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intervista
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03.01.2026

SUPERNOVA NR. 55: Matteo Santorum

di Gianmaria Tammaro

La recitazione come ragione di vita, il periodo passato a Londra e il rapporto con una città così grande. Ricominciare daccapo e imparare a rimettersi al centro. Il senso di casa e di appartenenza. Il desiderio di interpretare personaggi differenti per dare una voce a chi non ce l’ha. E poi le differenze tra teatro e set, tra talento ed empatia. L’arte come gesto politico e il lavoro dell’attore come responsabilità. L’intervista.

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Nella recitazione Matteo Santorum ha trovato una ragione di vita. Quando racconta i primi ruoli, i primi contatti con il palcoscenico, finisce per parlare di sé, della sua famiglia e della sua infanzia. Cerca un significato nelle cose, e si sente investito di una sorta di responsabilità. L’arte e la recitazione, spiega, sono politiche. Ognuno ha obiettivi diversi, ma per lui è sempre stato fondamentale riuscire a dare una voce a chi non ce l’ha, interpretando quelle parti e quei ruoli che spesso rischiano di rimanere in disparte. Quando è partito per Londra, Matteo ha dovuto imparare a fare i conti con sé stesso e con una città in cui è facile sentirsi piccoli, quasi invisibili.

Quando è tornato in Italia e si è trasferito a Roma, si è finalmente riappropriato del senso di famiglia e di appartenenza, andando a vivere con suo fratello minore. In teatro, Matteo ha saputo trovare una dimensione altra, più profonda, dove l’ansia è solamente la voglia di fare bene e non una catena che ti tira giù. Sul set, ha capito come muoversi tra esigenze produttive e tempi ristretti. Gli manca la possibilità di approfondire i suoi personaggi, come faceva a Londra. E dice di essere ancora lontano dall’obiettivo che si è dato – uno dei tanti, in realtà, che ha intenzione di raggiungere. Se il talento è come una fiamma da alimentare, l’empatia, dice Matteo, è uno strumento per conoscere l’altro e, di conseguenza, per conoscere meglio sé stessi.

Che esperienza è stata quella dello spettacolo In casa con Claude 2.0?
«Parliamo di un testo che dura più o meno un’ora e un quarto, e anche se si tratta di uno spettacolo a due voci a un certo punto l’attenzione si concentra quasi esclusivamente su Yves, il personaggio che interpreto, con un monologo finale di trenta minuti. Questa è stata la quarta volta che In casa con Claude è stato portato a Roma. E ogni volta ha cambiato il cast. Per me si tratta di una storia con una sua profondità, con un suo spessore; parla di un ragazzo che viene messo ai margini, che soffre e che cerca un modo per sentirsi visto. Si innesca un circolo vizioso, se vogliamo».

In che senso?
«L’esigenza che questo ragazzo sente, alla fine, si ritorce contro di lui, portandolo a compiere un gesto estremo. E secondo me l’aspetto più interessante dello spettacolo è che quello che vediamo e sentiamo accade e non accade, ed è il pubblico a dover capire come muoversi e a cosa credere. C’è una vera e propria indagine dell’animo umano».

La sfida del palcoscenico cambia ogni sera o a un certo punto ci si abitua?
«Se sei una persona molto empatica, ti rendi conto della risposta del pubblico. E questa risposta è diversa ogni volta. Se cerchi di replicare le stesse cose sempre nello stesso modo, sbagli».

Perché?
«Perché devi essere presente al singolo momento; non puoi inseguire un’immagine, qualcosa che speri che succeda. Devi essere concreto. Anche perché lo spettacolo va avanti, con o senza di te; non ci sono modi per ripetere o per correggere un errore. Non è come il cinema, che ti dà la possibilità di rifare una scena».

Si prova anche una certa paura prima di andare in scena?
«Da piccolo e quando mi sono trasferito a Londra ho fatto molto teatro. Questo spettacolo, però, è stata la prima volta in cui non ho sentito nessuna ansia. Forse perché volevo godermi fino in fondo l’esperienza. Mi sono lasciato guidare dalla voglia di fare, dalla voglia di creare. È stata un’energia potente, che ho sentito dentro di me. E non ti nascondo che è stata una cosa che mi ha sorpreso».

L’ansia è sempre e solo un limite per un attore?
«Sì e no, in realtà. L’ansia, alla fine, è l’altra faccia della medaglia, di questo desiderio che senti di fare l’attore. L’ansia coincide con la voglia di esprimerti, di andare oltre, di arrivare in cima alla montagna. Secondo me, provi ansia se ami quello che fai e hai paura di non riuscire a dare il massimo in ciò che hai scelto per te stesso».

A un certo punto capita di sentirsi soddisfatti?
«Mi piacerebbe dirti di sì... (ride, ndr) Molto più spesso mi capita di sentirmi grato. Durante lo spettacolo, non ti rendi conto di niente; ti lasci guidare unicamente dalla tua emotività, e puoi avere pensieri completamente contrastanti. Io non mi do mai una pacca sulla spalla. Però riconosco il posto dove mi trovo, il livello che ho raggiunto e le persone che ho intorno a me. Non credo di essere ancora arrivato al mio obiettivo, e non credo che lo raggiungerò mai: devi sempre andare avanti, non ti devi mai accontentare; questa fame, obiettivo dopo obiettivo, è fondamentale».

Che cosa ricordi del tuo periodo a Londra, dove ti sei trasferito per frequentare la Royal Drama Academy?
«Prima di andare a Londra, ho passato un anno e mezzo a Mogliano Veneto, in provincia di Treviso; ho frequentato una scuola focalizzata sull’arte. Mia madre, che fa l’insegnante, ha voluto proteggermi. Già in quel periodo, mi capitava di dormire fuori casa. Ed è stato molto intenso. Anche perché la mia famiglia stava attraversando diversi cambiamenti, con il divorzio dei miei genitori».

Quando sei arrivato a Londra, invece, com’è andata?
«Avevo già una certa consapevolezza. Indubbiamente c’è stato l’impatto con la grande città che ti fa sentire molto piccolo e isolato. Sono andato a Londra in piena adolescenza, quando stavo ancora cercando la mia identità. E Londra, sotto questo punto di vista, è stata estremamente importante. Perché mi ha permesso di affermarmi. Insomma, non è stato facilissimo per un ragazzino di quattordici anni. Ma non è stato nemmeno un pugno in faccia».

C’è stato un momento in cui ti sei sentito a casa?
«Anche qui, sì e no. Io ho sempre fatto fatica a trovare il mio posto, non solo a Londra. Per me casa è un posto dove ti senti al sicuro, tranquillo, dove ti puoi fidare di tutti quelli che ti stanno intorno. E il primo momento in cui mi sono sentito veramente a casa è stato quando mi sono trasferito qui a Roma e mi ha raggiunto mio fratello minore. Io mi sono trasferito per la recitazione; lui, invece, per lo sport. È un atleta. E con lui, a Roma, mi sono sentito a mio agio. A Londra no, non è successo. I contesti che ho frequentato non erano contesti, diciamo così, stabili. Ma mi rivedo in Londra come città, come universo cosmopolita, ricco di arte e di spunti».

Ti piacerebbe tornarci?
«Sì, diciamo di sì. Però... Ecco, anche su questo sono un po’ contraddittorio. (ride, ndr) A Londra ti senti veramente piccolo rispetto al resto dell’ambiente: nessuno ti guarda; nessuno pensa a te. Da una parte è una cosa positiva, perché sei libero e puoi andare a fare colazione in pigiama. Ma dall’altra sei anche abbandonato a te stesso, e se sei triste non c’è qualcuno pronto a chiederti come stai. A me piace molto la realtà di quartiere, che a Londra non ho minimamente trovato. Ho bisogno di un equilibrio tra questi due estremi».

Dopo la parentesi londinese, è stato difficile inserirsi all’interno del mondo del lavoro italiano?
«Te lo dico onestamente: sì. Quella a Londra era una realtà accademica, con bisogni e obiettivi diversi. In Italia mi è mancata quella cura nel creare qualcosa. L’ho ritrovata alcune volte, come per esempio ne L’appartamento - Sold out: con Francesco (Apolloni, ndr) abbiamo fatto due settimane di lettura e di preparazione, che non è una cosa che succede spesso. A Londra si respira una consapevolezza diversa, di gruppo. Però ho avuto modo di crescere anche in Italia».

Dove?
«Per farti une esempio: lavorando a Un posto al sole sono entrato in contatto con una realtà diversa, dove il lavoro è estremamente organizzato e preciso, dove non c’è tempo da perdere e tutti devono essere pronti a fare la loro parte. Questa cosa mi ha permesso di crescere molto».

Un posto al sole è una grande palestra.
«Assolutamente, e gli devo veramente tanto. In generale, però, mi manca quella possibilità di dedicarmi in modo diverso, più approfondito, al personaggio. Chiaramente a Londra ci sono altri budget. E poi, sai cosa? A Londra non dimenticano mai che si sta facendo arte, o almeno qualcosa che vuole avvicinarsi all’arte. E quindi hanno una visione più ampia».

Che rapporto hai con tuo fratello?
«Stupendo. Ho il suo nome tatuato sulla coscia destra, pensa. Ho sempre fatto fatica a sentirmi a casa, come ti dicevo, sia a livello inconscio che a livello più consapevole. Con mio fratello, invece, ho conosciuto una dimensione altra, più profonda, fatta di piccoli rituali. Per esempio: il mercoledì mangiamo la pizza a casa. Sembra una sciocchezza, ma grazie a questo appuntamento più o meno fisso è più facile trovare equilibrio».

Perché ti sei sentito a casa?
«Perché è stata la prima volta in cui mi sono dato la possibilità di ricominciare, di rimettere al centro me stesso e mio fratello; abbiamo creato qualcosa che volevamo noi, qualcosa capace di riempire le nostre crepe. Luca è stato la mia forza in diversi momenti. E pensa che, prima di vivere insieme, eravamo molto distanti. Luca però mi ascolta; tiene davvero a me».

Che cosa ricordi dell’infanzia a Riva del Garda?
«Ricordo poco, confesso. Sono cresciuto in un paesino immerso nella natura, tra le campagne e gli animali. Passavo pochissimo tempo davanti alla tv, e usavo appena la tecnologia. La recitazione è nata con me, in quel periodo. Mi divertivo a interpretare personaggi, anche nella latteria di famiglia, davanti ai clienti. Mi sono creato un mio mondo. Ero abituato a usare l’immaginazione. È anche vero che non ho avuto un’infanzia facile; ho fatto molta fatica ad ambientarmi. Non era la cosa più diffusa, voler fare l’attore. Mia madre ha avuto la forza e il coraggio di lasciarmi andare all’estero».

Perché per te è così importante recitare?
«Perché voglio dare voce alla fragilità dei personaggi che interpreto, proprio per ribadire quanto sia precaria la condizione dell’uomo. Mi piacerebbe interpretare solo personaggi così, estremamente umani. Lo so che sembra una frase fatta, ma per me la recitazione è sempre stata un modo di esistere: coincide con il mio senso di stare al mondo. Senza recitazione, credimi, non saprei che cosa fare. Non saprei chi essere. La recitazione è il mio posto: il posto dove smetto di giudicarmi, dove smetto di non sentirmi abbastanza; è il luogo dove sono stabile, dove ho il controllo, dove ho la possibilità di avvicinarmi agli altri e di aiutarli».

Che cos’è il talento?
«Una volta un insegnante mi ha detto che gli attori sono fatti al 90% di impegno e al 10% di talento. Il talento è come una fiamma che brucia, se vuoi. Ma devi avere gli strumenti per tenerla viva, per non farla morire: e qui è fondamentale darsi da fare, con lo studio e la preparazione. Si nasce con il talento: va scoperto e, successivamente, coltivato. Da solo non basta; ha bisogno di seguire un percorso».

E quanto è importante, invece, l’empatia?
«Non puoi farne a meno. Né come persona né come attore. Quando interpreti un personaggio negativo, anche l’uomo peggiore del mondo, devi comunque riuscire a capirlo, a metterti nei suoi panni: solo così è possibile restituirgli la sua verità. Se riuscissimo a fare la stessa cosa anche nella vita di ogni giorno, guardando il mondo dal punto di vista degli altri, le cose andrebbero decisamente meglio».

La recitazione e, più in generale, l’arte sono politiche?
«Assolutamente sì. Per me non può non essere così».

Si sente una responsabilità in questo?
«Ognuno fa le sue scelte. Per me, è importante dare voce a personaggi come quelli che ho interpretato a teatro e in televisione, perché sono personaggi che, solitamente, vengono messi in secondo piano. Interpretandoli, le persone possono ritrovarsi, possono ascoltarsi e imparare a capirsi. Io divento uno strumento. E in quanto strumento mi impegno nel dare spazio a chi non ce li ha. E l’arte, in questo, può fare veramente tanto».

Per esempio?
«Per esempio, può riuscire a influenzare e, talvolta, a cambiare la società».

Foto di Davide Musto. Look: Dsquared2. Grafica di Manuel Bruno.