di Gianmaria Tammaro
Dalla genesi del suo ultimo romanzo, Il custode, pubblicato da Einaudi, al rapporto con il mostruoso e con la mitologia greca. E poi la sfida costante della scrittura, lo spazio vitale per raccontare, la libertà dei romanzi e i compromessi della televisione. Il senso di colpa come spinta creativa e il legame profondo, viscerale, con le storie. L’intervista.

Scrivere, dice Niccolò Ammaniti, è un processo senza fine. A volte faticoso, a volte addirittura accogliente. Non c’è niente di meccanico o di prevedibile: ci sono giorni più vuoti degli altri, e in questi giorni il senso di colpa ti spinge a metterti alla scrivania, a fissare la pagina bianca e a risolvere i tuoi problemi. Il suo ultimo libro, Il custode, pubblicato da Einaudi, lo ha salvato: non riusciva ad andare avanti con un altro romanzo, un’opera enorme, mastodontica, cominciata anni fa, e questa storia è arrivata al momento giusto, dandogli modo di respirare e di ritrovare sé stesso. L’ha scritta velocemente, senza interruzioni. E l’ha ambientata a Triscina, dove era andato per un sopralluogo per Anna, la serie tv basata sul suo romanzo.
Il protagonista, Nilo, è un bambino che vive con sua madre, sua zia e un segreto. Non è un horror, Il custode. E non ha senso, spiega Ammaniti, definirlo solo con un genere. È qualcosa di differente: è, per esempio, il tentativo di raccontare l’adolescenza con le sue contraddizioni e i suoi estremi, ed è anche il tentativo di ritrarre una forma d’amore più ossessiva e ossessionata, intensa, dolorosa e possessiva. Il custode è ambientato ai giorni nostri, in un mondo che somiglia in tutto e per tutto al nostro; eppure, allo stesso tempo, appartiene a un’altra epoca: a quella dei miti, degli eroi e degli dei dell’Olimpo.

Dove nasce Il custode?
«In Sicilia. Quando dovevo girare Anna, sono andato a Triscina dove avevo intenzione di ambientare una parte importante della storia: l’incontro tra i personaggi di Anna e Pietro dopo che lei gli chiede di darle una mano per ritrovare suo fratello. Doveva essere una scena sul mare».
Però?
«Però c’è stato il COVID, e con il COVID è saltata la location. Sei mesi dopo, ci siamo dovuti trasferire vicino a Roma, in un altro posto, che andava ugualmente bene ma che non era lo stesso. Triscina, comunque, mi è rimasta nel cuore. Io ho questa tendenza di costruire storie in continuazione, una dopo l’altra: alcune resistono, altre me le dimentico. Questa, invece, è rimasta. E una storia ambientata a Trascina mi sembrava molto interessante».
Perché?
«Perché intorno c’è tutta la classicità greca: dai Templi di Agrigento al Satiro Danzante di Mazara del Vallo. E in questa zona, che è sempre stata sconvolta dall’abusivismo edilizio, dagli anni Sessanta agli anni Settanta fino a oggi, senti quasi che sotto quella sabbia ci sia altro: qualcosa di più antico, un’energia che mi sembrava di avvertire abbastanza chiaramente. E poi quel posto, quello che avevo scelto per le riprese di Anna, era abbandonato: i siciliani ci vanno solo d’estate, non ci vivono tutto l’anno. Sembra custodire le rovine di un’altra epoca. E quindi mi sono detto: voglio raccontare la storia di qualcuno che vive qui, che vive da solo e che ha un grande segreto».
Ti era già capitata un’esperienza simile?
«È stato un po’ come quando ho scritto Io non ho paura, con questi ragazzini che scoprono qualcosa che non conoscevano. In questo caso, però, è stato diverso perché ho voluto raccontare qualcuno che è nato e cresciuto con il mostro. E crescere e nascere con il mostro significa che alla fine il mostro non è più mostro: diventa famiglia, diventa parte della tua quotidianità. Per questo, a quel punto, ho scelto un mostro mitologico».
Che storie sono quelle della mitologia?
«Spesso si tratta di storie tristi, fatte di abbandono e soprusi. Medusa, in fondo, è una povera ragazza che viene punita da Atena perché troppo bella e perché colpevole, secondo la stessa Atena, di aver risvegliato gli interessi di Poseidone. E attenzione: non viene punito lui, viene punita lei. Mi è sembrata una storia non così lontana da quello che sentiamo ogni giorno, di donne accusate di aver scatenato la violenza su di loro: una cosa inaccettabile ma comunque antichissima. Era la tragicità di questo personaggio, di questo mostro, che mi sembrava interessante. E insieme alla tragicità, mi ha colpito il suo dono, la sua maledizione anzi, di trasformare gli altri in pietra».
Mi pare che questo sia un libro che parla anche del potere delle storie. E infatti Nilo comincia a vedere il mondo attraverso la sua storia, attraverso quello che conosce, adattandola a ciò che prova e alle persone che incontra.
«Il mito permane nella vita di Nilo perché la sua famiglia ne è custode, e vive in un mondo fatto di storie: la madre legge Ovidio e Omero; li tiene sul comodino, è sempre pronta a consultarli. Parliamo di un mondo ricchissimo, che in qualche modo ci può aiutare a raccontare tutto il resto, a interpretare l’interpretabile. Ogni eroe, ogni dio e ogni semidio sono legati al fato e al destino; e questo aspetto, secondo me, è la chiave, alla fine, per tutto ciò che viene raccontato. Nel mito troviamo i meccanismi essenziali per la scrittura di qualunque storia. Penso alla mia o penso anche ai supereroi, a cui facevi riferimento tu prima».
Prima mi parlavi di Anna. Ci sono altri punti in comune con Il custode?
«Credo che tanti dei personaggi che ho raccontato finiscano per rappresentare un momento diverso dell’adolescenza. Ci sono molti ragazzini nelle mie storie; si sono alternati uno dopo l’altro. Anna racconta la storia di una ragazzina troppo piccola per diventare madre, ma che deve imparare comunque a prendersi cura di suo fratello perché non vuole condannarlo al suo stesso destino. In quel caso, c’è come una presa di coscienza di maternità. Ci sono tanti esempi di bambini e bambine che diventano genitori per i loro fratelli o addirittura per altri bambini più piccoli. In Anna, il personaggio, ho ritrovato questo aspetto: l’energia e la memoria che sua madre le aveva instillato, raccontandole il mondo che c’era prima dell’apocalisse. E secondo me è uno degli aspetti più interessanti».

E invece ne Il custode?
«Qui c’è una situazione di stasi, un po’ come se i protagonisti fossero stati addormentati dal mito e Nilo vivesse in una sorta di esilio – un esilio di sentimenti e di possibilità. Le regole della casa sono così stringenti che è impossibile immaginare altro. Quello che è fondamentale per la famiglia è più importante di tutto il resto. Nilo, però, comincia a sentire la forza del desiderio, che è diversa rispetto alla forza dell’amore. E quel desiderio si mischia alla possibilità di essere finalmente libero. C’è uno scontro enorme tra l’appartenenza alla famiglia e la spinta del desiderio. E poi c’è un altro aspetto».
Quale?
«Se in Ti prendo e ti porto via il protagonista si deve confrontare con la società dei suoi coetanei a scuola, con il suo ruolo e con l’essere giudicato per avere un padre che non è ricco, ne Il custode tutto quello che è contorno viene dimenticato. La vera esplosione arriva quando il protagonista si innamora, quando pensa che la persona di cui si è innamorato sia fondamentale per lui e che la sua felicità sia fortemente condizionata dalla felicità di questa stessa persona».
Di che tipo di esplosione stiamo parlando?
«Una sconvolgente, che mette qualunque cosa in discussione: la famiglia si trasforma in un peso, e grazie alle energie tipiche dell’adolescenza Nilo può immaginare un altro futuro, di partire e andare lontano, di diventare qualcun altro. Quando però riceve un rifiuto, sente un dolore profondo, fisico, che ha più a che fare con il corpo che con i sentimenti».
L’adolescenza, insomma, diventa un momento definente. Perché da adolescenti dobbiamo decidere chi essere. È stato così anche per te?
«La mia adolescenza è stata molto lunga. Così come è stata molto lunga la mia infanzia. Io consideravo le medie in un modo estremamente infantile, in cui le regole e i desideri erano sempre gli stessi: mi concentravo su di me, sullo skate e sui miei animali. Solo quando sono andato al liceo c’è stato un confronto con gli altri. E io dovevo collocarmi in questo mondo. Visto che sono nato quasi sessant’anni fa, non parlavo con nessuno delle mie emozioni: erano cose che tenevo per me e basta. Dopo i primi fallimenti, l’adolescenza è stato un periodo di grande divertimento. A un certo punto, con le prime fidanzate, ho sentito di essere entrato nel gruppo e di appartenere a qualcosa».
E poi?
«Quando ho dovuto prendere le prime decisioni veramente importanti, come che cosa fare per il resto della mia vita, mi sentivo ancora un adolescente. Durante l’università vivevo con i miei genitori, e facevo fatica a capire che prima o poi sarei stato libero e responsabile, e che le mie scelte sarebbero state solo mie, né giuste o sbagliate, da non considerare rispetto a quello che pensavano mio padre e mia madre. E quindi, dopo quella gioia iniziale, è arrivato un periodo di grande cupezza, in cui ho affinato le arti del piacere personale: la lettura di romanzi e fumetti, la visione di film, la cura dei miei acquari e dei miei animali. Sono diventato molto solitario, e questa storia non sembrava destinata a finire bene: che cosa avrei potuto fare dopo la laurea?»
A quel punto che cos’è successo?
«A quel punto, come a volte succede nella vita, è arrivato il culo e qualcuno si è accorto di me. Mi ha chiesto se per caso stessi scrivendo un libro, e io avevo appena cominciato a scriverne uno, senza avere nessuna velleità di fare lo scrittore o di volerlo pubblicare. Però gli ho risposto di sì, e lui mi ha chiesto di leggerlo e poi mi ha detto che se lo avessi finito lo avrebbe pubblicato, e da lì ho capito che poteva esistere qualcuno interessato a me».
Prima non ti era mai capitato di pensarlo?
«Fino a quel momento non avevo mai avuto questa sensazione; ero simpatico e divertente ma in dinamiche che appartenevano ancora all’adolescenza».

Ultimamente il mostruoso sta vivendo una nuova vita. Al cinema, per esempio, ci sono stati Nosferatu di Robert Eggers, Frankenstein di Guillermo Del Toro e La sposa! di Maggie Gyllenhaal. Per te che cos’è il mostruoso? Come pensi che sia cambiato nella coscienza collettiva?
«Io penso che il mostro, inteso come monstrum, come qualcosa che si mostra, che è diverso, che non viene compreso, sia il personaggio che fa suscitare più empatia nel lettore o nello spettatore. Personalmente ho sempre sentito una profonda vicinanza nei suoi confronti. Il mostro ha delle caratteristiche precise. C’è un racconto di Buzzati, bellissimo, in cui viene scoperto un drago enorme e tutta la corte, con i cavalieri, decide di partire per scovarlo. Hanno paura che possa ucciderli. Quando entrano nella caverna, scoprono che il mostro si sta prendendo dei suoi figli. E c’è un passaggio in cui viene descritto meravigliosamente l’affetto che il drago nutre nei confronti dei suoi cuccioli. Ciò nonostante, i cavalieri li sterminano. E alla fine uno si chiede: chi era il vero mostro, il drago o i cavalieri?»
Te lo chiedo anche io.
«Il mostro ha sempre rappresentato un’occasione per scoprire personaggi nascosti, che vengono presi in giro. È un punto d’accesso ad altri mondi. Penso, e non so se tu te lo ricordi, a L’insolito caso di Mr. Hire, tratto da un romanzo di Simenon, dove c’è quest’uomo che si innamora e che alla fine viene solo sfruttato. Il mostro mi è sempre stato simpatico, non l’ho mai visto come nemico, e l’ho sempre tenuto presente. Anche se ne ho scritto poco».
Il mostro, ne Il custode, è la quintessenza della vittima.
«Esattamente, perché poi il vero mostro è Nilo».
Qualche tempo fa mi hai detto che la scrittura per te resta qualcosa di estremamente faticoso, da cui non si riesce mai a staccare davvero. È sempre così o è cambiato qualcosa?
«È sempre così. Questo libro è un po’ un’eccezione, perché ha avuto una genesi felice. All’inizio si trattava di un’idea per il cinema. Viste le premesse difficili e quanto è diventato complicato fare un film con questi temi in Italia, ha trovato un’altra forma. Era una storia orfana, e io ho provato a darle una vita differente con un libro. E questo è successo mentre stavo scrivendo un altro romanzo: un romanzo che ormai va avanti da diversi anni, molto grande, che mi richiede tante energie e che prima o poi spero di riuscire a finire. Stavo attraversando un periodo difficile. Così ho messo da parte quest’altro libro, che mi faceva stare male, e mi sono concentrato sulla storia di Nilo. E in un certo senso mi è stata di grande aiuto. L’ho scritta con una grande libertà e una grande gioia. È stato quasi naturale».
La scrittura alimenta la scrittura?
«Il problema non riguarda la capacità o l’incapacità di scrivere in senso assoluto. Il problema riguarda una particolare storia, e infatti appena posso scriverne un’altra lo faccio con energia. Si tratta di una serie di ingredienti che hanno a che fare con la tua vita e con la creatività. Appena si creano delle coincidenze precise, tu non devi fare altro che inseguire quello che vuoi raccontare. Quando invece la storia non funziona e tu non sei contento e non sei in un periodo positivo, scrivere diventa faticosissimo. Devi spostare mattoni, non piume. E con quei mattoni devi costruire un grattacielo tutto da solo».
Credi di essere diventato lo scrittore che speravi di diventare quando hai cominciato a scrivere?
«Onestamente sono contento del mio percorso, e sono contento perché la mia è una storia di enorme libertà ed è una grande fortuna. Per carità, ho dovuto conquistarmela, ma sento di poter fare quello che voglio. Quando ho lavorato in tv, con le mie serie, l’ho fatto perché mi è stata concessa la possibilità di svilupparle come se fossero quasi dei libri. È stato bello adattarsi alle varie esigenze che nascevano sul set, e cambiare a seconda di quello che la produzione ti offriva».
E nei libri?
«Nei miei libri sono sempre stato libero, non ho mai dovuto parlarne con qualcuno. Non tutti, in questo momento, possono godere degli stessi privilegi. Nel cinema, le maglie si stanno stringendo sempre di più e i registi spesso vengono considerati come dei capireparto: nei progetti finisce per sentirsi poco l’aspetto autoriale. Nei libri, l’autorialità è importante. Per carità: ci sono dei libri che vengono fatti perché un certo genere funziona e vende molto bene, ma io continuo a credere che tutti i grandi scrittori italiani siano innanzitutto autori».

L’horror viene usato come chiave di lettura della contemporaneità. Chiaramente dipende dal paese e dallo scrittore. Ne Il custode l’horror si trasforma in una scusa per raccontare la famiglia?
«Sì, in questo caso è così. Per un periodo ho pensato di scrivere la storia di una famiglia di cannibali: quando il padre diventa troppo vecchio per procacciare il cibo tocca ai figli andare in giro e uccidere le persone. L’horror racconta quelle dinamiche che spesso hanno a che fare con il nocciolo più duro della famiglia. Chi nasce in una famiglia accetta silenziosamente un patto. Cresci costretto in un acquario, e in quell'acquario ci sono delle regole da seguire. Uscirne è difficile, e quando ci provi sei improvvisamente consapevole che l’acqua in cui nuotavi non è l’acqua del mare, ma l’acqua contenuta in un cubo di vetro. Nella famiglia si possono sviluppare delle storie horror bellissime. Quando Stephen King racconta Pet Sematary, in fondo racconta la storia di una famiglia che viene condannata a vivere in una casa che sorge su un cimitero indiano, un cimitero dove quello che viene sepolto ritorna in vita come zombie».
Un’altra cosa che fai ne Il custode è ribaltare qualunque luogo comune e trasformare la Sicilia nel mondo intero. Di solito, invece, sembra quasi che ci si accontenti e che ci si limiti a seguire il genere per quello che è, senza provare a decostruirlo o a modificarlo.
«Secondo me questo libro non è horror e non andrebbe nemmeno chiamato horror. Questo è un libro che parla della fatica di crescere e di accettare che l’amore non è una costrizione. Nilo, alla fine, è talmente innamorato di questa donna che prova in tutti i modi a trattenerla. Il suo è un amore ossessivo e ossessionato, terribile e ingiustificabile. Ed è un primo amore, quindi è ancora più difficile accettare un rifiuto».
Ti piacerebbe scrivere un altro libro con questi stessi personaggi?
«No, no. Avevo l’intenzione di fare tre storie, ognuna legata a un mostro mitologico; una doveva essere con Cerbero. Alla fine però ho trovato una sintesi, e non ha alcun senso scrivere altre storie. Rischierei di dare meno peso a Il custode. Non avevo in mente una serie di racconti come Fango. Volevo scrivere una storia che andasse a toccare aspetti dell’adolescenza che non avevo mai toccato prima».
Ogni momento è un buon momento per scrivere?
«Non c’è sempre lo scatto giusto per scrivere; c’è solo quando comincio a sentire che le mie giornate diventano vuote e il mio senso di colpa cresce. Perché io starei molto bene a non scrivere, purtroppo però sono un uomo dotato di senso di colpa, ed è quello che mi muove nella vita. E quando il senso di colpa è particolarmente forte, mi rimetto a lavorare. Appena finisco un libro, appena lo chiudo, mi sento soddisfatto e libero. Però è una liberazione momentanea, finta, che può tornare a essere colpa. E prima di arrivare a un regime in cui sono felice di quello che scrivo, c’è tutto un grande dolore da affrontare, come se avessi perso i denti per masticare. Per fortuna poi torno a mordere, e ogni cosa ritrova il suo senso».
Così, però, non sembra mai esserci una vera felicità.
«E infatti, secondo me, non c’è. Almeno io non sono un uomo particolarmente felice. Sono soddisfatto per quello che ho fatto, per dove mi trovo. Però diciamo che la sensazione di libertà che ho provato in alcuni periodi della mia vita, quando ho capito di voler fare lo scrittore, quando giravo, conoscevo persone e pensavo che gli incontri fossero occasioni di arricchimento, non c’è più. E quindi ora vivo in questo vagare senza fine della mia creatività».

Grafica di Manuel Bruno. Foto di Greta de Lazzaris. Il custode è il nuovo romanzo di Niccolò Ammaniti, pubblicato da Einaudi. Per saperne di più, visita il sito ufficiale.