di Gianmaria Tammaro
Il rapporto con la creatività e con la sua famiglia. La fede in Dio, l’incontro con il papa e Dario Argento. La differenza tra forma e contenuto, l’indipendenza dei film, il ruolo delle proprie scelte e che cosa vuol dire essere un genitore. Qual è il compito di un regista e quale quello dell’arte. E poi il prossimo progetto, il remake di Maniac Cop, e l’intenzione di lavorare di nuovo con Ryan Gosling. L’intervista.

Il cinema, mi dice Nicolas Winding Refn, ha a che fare con noi, con i nostri bisogni, con quello che sentiamo. E anche, mi ripete, con la violenza. Perché l’arte deve insistere, spingere, deve farsi spazio tra le idee e i pensieri, deve piantare un seme, crescere e travolgere lo spettatore. Quando gli chiedo qual è la differenza tra forma e contenuto, Refn mi parla dell’importanza di essere irreplicabili e unici. Her Private Hell, al cinema dal 1° ottobre con MUBI, è esattamente il film che voleva fare. Un film che nasce da due idee, che poi diventa un triangolo e che alla fine, tra colori intensi e una nebbia leggera, parla di famiglia, redenzione, inferno e desiderio. È una fiaba, a suo modo.
In questa lunga intervista, Refn mi ha parlato del suo passato, della fede in Dio, delle prime esperienze sul set con Pusher e di quante cose sono cambiate negli ultimi quindici anni, dall’uscita di Drive al cinema. E poi mi ha parlato di quello che significa essere un regista e un padre, della vita che vivono i film e di che cosa vuole fare adesso. Abbiamo parlato anche del terzo film con Ryan Gosling e del suo prossimo progetto, Maniac Cop.

Ti era mancato il set?
«Sì, ma soprattutto mi era mancata la creatività. Perché è la creatività ciò che mi attrae e mi incuriosisce. E quando non c’è la creatività, quando non ho la possibilità di lasciarmi andare a essa, vengo travolto dalla frustrazione».
Ti ricordi la prima volta che hai pensato a Her Private Hell? Che cosa ti ha convinto a girarlo?
«Sono partito da due idee molto specifiche. Da una parte, abbiamo una giovane ragazza che vive in una città che non esiste. Dall’altra parte, abbiamo un uomo, Private K, che si prepara ad andare all’inferno. Sono due idee quasi opposte. A quel punto ho dovuto pensare a una terza idea, quella di Leatherman, per metterle in contatto. Si è creato un triangolo. E l’interazione tra queste idee è diventato, a sua volta, un tema».
Qual è la differenza tra forma e contenuto? E qual è la cosa più importante?
«Onestamente credo che la cosa più importante sia una combinazione tra forma e contenuto. So benissimo che ci sono tanti modi di raccontare una storia, ma sono anche convinto che ci sia una sorta di dovere nel cercare di portare al limite una forma di espressione artistica. Penso che sia molto interessante sperimentare con tipi diversi di linguaggio e storytelling. Con Her Private Hell ho seguito una strada precisa. Di volta in volta mi sono affidato a un colore, alla musica o al design. Sono tutti elementi ugualmente importanti nella costruzione di un racconto potente, che esula dall’immediatezza di una storia lineare».
Ed è così sempre, secondo te?
«Oggi l’intrattenimento è un’altra cosa: poche righe su un pezzo di carta. Her Private Hell è un film che l’IA non potrebbe mai replicare e in un certo senso è un nemico dell’algoritmo. Il mio principale obiettivo è sempre stato uno: quello di creare un’esperienza».
Quando lavori a un film, senti una sorta di responsabilità?
«Assolutamente sì. Ma credo anche che non ci sia un modo più o meno giusto o più o meno sbagliato di fare un film. Forse la cosa più importante è un’altra: è trovare il modo per coinvolgere il pubblico, per non lasciarlo indifferente, per costringerlo a fare uno sforzo per seguire la storia, per capire fino in fondo tutte le parti che la compongono, tutti gli stimoli che può contenere».
A parte il cinema e i film che hai visto e amato, mi pare che anche la tua famiglia sia stata una fonte di ispirazione per Her Private Hell.
«Non parlerei di fonte di ispirazione. Probabilmente è vero che la famiglia è una parte importante della mia vita. Non è un segreto per nessuno che sono morto per venticinque minuti prima di girare questo film. E ogni cosa, in un certo senso, è un’estensione di ciò che siamo».
I film sono come i figli?
«Penso che i film possano diventare come i figli. E questo non significa che succeda sempre. Nel mio caso, fanno indubbiamente parte della mia famiglia».
Che cosa vuol dire essere un regista?
«Un regista non è mai solo una cosa, attraversa diverse fasi. Devi cambiare approccio a seconda della persona che ti ritrovi davanti e con cui stai lavorando. Dirigere è un po’ come essere nello stesso momento un maestro d’asilo, un buon amico, un amante platonico – ed è fondamentale che sia platonico e non fisico, perché c’è molta intimità quando si gira un film –, un direttore artistico e un generale. E questo, ovviamente, se consideriamo dirigere come una sorta di ombrello, che raccoglie al suo interno cose diverse».
E che cosa vuol dire, invece, essere un genitore?
«Come genitore devi essere responsabile, incoraggiante e capace di ispirare gli altri. Devi dare il buon esempio. Essere un genitore è molto, molto più difficile di essere un regista».
Un genitore può essere amico dei suoi figli?
«Secondo me sì. Deve esserci sempre un senso di connessione amichevole, ma deve esserci anche una sorta di barriera, che sostanzialmente coincide con la generazione di appartenenza. I tuoi figli devono essere liberi di creare il loro mondo e di trovare le opportunità migliori per loro. Più passa il tempo e più si crea una distanza con i genitori. Quando i tuoi figli diventano maggiorenni, devono poter vivere la loro vita. Un genitore, in un certo senso, ci deve essere sempre e deve essere pronto a dare il suo amore, ma non può mettersi di traverso».
Un film quando comincia a vivere la sua vita e a essere indipendente?
«Un film può vivere la sua vita se diventa un’esperienza, se inizia a provocare il pubblico, a metterlo in difficoltà, a rappresentare una sorta di sfida. Un film può vivere la sua vita se riesce a trasformarsi in un pensiero ricorrente, a penetrare la mente e a piantarsi all’interno del tuo teschio. Se un film riesce a essere come una pietra che si infila nelle nostre scarpe e che torna a farsi sentire non appena facciamo un passo, allora può vivere la sua vita. Un film non è sempre la stessa cosa. Un film cambia. A volte è bellissimo, avvolgente, un paradiso. Altre volte, invece, è pura frustrazione. Un film esiste perché rimane con te. E per rimanere con te, deve entrare nella tua testa. E per entrare nella tua testa, deve provocarti. E puoi odiarlo come amarlo. E va bene così. Perché è questo quello che, alla fine, lo rende interessante. E sono sempre le cose interessanti che ricordiamo».
In un’intervista con il Guardian, hai detto, e ti cito, che «la pornografia è pensare di poter proteggere l’innocenza con la violenza». È un concetto che si applica a ogni situazione?
«Onestamente sono contro le generalizzazioni. Quella frase che ho detto, e che continuo a condividere, va contestualizzata. C’è una verità nelle mie parole, ma non è una verità uguale per tutti. È un modo di vedere la vita».
Come definiresti la violenza?
«L’arte, in un certo senso, è un atto violento. Ha l’obiettivo di penetrare la tua mente, di imporsi sui tuoi pensieri. Ma non si trova lì per distruggere; si trova lì per ispirare. La violenza è una forma di catarsi ed è qualcosa verso cui tendiamo. Ciò che fa la differenza è il modo in cui inserisci questa idea, questa violenza, all’interno della tua storia. La violenza, come forma di espressione, riesce a essere estremamente immediata per il pubblico, soprattutto per i più giovani. La violenza può coincidere con un atto di ribellione. E quindi può essere un modo per distruggere quello che esisteva già e per fare spazio a qualcosa di nuovo».
Quest’estate hai passato del tempo insieme a Dario Argento in Italia. Com’è andata?
«Dario è un uomo di poche parole, anche perché lui parla italiano e io parlo inglese. Trascorrere del tempo insieme è stato incredibile. È un uomo straordinario ed è sempre interessante confrontarsi con lui».
Sono passati quindici anni da quando Drive è uscito per la prima volta al cinema. Quante cose sono cambiate in questo periodo?
«Non credo che le cose siano cambiate. Semmai è cambiato l’ecosistema, diventando più inconsistente e fumoso. L’algoritmo oggi occupa una posizione centrale. Il sistema stesso sembra cercare una qualche forma di immobilismo. E a volte mi capita di pensare che sarebbe decisamente più interessante se si cercasse di superare certi limiti e certe barriere. Allo stesso tempo il cinema rimane un’estensione dei nostri tempi. È difficile giudicarlo. Ci troviamo nel periodo peggiore in cui fare film e, proprio per questo, ci troviamo anche nel periodo migliore».
L’autenticità è una merce sempre più rara da trovare nell’industria cinematografica?
«L’autenticità è sempre stata una merce rara. Il cinema rimane qualcosa di artificiale, è creato dalle persone. È fantasia. E secondo me diventa più interessante ogni volta che si lascia andare a questo elemento fantastico».
Come descriveresti la tua relazione con il cinema? Senti una specie di bisogno di fare film?
«Onestamente penso che facciamo quello che facciamo perché, in un certo senso, dobbiamo. Se la tua urgenza è così forte che non riesci a ignorarla, forse è meglio provare ad ascoltarla. Devi essere onesto con te stesso, devi rispettarti. E quindi, forse, la cosa migliore è abbracciare completamente questo bisogno».
Ricordi come ti sei sentito quando, trent’anni fa, hai diretto Pusher, il tuo primo film da regista?
«Quando ho girato il primo Pusher, mi sono lasciato guidare dall’arroganza tipica della giovinezza. È sicuramente uno dei miei ricordi più belli. Non è una cosa che puoi ripetere; succede solo una volta ed è importante viverla fino in fondo. È un po’ come crescere, no? Non puoi tornare indietro. Oramai sei adulto, sei un’altra persona. La tua infanzia è nel passato. Da quel punto in poi, in cinque anni di lavoro, credo di essere riuscito a imparare tutto quello di cui avevo bisogno. E in questo modo ho potuto seguire la strada che faceva per me, quella di cui avevo bisogno».
L’errore è utile?
«È fondamentale provare, sperimentare ed è fondamentale anche fallire, proprio per imparare come funziona davvero qualcosa. Ora viviamo in un mondo in cui il fallimento viene quasi nascosto, in cui è considerato imperdonabile, e le persone hanno paura di sbagliare e di venire giudicate per questo, soprattutto sui social. C’è questa idea secondo cui esiste un modo, aperte e chiuse virgolette, “più giusto” di vedere le cose. Ma è importante ricordare che le persone, alla fine di tutto, sono soltanto persone e che gli errori fanno parte della nostra vita e possono essere un’occasione per imparare».
Credi che sia importante, in un certo senso, conservare parte di quell’arroganza che si prova da giovani?
«Più che arroganza, parliamo di determinazione. Qualcuno può fraintendere questa determinazione e considerarla arroganza. E per alcune cose, come difendere le tue scelte e i tuoi film, devi essere arrogante. L’arroganza può aiutarti a convincere gli altri, chi magari non la pensa come te e ha dubbi, a credere in quello che stai facendo. Fare un film significa lavorare con un gruppo di individui differenti e ogni individuo ha una sua idea. Ed è tua responsabilità, come regista, mantenere il controllo».
È vero che tu e Ryan Gosling state pensando di lavorare nuovamente insieme?
«Abbiamo sempre parlato di un terzo film. Quindi prima o poi lo gireremo. Ancora non sappiamo di che cosa si tratterà, ma siamo piuttosto sicuri di avere un terzo film dentro di noi».
Qualche anno fa, mi hai detto che le buone idee non invecchiano mai. Ed è per questo che hai deciso di lavorare al remake di Maniac Cop.
«È assolutamente vero che le buone idee non invecchiano. Ed è una cosa che continuo a pensare».
Se dovessi scegliere un solo incontro, quale diresti che è stato il più importante della tua vita?
«Quello con il papa».
Perché?
«Be’... è il papa! Direi che questo dice tutto. Si trova su un altro livello».
Credi in Dio?
«Penso che tutti abbiano dentro di loro una parte che è guidata dalla fede. E penso che tutti, a un certo punto, finiscano per credere in Dio».
Hai detto che Private K, il personaggio interpretato da Charles Melton, coincide con te. In che senso?
«Ci sono personaggi che finiscono per essere un’estensione della persona che sei. Alcuni di più, alcuni di meno. Il personaggio di Charles fa parte della stessa famiglia di cui fanno parte il personaggio di Ryan Gosling in Drive e One-Eye di Mads Mikkelsen in Valhalla Rising. Ma potrei citare anche Miu, la protagonista di Copenhagen Cowboy. Sono tutti varianti dello stesso alter ego che viaggia sempre con me. E non potrei esistere, nel mio lavoro, senza di loro».
Come hai trovato il tuo cast per Her Private Hell?
«Attraverso i provini. Abbiamo incontrato qualcosa come diecimila ragazze. Sophie (Thatcher, che interpreta Elle, la protagonista, ndr) è arrivata più avanti. Non sapevo che cosa stavo cercando; sapevo solamente che cosa non volevo. Quindi ho continuato a cercare nella speranza di un miracolo. Sophie ha fatto il suo provino piuttosto tardi rispetto all’inizio dei casting, ma non appena l’ho vista ho capito che era lei quella giusta. E ho sempre avuto l’idea di coinvolgere Havana (Rose Liu, che interpreta Dominique, ndr) e Kristine (Froseth, che interpreta Hunter, ndr), ma non potevo procedere senza aver prima trovato la mia protagonista. Una volta che Sophie è stata scelta, ho potuto completare rapidamente il resto del cast».
Girare un film può significare molte cose. Può significare allontanarsi dalla propria famiglia e dover spendere mesi interi, se non anni, a lavorare sulla stessa cosa. Come si capisce che la storia che si sceglie è la storia giusta?
«Dipende tutto dall’istinto. Se ti sembra giusto, se ti senti a tuo agio, devi lavorarci».
Qual è la cosa più importante per te in questo momento?
«Il modo in cui passerò i prossimi vent’anni della mia vita. Mi è stata data una seconda possibilità, e questa seconda possibilità coincide con una sorta di risveglio e, allo stesso tempo, con una visione più consapevole e responsabile del tempo e di quanto sia prezioso. E per me questa cosa ha a che fare con il modo in cui decido di vivere la mia vita fino all’estremo. Ho un desiderio enorme di vita e mi piace essere vivo. Voglio fare tantissime cose, ma so che il tempo a mia disposizione è poco. Quindi alla fine si riduce tutto a una cosa».
Cosa?
«Le tue scelte».
E qual è l’ultima scelta che hai preso?
«All’inizio del prossimo anno girerò Maniac Cop a Los Angeles».
Il ritratto di Nicolas Winding Refn all’interno dell’articolo è stato scattato da Casper Sejersen.