di Gianmaria Tammaro
L’opera prima di Maïlys Vallade e Liane-Cho Han, tratta da Metafisica dei tubi di Amélie Nothomb e al cinema dal 1° gennaio con Lucky Red, è un film meraviglioso, che sfrutta al massimo le potenzialità dell’animazione e che riesce a raccontare la storia di una bambina che vive in Giappone con la sua famiglia senza cedere al qualunquismo e ai luoghi comuni. L’approfondimento.

Parto dalla fine e cioè da una considerazione su La piccola Amélie, il film, preso nella sua interezza: è un capolavoro. E lo è per tanti motivi diversi, di alcuni parlerò anche nel corso di questo articolo; ma è un capolavoro soprattutto per una qualità intrinseca e allo stesso tempo evidente del lavoro che è stato fatto. La piccola Amélie, al cinema dal 1° gennaio con Lucky Red, è il primo lungometraggio animato che Maïlys Vallade e Liane-Cho Han hanno diretto. È tratto da un libro, Metafisica dei tubi di Amélie Nothomb, in Italia pubblicato da Voland. Liane-Cho Han lo ha letto quando aveva poco più di 19 anni. E poi, mentre lavoravano a Calamity, il film di Rémi Chayé, ha regalato una copia a Maïlys Vallade. La decisione di contattare Amélie Nothomb è stata improvvisa: Liane-Cho Han ha scritto una mail allegando alcuni bozzetti, e dopo un po’ ha ricevuto una risposta dall’editore francese del libro. Da lì, le cose sono andate piuttosto velocemente: è stata sviluppata una bibbia del film insieme a Eddine Noël e Mariette Ren ed è stato girato una sorta di pilota, proprio per restituire un’idea di quello che avevano in mente.
Per Maïlys Vallade e Liane-Cho Han, che hanno lavorato alla sceneggiatura con Aude Py e Eddine Noël, è sempre stata importante una cosa. E cioè dare una profondità precisa, palpabile e chiaramente percepibile alla coscienza della protagonista del loro film. Un po’ perché è lo stesso libro di Nothomb a farlo e un po’ perché, nella loro visione, era fondamentale avere una voce narrante consapevole, pronta ad accompagnare lo spettatore dall’inizio alla fine e quindi già a conoscenza di quello che, poi, sarebbe successo. Visivamente La piccola Amélie è meraviglioso. Lo stile ricorda i film di Chayé e per Maïlys Vallade e Liane-Cho Han è stato un modo per trovare una certa continuità anche dal punto di vista produttivo. Qui, però, la luce gioca un ruolo ancora più importante. Così come giocano un ruolo centrale i colori, tendenti al pastello, e le intuizioni registiche.
La piccola Amélie racconta sostanzialmente la storia di una bambina: dalla sua nascita al momento in cui compie tre anni. E poi racconta la storia della sua famiglia, il Giappone, dove vive con i genitori e con i fratelli; il rapporto con la nonna paterna e quello con Nishio-san, la governante che si prende cura di lei. Amélie è una bambina estremamente vivace e intelligente. Dopo quasi due anni passati in un’apatia profonda, impara rapidamente a camminare e a parlare; si interessa al mondo e alle cose del mondo; fa domande, si interroga, studia con attenzione quello che fanno gli altri e prova, in qualche modo, a partecipare. Odia quando gli adulti la trattano come una bambina. Lei è convinta di essere speciale. E il mondo intorno a lei, in qualche modo, sembra darle ragione. La piccola Amélie segue un andamento piuttosto lineare, con un inizio e una fine ben precisi. Ma la vera differenza la fa quello che succede tra questi due estremi narrativi: la fanno le scelte della regia di non girare intorno alle cose e a i concetti, la fa la schiettezza con cui certi argomenti, come la morte, vengono trattati; la fanno lo stile dell’animazione e il design dei personaggi, con queste sagome fatte di colori, senza linee o contorni, dove le tonalità più chiare si affiancano a quelle più scure, toccandosi e, solo in alcuni casi, sovrapponendosi. La fa, soprattutto, l’intensità della storia.

Amélie è una bambina eccezionale. E la sua eccezionalità è la scusa ideale per infilarsi in situazioni diverse, per quanto brevi e prevedibili, e per indagare la realtà. Ci sono come due linee parallele che si seguono e che si affiancano costantemente. Una è il racconto che abbraccia l’immaginazione di Amélie, che si adatta ai suoi giochi e al modo in cui vede il mondo e le persone. L’altra, invece, è il racconto più concreto e credibile, quasi realistico, che cerca un qualche equilibrio tra necessità narrative e la crudezza della quotidianità. Per Amélie il Giappone è casa: non ha mai conosciuto il Belgio dei suoi genitori; non ha mai visto l’Europa. Il suo nome significa pioggia in giapponese, e una delle prime cose che impara a fare è scriverlo con i kanji. Stringendo un’amicizia profonda con la sua governante, trova una confidente e un’alleata. Se i suoi genitori sembrano non riconoscere – non subito, almeno – le sue necessità e se i suoi fratelli, per lei, sono troppo vivaci, Nishio-san, come sua nonna, la tratta da pari, ascoltandola e rispondendo al meglio delle sue capacità alle domande che le pone. E una delle scene più belle di tutto il film è proprio quella in cui Nishio-san racconta ad Amélie il suo passato, quando da piccolissima ha perso la sua famiglia per i bombardamenti della guerra.
La loro vicinanza, cioè la vicinanza tra una giapponese e una straniera, infastidisce la padrona di casa, convinta che sia tutta colpa degli europei se anche lei, durante la guerra, ha perso ogni cosa. Più volte, La piccola Amélie arriva a un passo dalla tragedia. E più volte c’è il modo per indietreggiare, per rallentare e per cambiare direzione. Il finale di questo film è estremamente delicato e commovente. Non ci sono né soluzioni facili né tantomeno una ricerca forsennata di una morale. La piccola Amélie è un film sincero, pieno di significati e di sfumature. Non è rivolto, come qualcuno potrebbe invece pensare, unicamente ai bambini. L’animazione, dopotutto, ha questa capacità di parlare a chiunque, di affrontare temi e livelli interpretativi diversi. E La piccola Amélie non fa eccezione. Anzi, è una riconferma.
Se questo film è un capolavoro, come dicevo all’inizio, è per l’equilibrio che, in appena un’ora e venti, riesce a raggiungere, per la chiarezza con cui ci presenta e ci fa conoscere il personaggio di Amélie; per questa fedeltà bruciante con cui rispetta tanto l’ambientazione del racconto quanti i personaggi che lo abitano. Amélie, a poco meno di tre anni, pensa di essere Dio. Poi, crescendo, si convince di essere la pioggia. Alla fine, capisce di essere sé stessa. E in questa scoperta, in questa enorme presa di coscienza, non c’è mai – mai, credetemi – una forzatura. La piccola Amélie è uno di quei film, sempre più rari da trovare, che riescono a catturarti con poco (in questo caso basta il prologo, così essenziale e brillante, con il voice over della protagonista) e che, in modo piuttosto rapido, ti abbracciano dolcemente con la loro evoluzione.

La piccola Amélie è costruita sulla potenza dell’animazione, sulla sua libertà: quello che Amélie immagina è quello che, spesso, finisce per vedere. A un certo punto, in una delle scene più belle di tutto il film, si mette a dare la caccia al mare e ai suoi suoni, imbottigliandoli in un barattolo di vetro che vuole regalare a Nishio-san. Indubbiamente, il film di Maïlys Vallade e Liane-Cho Han è anche un film sull’infanzia e sulla famiglia, su quello che significa, a volte, diventare adulti, su quanto sia difficile accettare il cambiamento e la rottura e sul viaggio incredibile della vita. Con i suoi sussulti, le sue deviazioni e i suoi problemi, per carità. Sempre, però, diversa. Usare la dimensione del gioco, della pura immaginazione, per affrontare argomenti attuali o comunque estremamente vicini alle persone non è una scorciatoia; è, al contrario, un modo intelligente per trovare un equilibrio tra gli estremi e per parlare a chiunque senza dover scendere a compromessi con le esigenze tecniche e produttive.
La piccola Amélie è un capolavoro perché riesce a lasciare un ricordo di sé indelebile e assoluto, un ricordo in cui le parole si uniscono alle immagini e viceversa. Maïlys Vallade e Liane-Cho Han hanno inserito, per loro stessa ammissione, citazioni e riferimenti al cinema dello Studio Ghibli, in particolare ai film di Isao Takahata e Hayao Miyazaki. Eppure hanno saputo trovare la loro strada e, cosa ancora più importante, la loro voce. Ecco, La piccola Amélie è un capolavoro anche per questo. Perché i suoi registi, alla loro prima opera, hanno raccontato esattamente la storia volevano raccontare, e non è poco. In un insieme di elementi differenti, ne La piccola Amélie è fondamentale pure la musica, composta da Mari Fukuhara, che si inserisce perfettamente tra gli strati del racconto, ispessendoli e rendendoli ancora più profondi e densi. Visivamente questo film è una sorpresa continua. Per il modo in cui i colori cercano i colori, le sagome si uniscono alle sagome, e per la gradualità con cui ci viene mostrato il mondo: dalla casa in cui Amélie vive con i genitori e i fratelli, piena di mobili, di libri e di oggetti, al giardino esterno, dove la luce riesce ad avvolgere ogni cosa, dando un’idea precisa di distanza. La piccola Amélie non è una favola, non insegue il lieto fine; è un film straordinario per la sua onestà e per la sua consapevolezza.

La piccola Amélie di Maïlys Vallade e Liane-Cho Han sarà al cinema dal 1° gennaio con Lucky Red. Per trovare la sala più vicina, consultate il sito ufficiale. Qui.