di Gianmaria Tammaro
Il colpo di fulmine con la recitazione, il trasferimento a Roma; il rapporto con sua sorella e con i suoi genitori. L’infanzia in campagna e gli anni del liceo. L’esperienza del set di Un professore e la lezione del piccolo schermo. L’importanza di saper riconoscere la felicità e di non abbandonarsi alla paura. La passione per la musica e per le piante. La voglia di migliorare e di continuare a seguire la propria strada. L’intervista.

Quello tra Filippo Brogi e la recitazione è stato un colpo di fulmine. Quando era piccolo amava vedere i film con i suoi genitori e un giorno, dopo aver conosciuto l’attrice Bhagyashree, ha deciso che questa sarebbe stata la sua strada. Poco dopo il diploma si è trasferito a Roma. Ha imparato a fare i conti con una nuova realtà e con la solitudine. Si è iscritto al DAMS e ha cominciato a studiare. Il lavoro, dice, c’è sempre stato. E sotto questo punto di vista si sente estremamente fortunato. L’esperienza del set gli ha fatto capire quanto sia importante ascoltare gli altri, stare attento ed essere pronto a fare la propria parte.
Non c’è tempo da perdere, spiega. Il ritmo di una serie tv come Un professore lo ha costretto a essere più puntuale e preciso. Quello di cui oggi sente la mancanza, ammette, è una routine: un equilibrio tra la vita di ogni giorno, fuori dal set, e gli impegni lavorativi. Non riesce a non dirsi soddisfatto del suo percorso, e anziché concentrarsi sulla paura che comunque rimane e non va mai preferisce pensare ai momenti di felicità, quelli in cui si ricorda di essere riuscito a trasformare il suo sogno in realtà.

Far parte di un progetto come Un professore, così visto e amato dal pubblico, che tipo di esperienza è?
«Indubbiamente è una bella sensazione. Perché ci sono persone che ti scrivono, che ti cercano e che ti dicono che cosa pensano del tuo personaggio, di quello che hai fatto; che magari si sono anche affezionate. Ed è una cosa che, prima di Un professore, non mi era mai capitata».
C’è anche una controindicazione?
«Al momento ti direi di no. Il mio è comunque un personaggio secondario rispetto alla trama principale. Difficilmente vengo riconosciuto. Dopo una sola stagione, non ci sono degli effetti collaterali, diciamo così. Ci vuole tempo per quelli».
Facciamo un passo indietro. Come mai hai deciso di fare l’attore?
«Devi sapere che da piccolo, fino ai 12 anni, abitavo in campagna. E con i miei genitori, quasi ogni sera, vedevamo un film. Ero estremamente affascinato da quel mondo, però mi sembrava lontanissimo da me. Poi, a un certo punto, tra gli 8 e i 9 anni, un’attrice di Bollywood, Bhagyashree, è venuta da noi, in campagna, in una casa che affittavamo; sono rimasto colpito da lei e da quello che diceva, e conoscendola ho capito che c’era una possibilità concreta di fare parte del suo mondo. È stato più o meno in quel momento che ho deciso di voler fare l’attore».
Dove abitavate quando eri piccolo?
«A Mugello, vicino a Firenze. Avevamo un’azienda agricola. La mia infanzia è stata molto divertente; ero sempre fuori a giocare con i miei amici. Nei campi o anche nel bosco, dove spesso costruivamo dei rifugi».
I tuoi genitori come hanno reagito quando hai deciso di fare l’attore?
«All’inizio non ci credevano molto. Pensavano fosse il capriccio di un bambino. Ma dopo dieci anni in cui ho continuato a ripetere che volevo fare l’attore, si sono messi l’anima in pace e hanno capito che non si trattava semplicemente di un sogno infantile. Da quel momento, mi hanno sempre supportato».
Con tua sorella Sofia, che ha scattato il ritratto di questa intervista, che rapporto hai?
«Un rapporto bellissimo. Siamo cresciuti insieme in campagna. Non è molto più grande di me; ci separano appena tre anni. Lei si è trasferita a Milano, mentre io sono andato a Roma. Però ci sentiamo abbastanza spesso. Non abbiamo mai litigato, credimi. Lei, come dicevi, fa la fotografa e viaggia in continuazione. Appena ne abbiamo la possibilità proviamo a vederci».
Quando sei andato a vivere da solo?
«Subito dopo la maturità. A settembre dello stesso anno me ne sono andato di casa, mi sono trasferito a Roma e ho cominciato l’università; la mia agenzia era già qui».
È stato spaesante i primi tempi?
«Un pochino sì. Roma, anche rispetto a Firenze, è una città complicata. Quasi nessuno dei miei amici del liceo si trova qui: solo un’amica, che però vive molto lontano da me e con cui mi vedo ogni tanto. I primi tre mesi sono stati abbastanza difficili. Mi sono dovuto ambientare».
E ora?
«Ora sono tranquillo. Onestamente non credo di voler tornare indietro».
E i tuoi amici del liceo come hanno reagito alla tua decisione di fare l’attore?
«Ti direi bene. Non è mai stata una grossa sorpresa per loro. Lo ripetevo abbastanza spesso di volerlo fare».
Che studente sei stato?
«Gli ultimi anni non sono andati granché bene. Non avevo quasi più voglia, non te lo nascondo. Volevo iniziare a fare quello che desideravo».
Sei ancora iscritto all’università?
«Sì, sono al DAMS, a Roma Tre. Vado un po’ a rilento. Spesso, negli ultimi mesi, sono stato fuori casa, sul set. Studio per conto mio e poi vado a dare gli esami».
Ogni tanto ti capita di ritornare a Firenze?
«Ogni tanto sì. Non è così lontana Firenze da Roma. Quando posso, come durante le feste, torno dai miei genitori e dalla mia famiglia».
Rispetto a quelle che erano le tue aspettative come attore, che differenze hai trovato con la dimensione del set?
«I ritmi sul set, specialmente sui set televisivi, sono molto frenetici. Devi avere le idee chiare. Spesso, nello stesso giorno, devi fare più scene e non puoi perdere tempo. È importante abituarsi, trovare un equilibrio. Rispetto a quello che sono le scuole o i corsi di recitazione, c’è chiaramente un’enorme differenza in termini di possibilità di crescita e di approfondimento del proprio personaggio. Quindi c’è una certa distanza tra aspettative e realtà. L’impostazione del set, però, ti permette anche di imparare molte cose».
Per esempio?
«Con questi tempi così rapidi, capisci l’importanza di ascoltare e di seguire la persona che condivide con te la scena».
Hai mai voglia di cambiare, di fare qualcosa di più disteso?
«Anche qui: nì. Mi diverto molto quando lavoro alle serie, soprattutto in questo momento, in cui devo ancora crescere e imparare come attore. Lavorando a una serie, hai la possibilità di rivederti, di correggerti, di capire guardando gli altri. In un film, se sbagli qualcosa si nota subito. In una serie, invece, c’è modo per aggiustare quello che è stato fatto e che, magari, non va bene».
Che cosa credi di aver imparato sul set di Un professore?
«Sicuramente ad ascoltare. Che è una cosa che, secondo me, finisci per valorizzare mentre lavori. Sembra semplice, lo so, ma non lo è. Quando sei sul set, non è così scontato riuscire a mettere a fuoco quello che ti dice l’altro. E poi c’è stata indubbiamente l’esperienza pratica del set: dove sta la camera, come mettersi, come posizionarsi. Ho trovato una mia tranquillità».
Che cosa ricordi del primo incontro con Alessandro Gassmann?
«Eravamo tutti insieme. Abbiamo iniziato le riprese con le scene ambientate all’interno della scuola. Mi sono presentato insieme agli altri ragazzi, e tutti ci hanno accolti molto bene. Siamo rimasti in contatto anche dopo, alla fine del set. Non c’è stato un evento più o meno particolare. Però mi ricordo la naturalezza con cui si è stabilita una dinamica precisa nel gruppo».
Quanto è difficile, dopo la fine di un set del genere, trovare una nuova quotidianità?
«Molto. Perché in un certo senso ti abitui a quella realtà, e quella realtà diventa la tua quotidianità. Specialmente con un set come questo. Le pause erano come la ricreazione a scuola: stavamo sempre insieme».
In generale con le pause tra un set e l’altro che rapporto hai?
«Per gli attori non credo che sia mai facile la precarietà del mestiere, e anche a me queste pause mettono un po’ di stress. Per cinque mesi vivi costantemente con l’adrenalina. Poi, di colpo, tutto finisce e ti ritrovi a casa. È una sensazione che, soprattutto all’inizio, ti dà noia. Però, personalmente, tra studio all’università e preparazione trovo sempre qualcosa da fare».
C’è qualcosa che hai imparato su te stesso durante il set di Un professore?
«Dopo la prima settimana, ho avuto un problema con la voce, un’infiammazione alla gola. E per una decina di giorni ho potuto parlare solo durante le mie scene, per non sforzarmi. E un po’ in quel momento mi sono sorpreso: perché sono riuscito a mantenere la calma. Io sono una persona molto ipocondriaca. Mi è venuta un po’ di ansia, ma sono stato in grado di controllarmi. E questa cosa mi ha stupito abbastanza».
Com’eri al liceo?
«Non sono mai stato molto introverso. Riuscivo facilmente a legare con gli altri. Non ricordo di aver mai litigato con nessuno. Ero tranquillo. Ho avuto dei problemi come studente, come ti dicevo prima. Ogni tanto ero un po’ in difficoltà, sì, ma me la sono sempre cavata».
Da bambino, invece, com’eri?
«Ero molto curioso. Avevo diverse passioni. Mi piacevano i minerali e mi piaceva costruire le cose con il legno. Poi c’è stato un periodo in cui mi sono appassionato alla scienza, e andavo in giro a raccogliere piante e a studiarle».
Chi è la persona che chiami quando hai bisogno di parlare con qualcuno?
«Direi mia mamma, sì».
Quale credi che sia la cosa più importante per te in questo momento?
«Forse, rimanendo nel quotidiano, avere una vera e propria routine. Anche con questi momenti di stop, con gli eventi e con lo studio, non riesco mai a crearmi una quotidianità stabile. Mi piacerebbe riuscire a trovare un equilibrio vero, nella vita di ogni giorno».
C’è una certa competizione con i colleghi della tua età?
«Onestamente non mi sembra. Forse quando ero più piccolo, tra i 16 e i 17 anni, sì. Ma perché ero distante dal mondo del cinema e vivevo a Firenze. Sentivo una certa ansia. Oggi no, non credo di sentire la pressione della competizione».
Nemmeno durante i provini?
«Nemmeno durante i provini. È chiaro che il desiderio di essere preso c’è sempre, ma il mio obiettivo è un altro: voglio andare, provarci, voglio condividere la mia idea. Non vivo così male i no. Anche perché ci sono tantissimi motivi per cui non si viene presi. Affronto questa parte del lavoro abbastanza serenamente. È quasi inutile, secondo me, essere in competizione».
Con l’invidia, invece, che rapporto hai?
«Non sono mai stato molto invidioso. Da piccolo di più, sicuramente. Ma crescendo sono riuscito a vedere le cose in un altro modo, con un’altra consapevolezza».
Ti pesa stare da solo o la solitudine è una cosa che cerchi?
«Nel breve periodo, la solitudine mi piace. Quando ho le mie cose da fare, quando ho i miei programmi, preferisco stare da solo. È chiaro però che, nel lungo periodo, rischia di essere quasi un peso. Una persona, secondo me, deve riuscire a trovare qualcosa da fare, un modo per stare con gli altri. La solitudine può essere stressante; può entrarti dentro. Quando avverto questo peso, provo a uscirne. Sto con Bianca (Panconi, ndr), la mia fidanzata, o provo a sentire un amico».
Prima mi dicevi di avere una certa passione per le piante.
«Sì».
Ci sono altre cose che ti piacciono nello stesso modo?
«Non mi stanco mai di vedere film o serie; è una cosa che mi piace tantissimo. L’altra cosa che mi piaceva tanto fino a qualche anno fa era la musica. Avevo iniziato a produrre basi musicali. Lo facevo quotidianamente, quasi ogni sera. Poi però ho dovuto scegliere e ho scelto la recitazione. Anche la musica, come la recitazione, richiede un certo impegno. Non ha senso rimanere in quel limbo dove sei bravo ma non abbastanza per poter cominciare a lavorare».
Non credi che sia possibile fare entrambe le cose?
«Non penso che sia questo il problema. Penso che sia importante studiare e approfondire le proprie conoscenze. Non puoi rimanere a un livello amatoriale se vuoi seguire una carriera da professionista. Ho sempre tenuto tanto alla musica, e non volevo trascurarla».
E ora?
«Ora se mi rimetto a fare musica, mi viene subito il nervoso. Ho perso la mano; per me, adesso, è difficile fare anche quelle cose che prima mi venivano facilmente. Preferisco godermi una canzone».
Che cosa hanno in comune, secondo te, la musica e la recitazione?
«La stessa “immersività”. Ci sono alcune scene, nel cinema e nelle serie tv, dove la musica ha la stessa importanza, o comunque un’importanza abbastanza simile, a quella della recitazione: serve per creare e per mantenere una certa atmosfera. L’attore, come il musicista, deve provare a evocare determinate emozioni. Non solo per gli altri ma per sé stesso, per ritrovare il suo spazio».
Oggi ti senti soddisfatto?
«Sì, non mi posso assolutamente lamentare. Subito dopo essere arrivato a Roma, ho trovato lavoro. E ci sono riuscito in un periodo complicato, in cui il cinema e la tv sono molto in difficoltà».
Come descriveresti questa sensazione di soddisfazione?
«È difficile da spiegare… Ti rendi conto che stai facendo quello che ti piace e che hai sempre voluto fare. È una sensazione elettrica. Se da una parte ti senti felice, perché ce l’hai fatta, dall’altra vuoi andare avanti, continui ad avere fame e a voler imparare. Ti senti in bilico, ma sei anche contento».
C’è la paura di perdere ogni cosa?
«Chiaramente sì, c’è sempre. Non va mai via. È un pensiero che rimane nella tua testa, che si tiene in disparte, pronto a rifarsi avanti. Io provo a concentrarmi sul singolo istante, a viverlo fino in fondo».
Perché?
«Perché voglio assecondare la felicità, non la paura».
Foto: Sofia Brogi. Look: Pence1979. Grafica di Manuel Bruno.