di Gianmaria Tammaro
Al cinema dal 5 marzo con Lucky Red e BIM Distribuzione, il nuovo film di Linklater ripercorre con precisione un momento particolare della storia della settima arte raccontando le riprese di Fino all’ultimo respiro, l’esordio alla regia di Jean-Luc Godard. Allo stesso tempo, però, diventa una riflessione sullo stato attuale dell’industria e del linguaggio cinematografico. Un film che parla a tutti, non solo ai cinefili. L’approfondimento.

Nouvelle Vague di Richard Linklater, in sala dal 5 marzo con Lucky Red e BIM Distribuzione, non è solamente una lettera d’amore per il cinema. È qualcosa di più. Qualcosa di più profondo, intenso e viscerale. Di meno banale e retorico. È un modo per ripercorrere la storia della settima arte e, allo stesso tempo, per riflettere sulla situazione attuale dell’industria cinematografica, con le sue contraddizioni e i suoi tantissimi limiti. Più produttivi che artistici. All’ultima edizione dei César, Nouvelle Vague ha vinto i premi per la miglior regia, per la miglior fotografia, per il miglior montaggio e per i migliori costumi. Segno che ai francesi, o comunque a una certa parte del pubblico francese, il film di Linklater è piaciuto. E questo è importante, soprattutto perché parliamo di una storia che è profondamente e intimamente radicata nel tessuto sociale e culturale.

Il protagonista di Nouvelle Vague è Jean-Luc Godard. Lo seguiamo mentre sta girando il suo primo film, Fino all’ultimo respiro. Non è un vero e proprio dietro le quinte, anche perché Nouvelle Vague resta un film di finzione, con diversi – molti, anzi – momenti romanzati. Eppure è evidente l’intenzione di Linklater di ricostruire con una certa precisione un periodo particolare della storia cinematografica francese. Nouvelle Vague è un film esistenziale ed essenziale. Con un montaggio ritmato, mai frenetico, quasi sovrapponibile all’idea stessa che aveva Godard di messa in scena. E poi c’è il bianco e nero della fotografia di David Chambille, che non si limita a essere una sorta di esercizio di stile: qualcosa di estetico, da sfruttare per rievocare un periodo storico. Ha un suo peso all’interno del racconto e nel modo in cui ci vengono presentati i singoli personaggi.
Il bianco e nero, in Nouvelle Vague, serve per dare spessore alle immagini e alle scene, per far risaltare tanto le ombre quanto le luci. È l’ennesimo gioco di opposti: Linklater sembra volerci ricordare costantemente quella che è la natura, la missione anzi, del cinema. Che non è mai una cosa soltanto, ma che si adegua, si fa liquido, poi più solido, e che in alcuni momenti assume una forma e una consistenza tutte sue. Nuove. Nouvelle Vague è pieno di gesti e di piccole cose, di primi piani che cercano lo sguardo o al contrario la fissità delle espressioni del cast. È pieno di momenti estremamente teneri e di altri ben più intensi e delicati. Il Godard di Guillaume Marbeck è un uomo sottile e fascinoso, che indossa sempre gli occhiai da sole e che sceglie con molta cura ogni parola. Osserva gli altri, e si lascia osservare. Fuma, offre il viso a chi gli sta intorno; è furtivo, arrogante, idealista. Marbeck sa stare sia al centro che alla periferia, sullo sfondo, della scena. Non si impone mai. È al completo servizio della storia e, di conseguenza, di Linklater.

Insieme a lui, ci sono Zoey Deutch e Aubry Dullin, che interpretano rispettivamente Jean Seberg e Jean-Paul Belmondo. In qualche modo questi due personaggi finiscono per completarsi a vicenda, sia dal punto di vista fisico – lei più bassa e bionda, lui più alto e moro – che dal punto di vista caratteriale. E si sostengono, si cercano, si trasformano quasi in un’unica entità, a un certo punto. Perché si piacciono, perché stanno bene insieme, e perché recitare in Fino all’ultimo respiro significa qualcosa di più che pretendere e basta. Godard chiede ai suoi attori di non fingere. Di agire nello stesso modo in cui agirebbero lontano dal set e dalle luci. Su questo Linklater è particolarmente preciso e insistente. Cerca di cogliere l’essenza stessa del modo che Godard aveva di dirigere. Scene brevi, dialoghi scritti la mattina stessa o addirittura improvvisati, da sostituire successivamente durante il doppiaggio. Un’attenzione per il contesto che però non schiaccia la voglia di approfondire e di far esaltare l’intimità tra i personaggi. E poi il ritmo: sacrosanto. E l’importanza che non va mai via di essere diversi, contro qualunque canone e qualunque idea di cinema contemporanea o più commerciale.
Godard, dopotutto, veniva dalla redazione di Cahiers du cinéma. Era l’ultimo dei suoi compagni – Truffaut, Chabrol, Rivette e Rohmer – a non aver ancora diretto un film. Era ossessionato dall’idea di riuscire e, soprattutto, dall’idea di essere un regista di rottura, un simbolo per un nuovo modo di intendere e di fare cinema. Al di là dell’opera di Linklater, questo è un passaggio estremamente importante, che merita di essere sottolineato: Cahiers du cinéma, con la sua rivista e la sua redazione, aveva già intaccato profondamente un certo modo di vedere e di interpretare la settima arte; non era solo uno spazio per cinefili che parlano ad altri cinefili, era qualcosa di più. La somma di passioni e di punti di vista, il desiderio di travolgere, e sconvolgere, il linguaggio cinematografico e di non rimanere indietro rispetto agli americani, ai tedeschi e agli italiani. Cahiers du cinéma ha catturato esattamente quella che era, e che per certi versi è ancora, l’idea francese di intrattenimento e, soprattutto, di racconto.
Con il suo film, Linklater ha provato, ed è riuscito, a raggiungere un punto di equilibrio e di sintesi fenomenale, capace di restituire tutti questi aspetti. Il suo Godard non è solo un artistoide capriccioso, pronto a prendersela con il suo produttore, a denigrare i colleghi e a confondere gli attori. È un personaggio mosso da una convinzione profonda, da una fede laica di quello che vuol dire, o che può voler dire, fare cinema. Linklater vuole giocare con la dimensione narrativa, alternando momenti più sospesi e immersi all’interno del racconto ad altri che sembrano quasi documentaristici con la loro precisione ossessiva nel presentare tutti: comparse, facce, anche solamente chi affolla una stanza. In alcuni scene, proprio per questo motivo, Nouvelle Vague può sembrare eccessivo, pesante, troppo carico di dettagli e di spiegazioni. Ma sono solo dei momenti, che passano e che non incidono – non più di tanto, almeno – sulla trama e sul racconto.
Non è un film solo per cinefili. Anche questo è importante dirlo. Non è un film, insomma, che si rivolge solo ai grandi appassionati. È un film che vuole parlare a tutti, che prova ad avvicinare il grande pubblico a una storia che ha condizionato fortemente il cinema di ieri e quello di oggi. Linklater non è mai inutilmente, o insistentemente, romantico. Si infila tra le pieghe della Storia, quella con la lettera maiuscola, con calma. E ci presenta i suoi personaggi riuscendo ad avvolgerli in uno spesso strato di carisma e fascino. Sono complicati, a volte assurdi (pensiamo a Godard e alla sua convinzione incrollabile); altre, invece, estremamente fragili e insicuri. Il set, nel film di Linklater, diventa quasi un personaggio a parte: la somma delle interazioni, dei campi e dei controcampi, dei primi piani, dei silenzi, di tutto quello che sembra sfuggire a una banalizzazione accademica della trama.

Nouvelle Vague non è solo la storia delle riprese e della genesi di Fino all’ultimo respiro, e non è solo la storia della nascita – anzi, dell’affermazione – di un movimento culturale. È la Francia che cambia pelle, che si scuote, che si trasforma. È il pubblico che trova una nuova sensibilità. E sono i registi che fanno i film che hanno in mente. E poi Nouvelle Vague esplora in modo efficace e puntuale quella che è la dimensione degli attori, che sono in balia delle decisioni dei registi, che ogni volta, per ogni nuovo film, devono essere pronti a dimenticare tutto quello che sanno e a ricominciare daccapo, che subiscono, incassano, e che si lasciano modellare a colpi di “stop” e di “azione”. La Jean Seberg di Deutch e il Jean-Paul Belmondo di Dullin si completano a vicenda anche per questo, per il modo in cui approcciano la scena e stanno sul set: se Seberg fa una fatica enorme nel trovare un equilibrio tra le direzioni di Godard e l’incertezza continua delle riprese, Belmondo vive tutto come un gioco, e si offre, si lascia andare, si adegua senza problemi a quello che gli viene detto. Ride, e la sua è una risata carica di forza e di sincerità, mai a metà, mai trattenuta, mai di circostanza.
Nouvelle Vague di Richard Linklater non cerca mai di essere convenzionale o scolastico. Non vuole mai accontentarsi scegliendo le soluzioni più facili. Anche in questo, forse soprattutto in questo, vuole rievocare lo spirito di Godard, del set di Fino all’ultimo respiro e del cinema francese degli anni Cinquanta e Sessanta. I film sono missioni, sono pezzi di vita, di sensibilità; sono affermazioni artistiche. E chi ci lavora non solo cede alla fantasia e all’immaginazione; è pronto a dare sé stesso, una parte della propria esistenza e della propria emotività. Nouvelle Vague non è unicamente una lettera d’amore per il cinema: è la dimostrazione stessa di che cosa voglia dire fare cinema, inseguendo un’idea e vivendo fino in fondo ogni singolo momento. Come se non ci fosse un domani.
Nouvelle Vague di Richard Linklater sarà al cinema dal 5 marzo con Lucky Red e BIM Distribuzione.