di Gianmaria Tammaro
In sala con I figli della scimmia, l’opera prima di Tommaso Landucci, Scamarcio racconta il primo incontro con il suo personaggio, Dario, un uomo pieno di falle e imperfezioni. E poi parla del suo lavoro come produttore e attore, della fase che sta attraversando il cinema italiano, dell’importanza degli esordi e dei nuovi talenti e di che cosa vuol dire essere genitori. L’intervista.

I figli della scimmia, opera prima di Tommaso Landucci al cinema con Medusa, è un film più unico che raro. Quando ha letto per la prima volta la sceneggiatura, scritta dallo stesso Landucci e da Damiano Femfert, Riccardo Scamarcio ne è rimasto immediatamente colpito. Dice che gli è piaciuto il modo in cui la storia viene raccontata e in cui il suo personaggio, Dario, viene mostrato. Non è un eroe, non è un uomo perfetto: è un individuo pieno di falle e di imperfezioni, incapace di dare un nome a quello che sente. In una parola: irrisolto. Suo figlio, Enrico, è disabile. E Dario finisce per vivere la sua vita altrove, riversando in suo nipote, Giacomo, tutte le sue aspirazioni.
I figli della scimmia, però, non cede mai alla retorica. Resta dritto, preciso e puntuale. La storia che racconta, ripete Scamarcio, può sembrare una storia lineare. Eppure al cinema non c’è cosa più difficile di mettere in scena la semplicità. Cerchiamo i film spettacolari, insiste, convincendoci dell’importanza di impressionare il pubblico. Ma sono le storie che colgono la vita quotidiana nella sua essenza e, quindi, nella sua complessità a fare la differenza: sono queste storie che coinvolgono gli spettatori, che creano un contatto tra le persone e che possono resistere alla prova del tempo.

Qual è stata la prima cosa che hai pensato dopo aver letto la sceneggiatura de I figli della scimmia?
«Ho avuto l’impressione molto forte di trovarmi davanti a un testo che in modo preciso e abbastanza unico riusciva a raccontare una storia all’apparenza semplice, dove i dialoghi sono un po’ la punteggiatura delle cose che i vari personaggi non hanno il coraggio di dirsi».
E del tuo personaggio, invece, che cosa hai capito?
«Il mio personaggio, nello specifico, è stato concepito e scritto in maniera intelligente. Questo l’ho capito subito. Nella messa in scena e nella regia, grazie alla sinergia che siamo riusciti a raggiungere io, Tommaso, Guido Michelotti, il direttore della fotografia, e i produttori, abbiamo amplificato ulteriormente la situazione in cui si trova».
Di che situazione si tratta?
«È una situazione precaria per motivi diversi, che riesce a fotografare perfettamente il personaggio mostrandolo per quello che è davvero: non un uomo perfetto, ma un individuo pieno di difetti. Questi difetti, però, non sono esibiti. Così come non sono esibiti i pregi».
Perché?
«È proprio il senso di questo film, dove niente viene esibito o esplicitato con forza. Pregi e difetti accadono, sono endemici, esistono e basta. Non sembrano avere uno scopo preciso nello svolgimento della storia».
Sono stati importanti per la tua interpretazione?
«Sono stati un’indicazione. Dovevano abbandonare la carta della sceneggiatura e diventare concreti. E questo è stato il mio compito. Ho provato quasi a darli per scontate, a non calcarli. È una delle cose che mi piacciono di più del film: non è spudorato, non urla».
Quanto è raro trovare un personaggio come Dario?
«È molto raro. Il film procede mettendo in scena il quotidiano. Oggi tutti hanno l’ansia di attirare l’attenzione, di creare colpi di scena e “turning point” incredibili. Pensano che il pubblico si annoi, che non sia interessato ad altro. E si dimenticano di una cosa importante».
Quale?
«La semplicità è difficilissima da mettere in scena al cinema. Quando però ci riesci, è più facile coinvolgere il pubblico e renderlo partecipe».
Uno dei temi di questo film è la rabbia: una rabbia mai espressa chiaramente, solo suggerita.
«Più che rabbia, il mio personaggio attraversa delle zone d’ombra e dei momenti di profonda inquietudine. Anche improvvisi e arbitrari, come quando si innervosisce in macchina, bloccato nel traffico, o durante un sopralluogo di lavoro. Sono dei piccoli tasselli che servono a costruire un’agitazione più grande: c’è qualcosa che lavora dentro, che si muove e che serve a esprimere il fatto che il personaggio non sia risolto».
In questo senso, I figli della scimmia è anche una storia di crescita?
«Quando è nata mia figlia, ho capito una cosa. Ho capito che attraverso di lei avrei potuto rivivere in parte la mia vita. Il protagonista del film sente inconsciamente l’impulso di rivivere la sua adolescenza condividendo con suo figlio delle cose che lui conosce e che potrebbe insegnargli, ma sa che non può farlo. E quindi trasla questa cosa, in maniera del tutto inconsapevole, su suo nipote. Ed è veramente struggente. È un contromovimento che rende il personaggio speciale. È un meccanismo fondamentale per il film, un meccanismo che ha finito per coinvolgermi sia come interprete che come produttore: ho riconosciuto subito il talento di Tommaso e di Damiano Femfert, il co-sceneggiatore».
Quanto è stato difficile calarsi nel singolo istante e lavorare con le reazioni più che con le battute o l’esperienza accumulata durante le prove?
«In realtà, è una cosa che cerco di fare sempre. Penso che sia fondamentale. Io provoco degli incidenti per provare volutamente a gestire delle emergenze mentre siamo in scena. Sono questi incidenti che generano l’imprevisto, e nell’imprevisto puoi reagire a quello che accade. Marlon Brando, per fare i complimenti a un attore, diceva che aveva delle belle reazioni. In questo film, però, c’è anche una certa misura».
In che senso?
«È come quando giochi a tennis: se non hai controllo, non ci può essere abbandono. Se c’è solo controllo e non c’è abbandono, la palla non cammina e i colpi vincenti non arrivano. Quello che bisogna trovare è un limbo. Chiaramente a volte ci riesci e a volte no. A tennis, con te, c’è un solo avversario. Sul set ci sono tantissime persone. Ed è importante il lavoro di tutti».
Lo dicevi tu prima: sei anche produttore de I figli della scimmia. Dal tuo punto di vista, oggi, quanto spazio viene dato alle opere prime in Italia? E quanto è difficile, poi, valorizzarle?
«Diciamo che nel mainstream è molto difficile. E non è un problema di produzione, è un problema di distribuzione. Si fa sempre confusione. In Italia la distribuzione la fa da padrona. Un film, nonostante tutto, può essere prodotto. Anche se servono sacrifici, anche se bisogna tirare la cinghia. La cosa veramente difficile è entrare nelle sale e avere una distribuzione degna di questo nome. Si dà tantissimo spazio a un certo tipo di cinema, che è un cinema di intrattenimento. E questo influenza il gusto del pubblico, che poi si disabitua ad altri film. L’arrivo dei multiplex, per l’indipendenza del cinema italiano, è stato nefasto. I multiplex puntano chiaramente sulla spettacolarità, su quello che sembra avere più possibilità di incasso: preferiscono programmare l’ennesimo film tratto dai fumetti. Ricordiamoci, poi, che sia un film prodotto con 150 milioni di dollari che uno prodotto con 1 milione di dollari hanno lo stesso biglietto, con lo stesso prezzo».
C’è anche un problema di diseducazione del pubblico, secondo te?
«Sì, c’è. Ma non è solo colpa, diciamo così, del pubblico. Ci sono diversi fattori, con diverse responsabilità, che bisogna prendere in considerazione. La diseducazione del pubblico non riguarda soltanto i distributori, i produttori e la macchina cinema; riguarda tante altre cose. Riguarda, per esempio, la digitalizzazione massiccia di questi anni, con i social e con un bombardamento continuo di immagini e suoni. Riguarda la progressione senza freni di una certa tecnologia che invita a consumare spasmodicamente. Tutti, oggi, filmano, condividono video e cercano di farsi vedere. Il cinema, però, è un’altra cosa. Ed è questo che stiamo rischiando di dimenticare».
Dario, il tuo personaggio, ha una passione per le moto. Passione che, se non sbaglio, hai anche tu.
«Era una cosa già prevista in sceneggiatura, io non c’entro niente. (ride, ndr) Dario, poi, ha una passione per il trial, che è una disciplina difficilissima e, a suo modo, estrema. È una passione che cozza enormemente con la condizione del figlio tetraplegico, che non potrebbe mai fare uno sport del genere. Io, da ragazzino, ho fatto motocross».
La tua pasta aglio e olio è buona come quella che prepari ne I figli della scimmia?
«Sono uno specialista di pasta aglio e olio. (ride, ndr) E ho fatto dannare la troupe per quella scena. Perché volevo cucinarla davvero. Ho preteso di essere io dietro i fornelli. Abbiamo dovuto ripeterla diverse volte, riposizionando ogni cosa».
Che ricordo conservi di Jeremy Thomas?
«Ho avuto la fortuna e l’onore di produrre un film con lui, Race for Glory. Parliamo di un produttore straordinario e di un uomo fantastico, simpaticissimo. Abbiamo passato molto tempo insieme. Mi ha raccontato dei film che ha fatto con Bernardo Bertolucci e con David Cronenberg. Ha lavorato a delle opere pazzesche. Era un produttore vecchio stile, con una grande conoscenza del cinema e un’enorme cultura. Jeremy era indipendente. Ha mantenuto la sua idea di produttore fino in fondo. Ha sempre cercato talenti. E ha sempre provato a dare ai registi la possibilità di fare il loro film. Un film è un pezzo unico. Un film che ci piace non assomiglia a nessun altro film; magari può ricordarci delle cose, sì, ma un film, un buon film, è un abito su misura, non è una produzione in serie».
Che cosa significa essere genitore?
«Per me è una grande fortuna. Io la vivo così. È una grande opportunità. Ed è la cosa più bella che ti possa capitare. Perché rende le giornate speciali. È un amore che non mi prevede; è un sentimento sempre nuovo, che non conoscevo prima, pronto a dare tutto senza volere nulla in cambio».
I film sono un po’ come i figli?
«Per alcune cose sì. A un certo punto devi lasciare andare i film, proprio come devi lasciare andare i figli. Finché hanno bisogno di te, tu ci devi essere, li devi curare, non puoi minimamente darli per scontati. I figli, però, restano i figli: al di là dell’esercizio retorico, sono imparagonabili; non possono essere associati a nient’altro».
Alla fine di questo film che cosa hai pensato del tuo personaggio?
«Ho provato un grande senso di compassione e di empatia. Mi sono commosso scoprendolo. E la commozione è stata il sentimento che mi ha guidato durante tutte le riprese. È un sentimento intenso, bello, non soltanto triste. Più andavo avanti, più mi sentivo vicino al mio personaggio. Mi dispiaceva per lui. Lo so che può risultare strano sentirmi parlare così di un ruolo che ho interpretato, ma quel personaggio, alla fine, è altro da me. E mi sono affezionato a lui anche per la sua incoscienza e per la sua incapacità di dare una forma e un nome alle cose che sente e prova. Una cosa da cui, a un certo punto, riesce a emanciparsi. Tutti lo guardano straniti, incapaci di capirlo. Ecco, questo aspetto mi faceva stringere il cuore».
I figli della scimmia è prodotto da Lungta Film, Lebowski, Mosaicon Film, con la partecipazione di HBO Max e in collaborazione con Rai Cinema. È distribuito da Medusa Film. Nel cast, insieme a Riccardo Scamarcio: Fausto Russo Alesi, Lidiya Liberman, Cristina Odasso, Tancredi Naldini, Andrea Aggio e Luigi Diberti.