini. Per noi rappresenta l’occasione per incontrarci».
Con tuo fratello che rapporto hai?
«Stupendo. Da piccoli litigavamo tantissimo. Crescendo le cose sono cambiate. Ma anche con mia sorella, con cui oggi condivido casa, ho un rapporto molto bello. Se parlo di loro, credimi, mi viene da commuovermi. Ne hanno passate veramente tante. Quando io andavo all’università, loro rimanevano a casa e hanno vissuto diversamente, in modo molto più diretto, il divorzio dei nostri genitori. Mia sorella viene spesso con me sul set; si è appassionata al lavoro di edizione. Mio fratello, invece, ogni tanto fa la comparsa».
Sono molto più piccoli di te?
«Arturo è più piccolo di due anni e mezzo, Giada invece di otto».
Quanto è importante per un attore e più in generale per un artista l’aspetto più pratico, più artigianale, del lavoro?
«Direi che le due cose vanno di pari passo: serve essere pratici, quasi artigianali, proprio per non perdere il contatto con la realtà e con quello che fai; allo stesso tempo, è fondamentale conservare una vena più artistica, più creativa, per provare ad andare oltre, per non affidarsi unicamente a ciò che, in un certo senso, è “possibile”».
Da bambino ti sei innamorato della trilogia de Il signore degli anelli. Qual è il tuo personaggio preferito?
«Legolas. Mi è sempre piaciuto tanto. Per la sua precisione, per la sua eleganza. E anche se è così antico, riesce a trovare un punto di contatto con gli altri e a essere amichevole».
Mi pare che ci sia un filo rosso nella tua carriera: spesso tornano personaggi negativi, o comunque al limite. È più interessante interpretare i cattivi?
«Indubbiamente rappresenta una sfida ulteriore, proprio perché interpreti personaggi che sono molto lontani da te. E poi nel male, o almeno in certi sentimenti più negativi, risuona qualcosa di profondamente umano, qualcosa che – volenti o nolenti – finisce per accomunarci. Sono personaggi che vivono dei contrasti enormi. E anche se durante la visione di un film, o di una serie, siamo facili ai giudizi, li riscopriamo vicini a noi, alle nostre pulsioni più assurde e oscure. L’arte serve anche a questo: serve a interpretare l’impossibile, a mostrare ciò che non andrebbe mai mostrato. Negli ultimi cinque anni, grazie a questi ruoli, ho potuto conoscermi meglio, più a fondo».
Sei già arrivato a quel punto della carriera in cui è facile dire di no a un ruolo?
«Non è mai facile, secondo me. Sicuramente può capitare. Un attore dovrebbe essere sempre pronto a provare e a sperimentare cose diverse. Io mi sento un gran lavoratore; ho fatto tutto da solo, nessuno mi ha mai regalato nulla. E sono sempre disposto a mettermi in gioco. Ci vuole però tempo per raggiungere quel controllo della propria carriera. A un certo punto il lato economico passa in secondo piano e viene avanti soprattutto quello artistico».
Perché hai deciso di fondare una casa editrice?
«Non l’ho deciso, credimi: è successo. Quando andavo al liceo, ho passato diversi periodi abbastanza difficili. Giuliano Ladolfi, che è il mio socio, era il mio preside e in lui ho trovato una figura paterna: era pronto ad ascoltarmi, a darmi consigli, e questo al di là dello studio. Dopo il diploma, è stato quasi un passo naturale partire dalla sua rivista, Atelier Poesia, e ampliare il suo progetto in qualcosa di più grande fondando una casa editrice. Giuliano lavorava da tanto tempo nell’editoria. Io però non ho mai sentito questa distanza di età tra di noi, mai. Una casa editrice è una grande possibilità: per leggere, per scoprire altri personaggi e per muovermi dietro le quinte delle storie».
Hai fondato anche una società di calcio, se non sbaglio.
«Sì. (ride, ndr) Tanti anni fa. Il calcio è una passione che ci ha trasmesso mio padre, e così dopo un’operazione importante all’anca ho deciso di provarci, di creare una società. È durata tre anni, perché poi ho dovuto fare una scelta e concentrarmi su altre priorità. Ma sono stati tre anni molto belli. Il calcio, come ti dicevo, ha sempre fatto parte della nostra vita: mio fratello, pensa, è stato nelle giovanili dell’Inter ed era a un passo dall’esordire con le squadre più importanti. Avere una società mi ha permesso di confrontarmi con persone più grandi di me, a volte molto più grandi; ho imparato a interagire con il gruppo, a riconoscerne l’importanza. Dovevo guadagnarmi il rispetto degli altri, costantemente. E così lavoravo tanto, non mi trattenevo, non mi risparmiavo. Il secondo anno vennero trenta persone: e non potevamo allenare tutti; il terzo anno ci furono più di cinquanta adesioni».
E questa esperienza, secondo te, ti ha aiutato quando hai deciso di dirigere il tuo spettacolo teatrale?
«In un certo senso sì, certo. Anche perché con il mio spettacolo, Tra due fiamme, che è ispirato al libro di Umberto Zuballi, un signore che ha avuto una vita piena, che ha fatto il giudice, che è molto sensibile, parlo proprio di questo: del rapporto con gli altri, tra generazioni diverse. E per quanto mi riguarda, mettere insieme persone di età differenti, è una cosa importantissima. Ho scritto questo testo per veicolare un messaggio specifico, di vicinanza, e per parlare di conflitti e di divisioni. Pensa che lavorando allo spettacolo ho scoperto che il primo muro che è stato costruito in Europa non è stato quello di Berlino, ma quello di Gorizia».
Qual è la caratteristica più importante di un attore?
«Non credo che sia soltanto una. L’attore attraverso il corpo, la mente e i sentimenti che prova si fa strumento del racconto. Grazie alla sua curiosità, si appropria della storia; grazie alla sua interpretazione, poi, filtra la realtà e riesce a trasmettere determinati sentimenti agli altri. E questo, per me, è veramente importante. Io sento la responsabilità di condividere con gli altri qualcosa, di farli emozionare».
Tu quando hai capito di essere un attore?
«L’ho capito? (ride, ndr) Non lo so… Io non sono un attore, io faccio l’attore. Sembra una puntualizzazione banale, ma per me è indispensabile».
Che differenza c’è?
«Se ti identifichi troppo nel tuo lavoro, rischi di perdere te stesso; non riesci più a vivere in quanto persona. Forse più che capire di voler fare l’attore, ho riscoperto la mia voglia interpretare un ruolo. Perché è una cosa che ho sempre desiderato. Ce lo dicevamo anche prima, no? Da piccolo ero un tormento: non facevo altro. Crescendo, questa aspirazione quasi infantile si è trasformata; è diventata qualcosa di più grande e complesso».
Che cosa?
«Quella voglia di cui ti parlavo poco fa: la voglia di fare del bene, di trasmettere agli altri qualcosa. Ho capito di fare l’attore quando ho riconosciuto l’emozione nello sguardo degli altri».
Foto di Alessandro Rabboni. Grafica di Manuel Bruno.