di Gianmaria Tammaro
La nuova docuserie, disponibile su Sky e NOW. Il successo dei podcast, il passaggio a Il Post, il modo in cui sceglie i casi da raccontare. La distanza che va assolutamente preservata e il rapporto che talvolta si può creare con le storie. L’onestà intellettuale dei giornalisti e una certa idea di fare il proprio lavoro. Il ritmo come strumento e gli errori come un rischio da non sottovalutare. L’intervista.

Il giornalismo, dice Stefano Nazzi, ha una responsabilità precisa: quella di non confondere i fatti con le ipotesi e di essere onesto intellettualmente. La crisi dell’editoria si combatte provando a fare bene il proprio lavoro, non nascondendosi, non inseguendo la notizia, non allineandosi a una certa idea, più superficiale e mainstream, di informazione. Per le sue storie, Nazzi si prepara. E studia. E sta attento a ogni più piccola cosa. Su Sky e NOW è partita la sua nuova docuserie, Nazzi Racconta, prodotta da Ballandi e diretta da Marco Pisoni. Il primo caso di cui si è occupato è quello di Desirée Piovanelli.
Il podcast, dice Nazzi, è uno strumento eccezionale per chi vuole raccontare storie, perché permette di enfatizzare alcuni passaggi e di creare un contatto più diretto con il pubblico. Le parole sono importanti: non serve usare troppi aggettivi, e non ha senso cercare, a tutti i costi, di scatenare una reazione emotiva in chi ascolta. Con Indagini, il podcast che conduce e cura per Il Post, ripercorre i casi di cronaca nera senza abbandonarsi al sensazionalismo. Ha trovato un suo linguaggio, Nazzi. E quel linguaggio passa da due cose, fondamentali: il ritmo e la preparazione.
Come si sceglie la storia giusta, quella che merita di essere raccontata?
«Se penso che una storia possa essere rimessa in ordine, allora la racconto. E non importa se qualcuno ne ha già parlato o se è già stata affrontata altre volte. Se è una storia intorno a cui è stato costruito un castello di ipotesi, che hanno sviato l’attenzione dai fatti, io provo a dare un senso e, soprattutto, una linearità alle cose che sono state effettivamente accertate nel corso delle indagini».
E quanto diventa difficile, se diventa difficile, mantenere una distanza rispetto alla storia che si racconta senza giudicarla?
«È una cosa difficile, sì, ma è una cosa che io mi impongo di fare. E lo faccio sempre. Giudicare non è il mio compito, e non è nemmeno il mio ruolo. Credo che di narrazioni true crime basate sull’emotività e sul giudizio ce ne siano fin troppe. Io cerco di lavorare in maniera un po’ diversa».
Ci sono state delle storie che ti hanno colpito in modo particolare? Penso, per esempio, a quella delle Bestie di Satana, di cui hai parlato anche in altre interviste.
«Colpiscono le storie a cui non riesci a dare nessuna spiegazione razionale, in cui non vedi nessun tipo di idea di vita, di futuro o di progetto. Se ne parli con i protagonisti, anche a distanza di anni, non sanno dirti perché lo hanno fatto, perché hanno commesso quel crimine. E sono le cose che mi colpiscono di più. Perché sono storie che, in qualche modo, restano sospese».
Queste storie di cui mi parli, queste storie sospese, vanno via una volta che si spegne il microfono o continuano a rimanere, anche come semplice pensiero?
«Sono storie che non vanno via, perché tutte finiscono per lasciare un segno. E questo indipendentemente dal fatto che sia tu a raccontarle. A volte, restano le storie che ascolti. Io cerco di costruire dei veri e propri confini intorno alle storie: provo a delimitarle. So che quelle cose accadono, so che ci sono delle persone che fanno del male ad altre persone, ma so anche che non sono la regola: sono un’eccezione; il mondo in cui viviamo non è abitato solo dal crimine e dalla violenza».
Che tipo di sfida è quella di lavorare come fai tu, prendendoti questo tempo e usando questa cura, in un paese come l’Italia, dove si tende a puntare, spesso, sul sensazionalismo?
«È quello che voglio e che cerco di fare, e che anche altri provano a fare. Non è solo una sfida; è soddisfacente. Le persone vogliono sentire storie raccontate in modo diverso, rispetto soprattutto a quello che potremmo definire mainstream».
Secondo te perché il podcast, come formato e come linguaggio, sta avendo così tanto successo?
«Perché è uno strumento eccezionale per il racconto delle storie e di quello che succede: può essere ascoltato mentre si fanno altre cose. E poi permette di enfatizzare con una certa precisione alcuni passaggi. È perfetto per la divulgazione e crea una vicinanza ulteriore con le persone».
Stando così sempre in prima linea per raccontare le storie, c’è il rischio di diventare la notizia, attirando su di sé l’attenzione del pubblico?
«Questa è un’altra delle cose che tengo presente e su cui mi fisso. Io provo a stare sempre due, tre passi indietro rispetto a quello di cui mi occupo. La protagonista è la storia, non siamo noi che la raccontiamo. La storia deve rimanere al centro. Noi siamo semplicemente degli strumenti per permettere a qualcun altro di conoscerla».
Qual è quell’elemento che fa di un podcast un buon podcast?
«Il ritmo del racconto: il modo in cui riesci a tenere un andamento preciso, coinvolgente, senza annoiare, creando sempre dei ganci per andare avanti».
E come si riconosce il ritmo giusto?
«Questo non lo so... (ride, ndr) Lo riconosco come una musicalità mentre scrivo e parlo».
Tu provi tante volte quello che scrivi?
«No, non lo provo tante volte. Però quando scrivo tendo a raccontarmelo a mente, e noto se c’è o meno il ritmo che serve».
C’è una vicinanza enorme, mi pare, con il teatro.
«In teatro si crea una sorta di connessione con le persone che ascoltano, e lì il racconto diventa ancora più protagonista, se possibile: chi sta sul palcoscenico scompare; restano le parole e resta la storia. L’esperienza dell’ascolto diventa collettiva».
Dopo diversi anni a Gente, dove sei stato anche vicedirettore, sei passato a Il Post. Quello dalla carta al digitale è stato un cambiamento immediato?
«Tieni conto che conosco Il Post dalla sua fondazione, e che ho sempre collaborato con la redazione. È stato un cambiamento molto più radicale di quanto mi aspettassi. È stata un’immersione totale, dal primo giorno. Ma dopo tanto tempo ho sentito la necessità di provare a fare qualcos’altro».
Le parole, dice Nanni Moretti, sono importanti. Oggi resiste un certo pressapochismo nel modo in cui vengono usate e scelte?
«Credo fermamente in quello che dice Nanni Moretti: le parole sono importanti, e sono uno strumento essenziale per chi fa questo lavoro. Non possono essere usate a caso o con leggerezza. Io cerco sempre di limitare al massimo gli aggettivi, dando più forza ai sostantivi; non c'è bisogno di infarcire tutto di attributi per innescare reazioni emotive. Le emozioni arrivano grazie ai fatti. Ci sono parole che personalmente tendo a evitare».
Qual è la responsabilità del giornalista?
«Quella di essere onesto intellettualmente, di raccontare le cose per ciò che sono, stando attento ai fatti e alla loro verifica. E poi la responsabilità del giornalista è non spacciare le ipotesi o le suggestioni per verità assolute».
Da piccolo volevi fare l’archeologo.
«L’archeologo o il giornalista, sì. Una di queste due cose. Sono le tipiche fantasie che si hanno da bambini».
E poi perché hai scelto il giornalista?
«Più che scelto, è quello che mi è capitato: non c’è stato un momento vero e proprio, decisivo; è stata una cosa piuttosto graduale. È così che è andata, con i vari eventi e, in generale, con la vita. Ho iniziato a collaborare con i giornali, e ho continuato a fare il giornalista».
Di che cosa ha bisogno, oggi, il giornalismo per risollevarsi dalla sua crisi?
«L’informazione tradizionale, chiamiamola così, deve riuscire a essere diversa rispetto a quell’informazione più veloce, più diffusa e superficiale; deve mantenere la sua autorevolezza e la sua profondità. Certo, se poi anche l’informazione tradizionale si mette, come spesso succede, a inseguire il linguaggio e a essere ossessivamente attenta alla superficie delle cose e non alla loro sostanza, allora diventa tutto un mischione e il rapporto di fiducia con il lettore si spezza».
Secondo te da che cosa nasce l’affezione morbosa del pubblico per la cronaca nera?
«È una cosa che c’è sempre stata, e nasce dall’interesse per ciò che succede alle persone che vediamo, che riconosciamo e che in qualche modo ci somigliano. Quello che è cambiato, oggi, è la diffusione. Merito dei social, di Internet e anche dei podcast. E così questa ossessione sembra essere maggiore, quasi amplificata».
C’è un antidoto a questa morbosità? Il pubblico, ti chiedo, può essere educato?
«Io credo che ci sia un altro modo di raccontare queste storie, te lo dicevo anche prima. E credo anche che ci sia un pubblico che vuole e cerca questo modo diverso di raccontare. Forse si tratta di un pubblico minoritario rispetto a quello che segue le trasmissioni televisive. Però è indubbio che queste persone ci sono e che meritano di essere prese seriamente in considerazione».
Che cosa pensi del modo in cui, in questi mesi, ci si sta occupando del delitto di Garlasco?
«Penso che alla fine di questa storia sarà necessario fare una riflessione su tanti aspetti: sul perché nessuno si sia interrogato sul fatto che informazioni che non dovevano essere divulgate siano arrivate alla stampa; su come le informazioni fornite dal pubblico ministero siano state scambiate per verità assolute senza ascoltare la difesa; sul mancato rispetto per la famiglia della vittima. Insomma, ci sarebbero tante cose che, a bocce ferme, si dovrebbero dire».
Come si evitano gli errori in questo mestiere?
«Stando attenti, studiando, preparandosi. Poi siamo tutti esseri umani, e tutti possiamo sbagliare».
E come si reagisce all’errore commesso?
«È fondamentale ammetterlo e non far finta di niente».