di Gianmaria Tammaro
Gli studi in animazione, il cortometraggio, la decisione di lavorare a un fumetto. E poi l’influenza di Manuele Fior e de L’intervista, la decisione del bianco e nero; la ricerca e le interviste per mettere insieme la trama di Sibylline. Il prossimo lungometraggio animato e il desiderio di continuare a raccontare storie. L’intervista.

Quando chiedo a Sixtine Dano se le è mai capitato di sognare la protagonista di Sibylline, visto tutto il tempo che ci ha lavorato, mi dice di no. E ride. Al massimo, mi spiega, questo fumetto le ha portato più insonnia che sogni tranquilli. La storia di Sixtine Dano comincia nell’animazione: ha studiato alla scuola di Gobelins, dove si è diplomata, e ha co-diretto un cortometraggio, intitolato Thermostat 6, che ha ricevuto diversi riconoscimenti. Poi ha deciso di passare al fumetto con un tema a cui, in un modo o nell’altro, ha sempre pensato. La protagonista di Sibylline è una studentessa universitaria che decide di lavorare come escort per pagarsi gli studi. Non c'è nessuna morbosità: Dano trova quasi subito un equilibrio tra ciò che le serve, per raccontare la sua storia, e ciò che invece vuole restituire al lettore. Non vuole giudicare né, tantomeno, vuole rappresentare la prostituzione come una cosa positiva. Prova a tenere tutto insieme, ogni prospettiva, ogni discorso, ogni elemento: e ci riesce.
C’è una progressione graduale ma non lenta. Conosciamo la protagonista, il suo mondo, la sua famiglia. La prima volta che la vediamo sta uscendo da una stanza d’albergo, in punta di piedi. Non una parola, non un balloon: ci accolgono le linee, uno scorcio delle sue gambe e dei suoi piedi e un letto in penombra, dove qualcun altro, di spalle, sta dormendo. Per questo fumetto, Dano ha scelto di usare il bianco e nero, influenzata fortemente da L’intervista di Manuele Fior, e uno stile delicato, morbido e a tratti seducente. C’è una qualità precisa nelle tavole e nelle varie vignette, e c’è uno spessore che fa da collante e che tiene tutto insieme: quello che succede, quello che la protagonista prova; quello che, alla fine, la aspetta. Ora Sibylline sta per diventare un film animato, e Dano si prepara a lavorare come sceneggiatrice e forse anche come regista. Il suo fumetto è uno dei più intensi e belli di quest'anno: ricco, affascinante, sincero. In Italia è pubblicato da Bao Publishing.

Come stai?
«Benissimo. Sono appena rientrata da una residenza nel sud della Francia, una residenza dedicata alla scrittura di fumetti, ed è stato molto bello».
Quindi stai già lavorando a una nuova storia?
«Sto provando a scrivere qualcosa di nuovo, sì, ma per il momento non c’è ancora nulla di definito. In ogni caso, mi piacerebbe realizzare presto un altro fumetto».
Qual è stata la genesi di Sibylline?
«Il tema dell’escorting mi ha interessato fin da quando ero una studentessa. L’ho scoperto mentre vivevo a Parigi. Esistevano siti web che mettevano in contatto studentesse e uomini adulti e benestanti, e uno di questi siti si faceva pubblicità con delle affissioni sui camion all’esterno delle università, specialmente a Parigi e Bruxelles. Mi ricordo che la cosa suscitò diverse polemiche sui giornali e in televisione. Molte associazioni si erano schierate contro questi siti, scatenando dibattiti e diffondendo i dati sulle studentesse che decidevano di prostituirsi. Sono cominciate a emergere numerose testimonianze, e il tema mi ha colpito molto».
Per quale motivo?
«Mi sono resa conto che alcune persone che conoscevo erano coinvolte direttamente in questo ambiente. Ho scoperto che il fenomeno era molto più diffuso di quanto pensassi. Nello stesso periodo stava nascendo anche il movimento MeToo, che mi ha portato a riflettere profondamente sulla mia visione degli uomini, della seduzione e della sessualità».
In che modo?
«Ho ripensato alle esperienze che ho vissuto in prima persona, e tutto questo ha alimentato l’idea della storia. All’epoca frequentavo molte attiviste, in particolare femministe, e ho incontrato diverse escort che erano anche militanti. Ho raccolto le loro testimonianze e mi sono resa conto che non avevo mai letto libri o visto film in cui si desse il giusto spazio a questo tema».
Qual era il tuo obiettivo?
«Volevo raccontare qualcosa di più, di diverso, grazie a queste testimonianze. Da una parte abbiamo film come Pretty Woman, che propongono una visione molto romantica della prostituzione; dall’altra ci sono racconti che mostrano le escort esclusivamente come vittime. Io invece ho cercato di portare uno sguardo più sfumato e complesso».
Prima di Sibylline, che di fatto è il tuo esordio come autrice di fumetti, hai studiato animazione e diretto un cortometraggio. Come mai hai deciso di fare questo passaggio?
«Dopo aver scritto la sceneggiatura, ho riflettuto sulla possibilità di trasformarla in un film d’animazione. Però mi sembrava che la storia fosse troppo lunga e che avesse bisogno del suo tempo. Insomma, non poteva funzionare come cortometraggio. E poi ho pensato che lavorare a un lungometraggio, mentre ero ancora studentessa, fosse troppo ambizioso. A quel punto il fumetto mi è sembrato il modo migliore per raccontare questa storia; sentivo di avere già le competenze necessarie, perché nell’animazione si lavora molto con lo storyboard, che è un linguaggio estremamente vicino alla costruzione del fumetto».
Adesso ti piacerebbe fare un film?
«Sì. Quando il fumetto è uscito, lo abbiamo inviato ad alcuni studi di produzione e abbiamo ricevuto varie proposte di adattamento, sia in animazione che in live action. Ne abbiamo discusso a lungo e, nel frattempo, ho anche trovato un agente. Attualmente stiamo lavorando alla scrittura per l’adattamento in un lungometraggio animato».
Nell’animazione, di solito si è accompagnati da una squadra. Com’è stato, invece, lavorare da sola a un fumetto?
«Ho realizzato lo storyboard sull’iPad, quindi ho potuto lavorare anche fuori casa. Ho finito per passare molto tempo nei caffè, in spazi di coworking e in uffici che avevano postazioni libere. Insomma, non mi sono mai sentita veramente sola; riuscivo a spostarmi spesso e a disegnare in ambienti diversi».
Perché hai scelto il bianco e nero?
«All’inizio avevo la sceneggiatura, ma non avevo ancora disegnato nulla. Volevo essere sicura di avere tutta la storia prima di svilupparla graficamente. Confesso, però, che facevo fatica a trovare l'approccio giusto. Leggendo L’intervista di Manuele Fior, in cui mi sono completamente immersa, sono stata conquistata dal personaggio principale. Mi faceva pensare alla mia protagonista, e ho capito che quello di Fior era uno stile che comprendevo e che potevo riprendere. Il bianco e nero mi è sembrato perfetto: sapevo di voler lavorare in modo tradizionale, ma non mi sentivo troppo a mio agio con i colori».

Hai mai incontrato Manuele Fior?
«Sì, a Parigi, durante un firmacopie».
Prima o dopo aver scritto il tuo fumetto?
«Prima».
Come ti sei sentita la prima volta che hai avuto Sibylline tra le mani e l’hai potuto sfogliare?
«In realtà mi sono emozionata ancora di più quando ho visto il primo storyboard stampato e rilegato. Non era ancora il fumetto definitivo ma una copia lavoro».
E come ti sei sentita in quel momento?
«Ero molto emozionata, perché era la prima volta in assoluto che potevo toccarlo con mano. Quando invece è arrivata la versione definitiva, ero meno emozionata, ma è stato comunque qualcosa di meraviglioso e a suo modo impressionante».
Conservi ancora quella copia lavoro?
«Onestamente non ho idea di dove sia (ride, ndr)».
Ricordi il momento preciso in cui hai deciso di dedicarti all’animazione?
«Ho disegnato fin da quando ero piccola e ho sempre sognato di lavorare disegnando, anche se non sapevo esattamente in che modo. Per un periodo ho pensato all’illustrazione di libri per bambini e all’architettura. Poi, frequentando i forum online, ho letto i commenti di molte persone che dicevano che il modo migliore per guadagnarsi da vivere disegnando era imparare a fare animazione, perché è un’industria in cui, grazie al sistema dell’intermittenza dello spettacolo in Francia, si può avere un’indennità di disoccupazione tra un lavoro e l’altro. Questo la rendeva una professione più stabile rispetto a, per esempio, quella dell’illustratrice. Così mi sono informata sulle scuole, ho sentito parlare di Gobelins e mi sono iscritta».
Intervistando Milo Manara, mi è capitato di chiedergli da quale elemento partisse per disegnare i suoi personaggi, le sue donne, e lui mi ha risposto: «Dagli occhi». Nel tuo caso, da dove parti quando devi disegnare un personaggio?
«È difficile dirlo. Penso di partire spesso dal viso, ma in generale cerco soprattutto di trovare la posizione più corretta, quella che riesce a parlarmi».
Qual è il primo ricordo che ti viene in mente?
«Non è una domanda facile (ride, ndr). Ho ricordi di me a scuola, di momenti passati a giocare con le mie sorelle. Vengo da una famiglia di otto figli e io sono la sesta: per questo che mi chiamo Sixtine. Ho soprattutto ricordi legati alle mie sorelle maggiori, sì».
Com’è crescere in una famiglia con così tanti fratelli?
«Penso che ci abbia reso persone autonome e vivaci. Ci ha permesso di essere curiosi verso il mondo. Ognuno di noi ha lavorato in ambiti diversi, credo anche per un desiderio di indipendenza. Ma, in generale, questo ci ha dato una grande apertura mentale».
Credi che l’essere cresciuta in una famiglia così numerosa ti abbia fatto apprezzare un po’ di più quella dimensione di solitudine che si trova lavorando a un fumetto?
«Sì, per concentrarmi ho bisogno di stare da sola, perché mi piace molto stare in mezzo alle persone, sono piuttosto loquace e mi distraggo facilmente se lavoro con gente intorno a me. Per esempio, nella residenza in cui sono stata per due mesi eravamo trenta artisti e penso di non essere mai riuscita a concentrarmi bene come a casa mia. Però ci siamo divertiti tantissimo (ride, ndr)».

Prima hai citato Manuele Fior, che ti ha dato l’idea del bianco e nero con L’intervista. Quali altre influenze hai avuto da piccola?
«Penso di essere stata ispirata soprattutto dal cinema. Per esempio sono stata influenzata da Hayao Miyazaki e da Michel Ocelot, con Kirikù. E ancora oggi mi ispirano molto. Ci sono poi serie che mi hanno dato delle idee per Sibylline, come la prima stagione di Euphoria. Mi piace anche leggere romanzi. Non ho mai letto molti fumetti prima di iniziare a farli; leggevo unicamente i fumetti di mio padre, che erano grandi classici: Les tuniques bleues, Lucky Luke, Spirou… cose di questo tipo».
Pensi di tornare all'animazione dopo Sibylline?
«È un'idea che mi piace molto quella di poter alternare i due linguaggi. I film d’animazione offrono una certa stabilità economica, anche grazie al sistema dell’intermittenza e dei periodi di disoccupazione, come ti dicevo prima. Sarò direttamente coinvolta con il film di Sibylline, sia come sceneggiatrice sia forse come regista. Vorrei fare presto un altro fumetto, ma non amo andare di fretta. Ho impiegato dieci anni per scrivere Sibylline, quindi non voglio mettermi a scrivere qualcosa solo perché devo. Mi piace anche la possibilità di lavorare solo come animatrice, perché non c’è bisogno di riflettere troppo: lavoro per gli altri e non per me. Ed è un’esperienza interessante, quella di avere un capo e di seguire la sua visione».
Lavorare a un fumetto è una cosa piuttosto lunga, lo dicevi poco fa. Quindi ti chiedo: come si riconosce la storia giusta da raccontare?
«È difficile da dire. In questo momento sto lavorando contemporaneamente a tre sceneggiature. A seconda di come mi sento e della mia vita, porto avanti quella che mi ispira di più. Forse una diventerà un fumetto, un’altra un libro… Chi lo sa».
Perché lavori a più storie contemporaneamente?
«Per prendermi il tempo necessario. Solo quando c’è qualcosa di un po’ doloroso e difficile da confessare, qualcosa che è complicato da raccontare, diventa interessante provarci. Per questo faccio leggere i miei lavori a persone diverse: mi interessa avere la loro opinione».
Chi è la prima persona a cui ti rivolgi?
«Ci sono due persone a cui chiedo sempre un consiglio. Una è mia sorella minore. Lavora nel cinema, con i film live action. È sempre molto entusiasta e ha sempre osservazioni pertinenti e incoraggianti».
L’altra persona chi è?
«Il mio compagno, che fa il regista d’animazione ed è decisamente più severo. Quindi so che i suoi commenti sono affidabili. Di solito, però, faccio leggere le mie storie anche a persone che non lavorano in questo mondo, così da avere il punto di vista del pubblico».
Ti è mai capitato di sognare la storia di Sibylline, avendoci lavorato per così tanto tempo?
«È un progetto che mi ha portato più insonnia che sogni (ride, ndr)».
Hai sentito una certa responsabilità nei confronti del pubblico raccontando una storia come questa?
«Sì, è stata una vera sfida trovare il giusto equilibrio tra il non essere giudicante e, allo stesso tempo, non incoraggiare le ragazze giovani a lavorare come escort. Era importante raggiungere il giusto compromesso tra empatia e, diciamo così, prevenzione».
Prima ti ho chiesto che cosa hai provato quando ti sei ritrovata davanti al volume di Sibylline. Come ti sei sentita, invece, quando hai capito che questa storia non era più solamente tua, ma anche del pubblico?
«Penso che mi abbia fatto molto bene, perché è stato un lavoro catartico. Sono temi che mi hanno toccata profondamente quando ero più giovane, soprattutto questo bisogno di avere uno sguardo maschile su di me per sentirmi valorizzata e questa quasi necessità di sedurre e di vivere relazioni amorose. È una cosa che sono riuscita ad analizzare grazie a Sibylline, e credo che mi abbia fatto bene. Sono stata colpita nel vedere le persone identificarsi nella mia protagonista».
Perché per te è importante il disegno?
«Trovo incredibile poter vivere facendo questo lavoro. Ma non è solo disegno: è proprio raccontare storie che mi affascina. È la possibilità di scomporre, di analizzare, di trovare prospettive differenti. Ripeto: non è solo disegno. Posso dare vita ai personaggi e farli muovere. Se vuoi, è quasi come recitare. Ed è fantastico».

Però?
«Mi fa davvero paura pensare che l’intelligenza artificiale possa sostituirci e fare una parte del nostro lavoro».
In che modo si combatte questa paura?
«Personalmente cerco di diversificare quello che faccio. E infatti lavoro nell’animazione, nel fumetto; insegno anche nella mia vecchia scuola, sono professoressa. Cerco di diversificare per non essere facilmente sostituibile. E poi provo a farmi conoscere come persona e non solo come artista».
Perché?
«Voglio che le persone possano apprezzare il mio lavoro fino a fondo, conoscendomi. Non voglio essere un’influencer, per carità, ma credo che oggi sia necessario far sapere chi c’è dietro a un fumetto o a un film. Proprio per ricordare quanto la componente umana sia fondamentale e insostituibile».
Sixtine Dano sarà al Salone del Libro di Torino il 16 e il 17 maggio con Bao Publishing. Qui ci sono tutti i dettagli. Un ringraziamento speciale a Michelle Porfido per l’aiuto, la collaborazione e la traduzione dal francese all’italiano. Foto di Francesca Mantovani. Grafica di Manuel Bruno.