di Gianmaria Tammaro
Dalla decisione di mettere in scena la storia di Enzo Tortora in Portobello, la sua nuova serie tv distribuita da HBO Max, all’amore profondo per il teatro. Dalla politica degli autori e del cinema all’importanza delle scelte che si prendono. E poi l’esperienza fondamentale di Marx può aspettare, la forza drammaturgica di Sbatti il mostro in prima pagina e la ricerca costante del sorriso: non come strumento derisorio ma come prospettiva privilegiata da cui osservare, e raccontare, il mondo. L'intervista.

Quando parla di Portobello, la serie che ha diretto e co-scritto per HBO Max, Marco Bellocchio parla di incubi e sogni a occhi aperti, e poi parla di Enzo Tortora, della tragedia che ha dovuto affrontare e della teatralità con cui ha deciso di mettere in scena la sua storia. Ha scelto Fabrizio Gifuni per il ruolo del protagonista e si è circondato di attori straordinari, tutti in grado di fare la differenza anche se solo per una manciata di scene. Portobello è l’ennesima dimostrazione della capacità di Bellocchio di cambiare. Negli ultimi cinque anni, ha lavorato a progetti come Il traditore, Esterno notte e Rapito. Prossimamente sarà impegnato con Falcon, film su Sergio Marchionne.
Prendersi del tempo per riflettere su una storia, dice Bellocchio, è diventato fondamentale. Perché così può andare oltre e trovare la giusta prospettiva da cui osservare le cose. Portobello è una miniserie lineare. Con un inizio e una fine facilmente individuabili. Eppure riesce a essere anche estremamente innovativa. Perché sperimenta, si affida al ritmo delle parole, degli sguardi e dei gesti. Perché usa gli studi televisivi e le aule di tribunale come degli enormi teatri. Parla di giustizia e di onestà, e di politica e di opinione pubblica. Non è uno spartiacque nella carriera di Bellocchio, ma rappresenta qualcosa di preciso: la sua visione come autore.

Perché ha scelto di raccontare proprio la storia di Tortora? Ci sono stati un’immagine, un ricordo o una frase particolare da cui è partito?
«Temevo che lei mi facesse questa domanda: me l’hanno già fatta tantissime altre volte, almeno cinquanta persone... Scusi, sa, se glielo dico. È una cosa che capisco, per carità. Il giornalista cerca sempre di indagare il perché delle cose. Poi è il bravo critico che prende questo perché e lo elabora. Personalmente non voglio darle una risposta diversa, anche perché non avrebbe senso. Però voglio provare a usare parole diverse. Ho letto un po’ di articoli che sono stati scritti e che sono già usciti».
E che cosa ha notato?
«Effettivamente, sono stato attratto dalla storia di questo uomo tutto sommato normale nella sua eccezionalità: Tortora era ricco, celebre e capace di intrattenere un pubblico immenso, ma rimaneva comunque sé stesso. In particolare sono stato attratto dall’incubo che lo ha investito: prima c’è stato lo stupore, e subito dopo è arrivata questa angoscia senza fine».
E perché l’ha incuriosita proprio questo incubo?
«Quando ci svegliamo, magari molto spaventati, gli incubi sono finiti. Nel caso di Tortora no. Nel caso di Tortora, l’incubo è andato avanti per anni interi. Se non sbaglio, la sorella di Tortora disse che aveva gli occhi sbarrati. Come nel cinema espressionista, no? O come nei fumetti o nella pittura. Uno stupore puro e genuino. Poi, poco alla volta, Tortora si è reso conto che era la realtà. Ed è una cosa che può succedere a tutti noi».
In che senso?
«Quando ci succede qualcosa, come una disgrazia, abbiamo bisogno di tempo – anche di poco tempo, per carità – per capire dove ci troviamo e che quella cosa sta accadendo proprio a noi. Mi ricordo quando, qualche anno fa, ebbi un incidente. Non persi mai coscienza, ma solo quando la macchina si fermò del tutto mi resi conto della situazione».
Subito dopo l’incubo, anzi subito dopo la realizzazione dell’incubo, che cosa c’è?
«La risalita. La resistenza. Il tentativo di organizzare le difese. Contare gli amici, coloro che ti possono aiutare. Ed è questo movimento – stupore, realizzazione dell’incubo, risalita – che mi interessava raccontare con Portobello».

A Rolling Stone ha detto, e la cito, «faccio sempre più fatica nell’identificare il ruolo del cattivo». Qui in Portobello, però, mi pare che ci sia un cattivo. O almeno: una parte meno positiva, contrapposta a Tortora. Dai giudici ai giornalisti. A un certo punto nella serie, vediamo addirittura una tavolata piena di cronisti festanti per la condanna di Tortora.
«Quella è storia, e volevo che ci fosse. Ora non ricordo in quale libro l’ho letto, ma era evidente un sentimento di rivalsa. Le persone riunite in quella cena non erano i giornalisti di primo piano, come un Feltri o un Bocca. Erano, per utilizzare le parole di un personaggio della serie, “degli umili cronisti”: la prima fila, sì, ma una prima fila anonima; una prima fila fortemente invidiosa di Tortora».
E i giudici, invece?
«Anche in questo caso, a parte la sgradevolezza di alcuni e fatta eccezione per Morello (interpretato da Salvatore D’Onofrio, ndr), che è stato un po’ il salvatore di Tortora, volevo sottolineare una dimensione di profonda cecità ma non di cattiveria. È chiaro che i giudici avevano una responsabilità importante: molti fecero finta di non vedere quello che poi vide Morello, e cioè la falsità delle accuse e gli errori che erano stati commessi. Ma si potrebbe pensare che in loro ci fosse anche altro».
Cosa?
«Un senso di protagonismo, innanzitutto. E poi la chiara volontà di cercare un riscatto quasi nazionale. La camorra non poteva essere così padrona di certe situazioni; andava contrastata anche in quel caso. E quindi hanno finito per non vedere, o per far finta di non vedere, l’innocenza di Enzo Tortora. Però non volevo rappresentarli come i cattivi che provano quasi piacere nel fare del male agli altri, no. Non credo che fosse l’intenzione dei giudici».
Chi aveva quest’intenzione, allora?
«Molto probabilmente Giovanni Pandico (interpretato da Lino Musella, ndr), che agiva per i suoi interessi e anche perché aveva una visione distorta, patologicamente schizofrenica e delirante, di Tortora. In altri pentiti c’era soprattutto una convenienza. Che, intendiamoci, non coincideva con una diminuzione della pena, ma con una serie di concessioni materiali che potevano alleggerire la pena. Per confessare, pretendevano alcune comodità che a un carcerato non vengono date».
In Portobello torna la coppia Fabrizio Gifuni-Romana Maggiora Vergano: Gifuni interpreta Enzo Tortora, mentre Maggiora Vergano interpreta Francesca Scopelliti. Li avevamo già visti, l’anno scorso, ne Il tempo che ci vuole, il film di Francesca Comencini che lei ha prodotto. In quel caso, interpretavano un padre e sua figlia. Qui, invece, sono amanti. Quando li ha scelti, non aveva paura di una sovrapposizione nella mente degli spettatori?
«Sì, è una cosa su cui ho riflettuto. Però non è mai stato un vero problema. Lo sarebbe stato se anche il film di Comencini si fosse occupato di Enzo Tortora. Ma in questo caso parliamo di due storie differenti, con ruoli differenti. E poi Fabrizio e Romana hanno immediatamente trovato un’altra direzione. Non penso che sia stato difficile per il pubblico distinguere le due situazioni. Ci troviamo in due contesti diversi, con due storie che seguono due percorsi quasi opposti: ne Il tempo che ci vuole abbiamo un padre famoso, che indaga sulla sua identità di regista, e sua figlia, che deve affrontare la sua dipendenza; in Portobello, invece, abbiamo due persone che si amano e che hanno due destini diversi. Io ho finito quasi per dimenticarmi di questa sovrapposizione, anche se ho amato molto, e ho sostenuto, il film di Francesca».

In Portobello ci sono diverse maschere: da una parte, per esempio, c’è quella puramente farsesca, quasi mostruosa, di Pulcinella e dall’altra quella televisiva, da personaggio dello spettacolo, di Tortora. Che peso hanno avuto all’interno del racconto?
«Non dimentichiamo poi che il padre di Tortora era napoletano, e la maschera di Pulcinella è tornata più volte nella sua carriera. Parliamo di una maschera estremamente contraddittoria: allegra ma pure mortuaria. Tortora, a un certo punto, dice che i giudici sono come Pulcinella, sottintendendo una completa mancanza di principi. L’utilizzo della maschera di Pulcinella ribadisce una cosa molto importante per me, e cioè il legame con il teatro».
È una cosa che le piace, il teatro?
«Quello che ho per il teatro è un amore che ho vissuto quasi sempre, a parte per un paio di occasioni, in modo indiretto, con un’ammirazione e un coinvolgimento profondo, senza però sperimentarlo davvero. Il teatro, con il palcoscenico, è una situazione che mi attira molto. Anche in Portobello, come ne Il traditore dove il tribunale di Palermo diventava il grande teatro, le aule si trasformano, assumendo un ruolo diverso e più ampio. Lo stesso programma di Tortora era teatro: teatro che andava in onda in televisione, certo, ma sempre teatro».
E che differenza c’è tra questi due teatri?
«Una sostanziale direi, di cui all’inizio non si rende conto nemmeno il Tortora di Gifuni. Pensiamo alla scena con Gianni Melluso (interpretato da Giovanni Buselli, ndr), che riesce a metterlo in difficoltà. È un altro tipo di teatro, quello del tribunale: uno in cui la falsità e le bugie sono persino leciti, e l’imputato può mentire. L’immagine della maschera è qualcosa di attinente a questo racconto. Ovviamente usata sia in senso simbolico, quasi onirico, sia in senso più diretto e pratico. Lo stesso Tortora, durante la trasmissione, si maschera da Pulcinella. Noi poi abbiamo intrecciato quel momento alla reazione di Pandico che, guardandolo, lo prende in giro».
Portobello mi sembra una sua dichiarazione d’affetto nei confronti degli attori.
«C’è una messa in scena costante, è vero. Tortora interpreta un ruolo quando va in onda, e interpretano un ruolo gli avvocati e i pubblici ministeri in tribunale. Resiste, però, anche una differenza con gli altri personaggi: la sorella di Tortora, per esempio, non interpreta nessun ruolo; rimane sempre dietro le quinte. Pandico in qualche modo spera di poter essere attore, e riesce a esserlo proprio durante il processo. I giudici cambiano registro a seconda della situazione: se ci sono le telecamere o se non ci sono; alcuni sono più lenti e discreti, calati nel loro compito; altri cercano quasi di venire avanti, di farsi notare. Il pubblico ministero, in particolare, tende molto alla teatralità».
Secondo lei, questa serie e Sbatti il mostro in prima pagina hanno qualcosa in comune?
«In qualche modo sì, però la storia di Sbatti il mostro in prima pagina è decisamente meno ironica in alcuni passaggi. Qui è diverso; qui, come ha scritto Michele Serra, la tragedia italiana viene inquadrata all’interno della commedia. In Sbatti il mostro in prima pagina, rispetto a Portobello e anche a Il traditore, c’è un’incriminazione brutale, con un povero giornalista che si oppone appellandosi a un principio di coscienza e che poi viene cacciato dal personaggio di Volonté. C’era il buono, in Sbatti il mostro in prima pagina. L’onesto. Il personaggio che cerca di scoprire la verità confrontandosi con i malvagi».

Qui, invece?
«C’è un lavoro più elaborato. Sbatti il mostro in prima pagina era un film quasi all’americana, con una coscienza che viene schiacciata e soffocata dal male. La brutalità e la schematicità della storia, che sono state anche apprezzate, dipendevano molto dalla mia mancanza di preparazione. (ride, ndr) Oggi mi rendo conto che le cose che mi piacciono di più, quelle di cui sono più convinto, sono le cose che ho potuto studiare, per cui mi sono ritagliato del tempo e su cui ho riflettuto a lungo. E la serie, per sua stessa natura, è molto complessa, sia produttivamente che creativamente. Abbiamo scritto, riscritto, corretto; ne ho parlato con Fabrizio. In me nasce spesso un lato più comico, soprattutto quando ho la possibilità di pensare».
Che tipo di comicità è?
«Una comicità non derisoria, attenzione. Ma una comicità legata a una capacità di vedere le persone in un modo diverso, in un modo capace di far spuntare un sorriso. E il sorriso è una cosa che mi lega molto alla mia vita, al mio passato».
In che modo?
«Adesso che ne parlo con lei, mi viene in mente L’ora di religione - Il sorriso di mia madre. Mi ricordo che cercavo di instillarne uno in Sergio (Castellitto, ndr) con qualche fatica. Però questo sorriso è una cosa che torna, che torna anche spesso, con continuità. Senza però voler infierire su nessuno. È un sorriso naturale».
Ci sono state alcune polemiche durante l’ultima edizione del Festival di Berlino, specie per le parole di Wim Wenders, nominato presidente di giuria, che ha detto che i film possono cambiare il mondo, ma non in modo politico. Secondo lei, esiste una politica dell’autore e, di conseguenza, una politica del cinema?
«Credo che ci sia sempre un certo equivoco. Voglio dire: noi ci rifacciamo a vecchissimi slogan, il privato è politico e cose così. Ed è vero, se vogliamo. Ma questi slogan risalgono a un’altra epoca. Allora c’era uno scenario dove la politica coinvolgeva maggiormente le persone. Diciamo che si aspirava alla grande utopia, alla possibilità di cambiare la società borghese alle sue radici. Per me è stato qualcosa di affascinante, ma non l’ho mai preso sul serio. Non ho mai abbracciato la scientificità della politica, come facevano i marxisti, che credevano nell’ineluttabilità della vittoria del socialismo».
Lei che cosa cercava?
«Un senso delle cose più religioso. Non mi piaceva la società nella quale vivevo. È evidente che ancora oggi, nel mondo, ci sono dei veri e propri regimi, delle teocrazie che pensano di poter utilizzare la religione per governare. Ma anche la definizione cinese del comunismo capitalista non ha molto senso. In ciascuno di noi risiede un’idea di politica. Personalmente mi capita di vivere delle situazioni prendendo delle scelte precise. E le scelte tendono a essere politiche».

In che modo?
«Quando si privilegiano certe direzioni rispetto ad altre, si fa una scelta sostanzialmente politica. Sono completamente in disaccordo con la visione di Donald Trump, ed è chiaro che rispetto a lui mi trovo da un’altra parte. E lo stesso vale per la spietatezza dittatoriale di Putin».
Che cos’è che non accetta?
«Io sono contro la dittatura dei padri. È una cosa che mi ha sempre dato fastidio. Il comando assoluto in nome di cosa, esattamente? In nome di un altro potere, di una nazione, di un’idea di paese? Sono cose che non mi piaceranno finché sarò vivo. E quindi, in qualche modo, senza scendere in piazza e senza imporre la mia visione, le mie scelte seguono una politica. E sono, perciò, in opposizione».
Quanto è importante, per lei, continuare a divertirsi facendo questo mestiere?
«Diciamo che si tratta di un divertimento faticoso. (ride, ndr) Ogni film è un’elaborazione lenta e continua. E come le dicevo prima, il tempo per me è prezioso. Spesso mi capita di dover cambiare i piani per un film, perché non sono arrivati i finanziamenti o non sono stati chiusi degli accordi. E allora si posticipa: dalla primavera si passa all’autunno. Però devo dire che questi cambiamenti finiscono per giovarmi. Faccio sempre un esempio».
Quale?
«Quello di Marx può aspettare, uno dei film più piccoli, forse, della mia carriera, ma che ha richiesto una lavorazione lunghissima, di almeno cinque anni. Ecco, senza questi anni di lavoro, in cui ci siamo fermati, siamo partiti e ci siamo rifermati ancora, non avrei fatto il film che ho fatto. Questi anni hanno indubbiamente giovato alla forma finale. Ci sono altri registi che fanno film in continuazione. Pensi ai casi più famosi di Fassbinder e Godard. E va bene anche quello».
Qual è, allora, la cosa più importante?
«Il tempo. Il tempo è tutto»
Portobello è la nuova serie di Marco Bellocchio, scritta con Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore. Disponibile su HBO Max, è stata prodotta da Our Films e Kavac Film in collaborazione con Arte France, Rai Fiction e The Apartment Pictures (società del gruppo Fremantle). Nel cast: Fabrizio Gifuni, che interpreta Enzo Tortora, Lino Musella, Barbora Bobulova, Romana Maggiora Vergano, Federica Fracassi, Carlotta Gamba, Giada Fortini, Irene Maiorino, Giovanni Buselli, Davide Mancini, Paolo Pierobon, Gianluca Gobbi, Fausto Russo Alesi, Massimiliano Rossi, Pier Giorgio Bellocchio, Alessio Praticò, Alma Noce, Salvatore D’Onofrio, Francesco Russo, Gennaro Apicella, Luciano Giugliano, Alessandro Fella, Antonia Truppo e Gianmaria Martini, con Gianfranco Gallo, Tommaso Ragno, Valeria Marini, Francesca Benedetti e Alessandro Preziosi. Foto di Anna Camerlingo.