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intervista
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21.03.2026

Jack Thorne: Adolescence e Il signore delle mosche ci permettono di riflettere su noi stessi

di Gianmaria Tammaro

Il creatore della miniserie evento di Netflix e del nuovo adattamento del libro di William Golding, disponibile su Sky e NOW, parla del suo processo creativo, della responsabilità degli scrittori e di quanto sia importante porre domande e non dare tutte le risposte. E poi racconta la prima volta che ha letto Il signore delle mosche e perché è fondamentale indagare sull’adolescenza e sull’infanzia. L’intervista.

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Jack Thorne ha sempre voluto adattare per il piccolo schermo Il signore delle mosche di William Golding (in Italia pubblicato da Mondadori). Dice che è uno dei suoi libri preferiti: per quello che racconta, per il modo in cui lo racconta e, soprattutto, per i personaggi che contiene. In particolare, si è sempre rivisto nel personaggio di Simon. Quando gli chiedo della prima volta che ha letto Il signore delle mosche, mi parla della sua adolescenza e dell’importanza che ha avuto per lui riconoscersi nelle parole di un autore come Golding. Il signore delle mosche, la serie tv, è disponibile su Sky e su NOW. Dura quattro episodi, e anche questo, dice Thorne, è stato importante: proprio perché gli ha permesso di potersi soffermare sugli elementi che gli interessavano di più.

Non è la prima volta che Thorne lavora a una storia con protagonisti più giovani. Lo ha fatto anni fa con Skins, una delle serie che hanno riscritto il coming of age; lo ha fatto più recentemente con His dark materials, la serie tratta dai libri di Philip Pullman, e lo ha fatto pure per Adolescence, la serie di Netflix che ha creato con Stephen Graham. Poter lavorare con personaggi simili, spiega Thorne, permette di indagare sul nostro passato e su chi siamo, e soprattutto permette di interrogarci sulle decisioni che, nel corso della nostra vita, prendiamo. Non si tratta, dice, di dare una risposta: si tratta, al contrario, di fare domande e di lasciare che sia poi il pubblico a discuterne.

Ricordi la prima volta che hai letto Il signore delle mosche?
«Lo ricordo piuttosto chiaramente, e soprattutto ricordo l’impatto che il personaggio di Simon ha avuto su di me: mi è piaciuto subito».

Perché?
«Perché per la prima volta mi sono sentito visto da uno scrittore. Quando ero più giovane, assomigliavo molto a Simon: ero isolato e allo stesso tempo preso da tantissime idee e discussioni interiori. Quando ho letto Il signore delle mosche, sono stato felicissimo».

Il destino di Simon, però, non è positivo.
«Ricordo con chiarezza il momento in cui ho letto il passaggio sul corpo di Simon che viene trascinato dalla corrente».

E che cosa hai provato?
«Una desolazione enorme, che è rimasta con me fino a oggi».

Perché hai deciso di adattare per la televisione una storia a cui sei chiaramente molto legato?
«Esattamente per questo: perché ho amato, e amo ancora, il libro. L’ho riletto innumerevoli volte, ed è una storia che, ti ripeto, rimane con me, non va mai via. Ho già provato ad adattarlo per la televisione. Più o meno quindici anni fa, ne ho parlato con Channel4. Però non siamo riusciti a ottenere i diritti. Questa volta, invece, grazie alla persistenza di Joel Wilson e degli altri produttori esecutivi, ci siamo riusciti».

Che cosa ha fatto la differenza questa volta?
«Credo che sia stato il modo in cui abbiamo deciso di approcciare questa storia. Chi gestisce l’eredità di Golding si è fidato».

Pensi che il libro di Golding sia ancora rilevante e attuale?
«Secondo me è molto più rilevante oggi di quindici anni fa, quando ho provato ad adattarlo per la prima volta. Anzi, penso che sia più rilevante adesso di qualsiasi altro momento della mia vita. Golding parla di una cosa piuttosto specifica».

Quale?
«Il modo in cui i genitori finiscono per influenzare, positivamente e negativamente, i loro figli. E quindi il modo in cui l’odio viene tramandato di generazione in generazione. Golding ha scritto questa storia poco dopo la seconda guerra mondiale, quando si vedevano chiaramente gli effetti traumatici che aveva avuto sui bambini».

E ora?
«Ora l’odio è diventato la moneta di scambio principale. È diventato quasi un modo per dire chi siamo: non veniamo più identificati per le cose che amiamo, ma per quelle che odiamo. E non mi sembra il modo migliore, il modo più sano, in cui vivere la propria vita. E quindi, in un certo senso, sento che ci ritroviamo in una situazione simile a quella in cui Golding ha scritto il suo libro. La seconda guerra mondiale è un esempio estremo, ma credo che rischiamo di essere coinvolti in qualcosa di altrettanto terribile e barbarico se non stiamo attenti».

Pensi che Il signore delle mosche abbia qualcosa in comune con Adolescence?
«Sì, direi di sì. Hanno sicuramente diverse cose in comune, così come hanno diverse differenze».

Partiamo dalle cose in comune.
«Indubbiamente entrambe le serie parlano di odio, e del modo in cui quest’odio si insinua nella mente dei ragazzi e dei bambini e finisce per corromperli e per fare danni».

E per quanto riguarda le differenze, invece?
«Parliamo di due età differenti, anche se a separarle sono appena un paio di anni. E sono due anni fondamentali, in cui succede veramente di tutto se pensiamo al nostro modo di concepire e di comprendere il mondo. In Adolescence, parliamo, appunto, di un adolescente: dai tredici anni in su. Ne Il signore delle mosche, invece, parliamo di bambini che hanno al massimo una decina di anni. Sono due età così differenti che tracciare una linea comune, o comunque provare a tracciarne una, è veramente difficile. E poi c’è un’altra differenza, forse ancora più evidente: in Adolescence la tecnologia, con i social e i cellulari, gioca un ruolo fondamentale; ne Il signore delle mosche è totalmente assente».

Secondo te il format delle miniserie, ora come ora, è il format migliore per raccontare storie come questa?
«Penso che sia un modo bellissimo per raccontare una storia, però credo anche che il motivo del successo di questo format, almeno da un punto di vista artistico e produttivo, sia un altro».

Quale?
«Fino a pochi anni fa, il mercato e l’industria dei film indipendenti erano completamente scomparsi. Ora, paradossalmente, sta succedendo il contrario: è molto più difficile produrre una miniserie, ed è più facile produrre un film indipendente. Quindi è probabile che a breve le cose cambieranno nuovamente. Girare solo quattro episodi anziché otto significa doversi concentrare su una storia particolare, con le sue caratteristiche; girarne di più significa avere a che fare con una storia decisamente più vasta. Le persone, ora come ora, preferiscono storie del genere, ed è per questo che le miniserie hanno così tanto successo».

Uno scrittore che lavora a una storia come quella de Il signore delle mosche, con un significato così profondo sia dal punto di vista politico che sociale, deve convivere con un senso di responsabilità?
«Assolutamente sì. Ma penso anche che questo senso di responsabilità arrivi solo fino a un certo punto. Il mio compito non è quello di dare delle risposte, ma di porre delle domande – o comunque di aiutare il pubblico a farsele. Ogni volta che sono sul punto di dare una risposta, le cose vanno male. Il lavoro di chi racconta storie, secondo me, consiste soprattutto nel provocare, non nel tranquillizzare o nel dare al pubblico quello che vuole. Trovare una risposta alle domande che poniamo spetta alle persone: alle famiglie e agli amici che guardano qualcosa insieme, e che alla fine ne parlano».

Adolescence e Il signore delle mosche non sono le prime serie in cui metti in scena storie di bambini e adolescenti; è già successo altre volte. Penso a Skins e a His dark materials. Secondo te, storie del genere, con questi temi, possono essere raccontate più facilmente con protagonisti così giovani?
«Forse, sì. Però credo anche un’altra cosa; credo che capire quel periodo che va dall’infanzia all’adolescenza fino all’età adulta sia un modo per conoscere meglio noi stessi. Comprendere fino a fondo quegli anni ci permette di comprendere anche quelle che sono le decisioni che, più avanti nel tempo, prendiamo come esseri umani. Quando ho scritto lo spettacolo di Harry Potter e la Maledizione dell’Erede, che, di nuovo, parla fondamentalmente di giovani, ne ho parlato con J. K. Rowling».

Che cosa vi siete detti?
«In realtà le ho fatto una domanda. Le ho chiesto che cosa pensasse di una storia che parla di un bambino, di un ragazzino, che non si trova per niente bene a Hogwarts. Siamo sempre stati abituati al contrario, no? A Hogwarts come un posto speciale dove tutti non vedono l’ora di andare e di tornare, e questa non è stata la mia esperienza da bambino: non ero così entusiasta di andare a scuola. E lei mi ha detto che poteva essere molto divertente. E così sono partito da lì. L’intenzione è sempre stata la stessa; provare a capire la difficoltà del protagonista, quello che prova. Se riusciamo a mettere a fuoco l’infanzia e l’adolescenza, possiamo risolvere anche altri problemi. E risolvendo questi altri problemi, il mondo può diventare un posto migliore».

Hai mai pensato di dirigere un film o una serie tv?
«Un paio di volte, sì. Ma anche guardando il modo in cui Marc Munden è riuscito a dirigere gli attori e a gestire il set de Il signore delle mosche, mi sembra abbastanza chiaro che non riuscirò mai a fare un lavoro anche lontanamente buono come quello. Io scrivo la storia, lavoro al computer, davanti a uno schermo bianco, in silenzio; Marc, invece, ha dovuto confrontarsi con decine di ragazzini, su un’isola della Malesia, per giorni e giorni. E insomma, credo che ognuno sia bravo con il suo ruolo (ride, ndr)».

Questo tipo di tv – Il signore delle mosche e Adolescence – ha qualcosa in comune con il teatro?
«Sì, ma hanno chiaramente linguaggi e ritmi differenti. Una serie tv ha le sue necessità, e per poterne scrivere una devi stare attento a diverse cose. E sono queste cose, poi, che ti permettono di accedere al pieno potenziale del racconto. Con Il signore delle mosche, abbiamo deciso di concentrarci, di volta in volta, su uno dei protagonisti. In questo modo, siamo potuti andare molto più a fondo, imparando a conoscere davvero i bambini. Pensa all’episodio di Jack: ci ha permesso di conoscerlo per quello che è davvero, e cioè un ragazzino tormentato e insicuro e allo stesso tempo pericoloso».

Come hai trovato un equilibrio tra il tuo punto di vista e il punto di vista di Golding?
«Studiando il libro, studiando le parole di Golding, e cercando di coglierne appieno il senso e il significato. Se non lo avessi fatto, non avrebbe avuto senso lavorare a un adattamento; avrebbe avuto molto più senso lavorare a una storia originale. Personalmente, ho vissuto questa possibilità come un grande onore».

Ti ricordi il momento in cui hai deciso di fare lo scrittore?
«Ero all’università, e volevo fare l’attore. Prima ancora, volevo essere un politico. Quando però sono andato a una conferenza, ho capito che non era la mia strada. E quando ho cominciato a recitare, ho capito che non ero un attore abbastanza bravo. Allora ho deciso di dirigere una commedia in teatro, ma non avevo i soldi per i diritti di quella commedia. Ed è stato a quel punto che mi sono deciso e che mi sono detto: va bene, scriverò io una commedia. Non appena ho cominciato a scrivere, il mio corpo si è come calmato. E ho capito che era questo quello che dovevo fare, quello che faceva per me. Quella gioia si è trasformata quasi in un’ossessione, e quell’ossessione, alla fine, si è trasformata in una carriera».

Visiti spesso il set durante le riprese? O è una cosa che preferisci non fare?
«Preferisco rimanere sullo sfondo. (ride, ndr) Con Il signore delle mosche, ho preso parte a tutti i provini; poi ho seguito le tre settimane di prove che abbiamo fatto in Malesia. E quando hanno cominciato a girare, me ne sono andato».

Perché?
«Perché non capisco come funziona la regia; non capisco come fa a muoversi Marc. Non penso di essere utile sul set, e rischierei solo di dare fastidio. Perché puoi sentire chiaramente la mia ansia e le mie insicurezze. E sono delle cose che non aiutano nessuno. Sono state delle riprese impegnative, da quello che ho capito, e probabilmente Marc avrebbe preferito avermi accanto a sé, in un più di un momento. Però questa non è la prima volta che lavoriamo insieme. Ormai ci conosciamo piuttosto bene. E ci fidiamo l’uno dell’altro».

C’è un altro libro che ti piacerebbe adattare?
«Prima, a questa domanda rispondevo sempre nello stesso modo: Il signore delle mosche. Ora che l’ho fatto, però, non so che cosa dire. Devo trovare una nuova storia. Quello che so è che ho amato veramente tanto questo libro, e sono riconoscente per aver avuto l’opportunità di lavorarci».

Il signore delle mosche è disponibile su Sky e NOW. Nell’articolo sono presenti anche immagini di Jack Thorne, Adolescence (disponibile su Netflix) e di His dark materials (disponibile su HBO Max).