di Gianmaria Tammaro
Il ritorno in teatro, con un nuovo spettacolo, la capacità di mettersi ancora una volta alla prova e di cambiare. E poi il lavoro su sé stessa, sulla voce e sul corpo. La differenza tra pubblico e privato e le due facce dell’opinione pubblica. L’approfondimento.

C’è una linea sottile, sottilissima anzi, tra privato e pubblico, e in questi tempi di social, di storie e di reel è diventato ancora più evidente. Il punto non è che cos’è giusto e che cos’è sbagliato; il punto è che cosa è instagrammabile e che cosa non lo è. E quindi ci ritroviamo coinvolti in conversazioni di cui non sappiamo assolutamente niente, a prendere una parte, a puntare il dito e a dire quello che crediamo che gli altri vogliano sentire (e a cui invece, sorpresa, non sono minimamente interessati). Da un artista – un attore, un cantante, un comico; chi scrive, dirige, immagina una storia e, più in generale, ha a che fare con l’arte – questa cosa può essere vista in due modi quasi completamente opposti (sto semplificando, ovviamente: i modi in cui vedere questa cosa sono molti, molti di più). E quindi da una parte c’è il rapporto con l’opinione pubblica, che non si trattiene dal farsi gli affari altrui e che è pronta – giudice, giuria e carnefice – a sentenziare; e dall’altra c’è il valore che questa tensione può assumere per il proprio lavoro. Perché del dolore, proprio come del maiale, non si butta via mai niente.
Un regista può decidere di parlarne in un film, uno scrittore in un libro; e un’attrice e stand-up comedian, come Beatrice Arnera, può decidere di trasformarla in uno spettacolo teatrale. Intanto ti calmi, però, non è solo questo. (Tra parentesi: la tournée c’è stata mesi fa, ora si è conclusa; in giro si trova ancora qualcosina, tra video e foto, ma niente di più). È un’immersione profonda, a volte bruciante, nella vita privata di Beatrice Arnera, che non si limita a raccontarsi al pubblico – o a esporsi, diciamo così, al giudizio degli altri. C’è una costruzione intelligente, che alterna due momenti distinti, uno di finzione narrativa e l’altro di pura coscienza, con un monologo comico volutamente frammentato e un viaggio – quest’è l’idea, in soldoni – all’interno della mente di Arnera: che fa una fatica immane, dice, a lavorare con chi non sa che cosa sta facendo, a interfacciarsi con colleghi, collaboratori, produttori, proprio perché riconosce un pressapochismo di fondo che non va mai via. E questo, dice sempre Arnera, ha un effetto diretto sulla sua vita: è sola. O almeno, corre il serissimo pericolo di rimanere sola. E allora, ecco, che si fa?

Si cambia per gli altri, per circondarsi di persone che magari non la pensano come noi, che non condividono né passioni né intenzioni, o ci si convince di essere dalla parte della ragione e muoia Sansone con tutti i filistei? Intanto ti calmi è uno spettacolo complesso, perché contiene tante cose e tanti momenti diversi, dove contano la scenografia e la messa in scena, e dove Arnera si offre al pubblico. Parla anche della “sua” stretta attualità, di quello che le è successo, del modo in cui la rottura con il suo ex-compagno è stata accolta dalle persone, dei commenti che ha ricevuto, di quest’idea che abbiamo di tradimento (tradimento che tra l’altro, dice sempre Arnera, non c’è nemmeno stato: perché la sua storia era già finita quando ha cominciato a frequentare un’altra persona). E quindi eccoci qui, nel fuoco incrociato del gossip, delle frecciatine, delle minacce (sì, anche quelle).
Intanto ti calmi, diretto da Giulia Fiume e prodotto da RB Spettacoli, è come una cavalcata senza fine, travolgente e appassionata, intensa, musicale e ricca. E, da un punto di vista artistico, difficile. E dimostra una cosa in modo abbastanza inequivocabile: il talento di Beatrice Arnera. E questo al di là, quasi paradossalmente, del singolo contenuto. Arnera padroneggia il palco, lo possiede, lo conquista. Ogni battuta ha un senso e un potere. Alla replica di Napoli, per esempio, Arnera si è quasi adattata al sentimento locale di ironia, aggiungendo toni, piccole sfumature dialettali e riferimenti a un certo modo di parlare e di porsi dei napoletani. E non l’ha fatto, attenzione, per canzonare il pubblico. Lo ha fatto proprio per rendere ancora più coinvolgente e, di conseguenza, personale l’esperienza dello spettacolo. Che in un’ora e mezza riesce essere un ritratto soddisfacente di Arnera.
Chi è, da dove viene, il lavoro, la famiglia, l’amore. In un paese dove il sesso è ancora un tabù, parlarne così, come fa Arnera, dalla prospettiva femminile, suona quasi come una piccola rivoluzione culturale (mettete in prospettiva le parole, contestualizzatele: parliamo di uno spettacolo). Durante Intanto ti calmi, Arnera si alterna con la sorella, Valentina Donda, che sentiamo unicamente come voce e con cui riesce a costruire dei momenti estremamente precisi, coreografati – non fisicamente, attenzione, ma appunto solo con la voce – ed efficaci. C’è un ritmo evidente, in questo spettacolo. Un ritmo che serve ad accompagnare lo spettatore da un punto all’altro, avanti e indietro, per un’ora e mezza. Ma oltre alla cornice, a quella che potremmo definire struttura dello spettacolo, c’è il contenuto: ed è un contenuto che si divide tra pubblico e privato, tra percepito e reale; tra personale e impersonale. Tradimenti, sesso, essere madre, attrice, donna. Avere a che fare con gli altri. Provare a trovare un centro nella propria vita.
È un vortice assolutamente ordinato e mai noioso. Arnera non si nasconde, non evita di parlare di questo o quell’argomento. Intanto ti calmi viene dopo un altro spettacolo, Pronto, Freud? E Arnera ammette che tutto quello che pensava di aver capito su sé stessa, sugli altri e sul mondo che la circonda, non sembra avere un riscontro nella realtà. Forse, dice, si è sbagliata. Se questo spettacolo funziona, è per un motivo abbastanza semplice: perché Arnera trova un equilibrio tra il singolo momento in cui succedono le cose, e le racconta e le rivive sul palco, e quello che ha in mente, l’idea che si è fatta di intrattenimento e di stand-up comedy (ma è veramente stand-up comedy, poi? Si va oltre la bidimensionalità della messa in scena di certi monologhi e si arriva a una profondità altra, ulteriore, che rende lo spettacolo qualcosa di più e, di conseguenza, di diverso).
Arnera è divertente, ed è estremamente seria con la sua ironia. Non la sottovaluta; non la dà per scontata. Conosce i tempi comici, non affretta le cose, aspetta. Sa che c’è una progressione precisa, che prima della punchline servono le premesse e un crescendo emotivo e narrativo. Anche con le battute più semplici, come i giochi di parole. Intanto ti calmi potrebbe tranquillamente essere adattato in una serie tv, proprio per la complessità della sua struttura e per i tantissimi temi di cui parla. E, ovviamente, per la stessa Arnera, che riesce ad adeguarsi a ogni situazione e ad affrontarla a modo suo, senza cedere o abbandonarsi a compromessi – e di questo parla anche durante lo spettacolo. Oltre la struttura e il contenuto, è importante parlare anche di un’altra cosa di Intanto ti calmi. E cioè il modo in cui Arnera trova immediatamente un contatto con il pubblico che le sta davanti: non lo ignora, non fa il suo pezzo e basta, prende gli applausi e poi torna dietro le quinte.
Si guarda attorno e sta attenta a quello che succede. Si prepara a sfruttare una reazione o un suono particolare che ha sentito. E in questo diventa evidente il dinamismo di Intanto ti calmi: che nonostante le tante regole, nonostante le riscritture, le modiche, gli aggiustamenti, non si è mai fossilizzato o cristallizzato in una forma particolare; rimane aperto al cambiamento. Che è, poi, uno dei punti principali del teatro: ciò che va in scena deve essere pronto a lasciarsi influenzare da ciò che avviene in platea. E così ogni replica è differente dalla precedente e dalla successiva; lo spettacolo che vediamo non è mai lo stesso, non del tutto, e il pubblico torna a essere attivamente coinvolto e non solo passivamente invitato a seguire la trama e la storia.
Beatrice Arnera è una dei grandi talenti del nostro cinema e della nostra televisione; sa cantare, recitare, sa giocare con la voce, con le espressioni; è padrona del suo corpo ed è profondamente autoironica e non banale; è brillante, attenta a ogni cosa, e allo stesso tempo capace di adeguarsi ai problemi che possono sorgere in scena. Soprattutto, però, vede le persone: riconosce la qualità della loro attenzione, sa come aumentarla o al contrario farla slittare verso altro, e non si accontenta. Sul palco vive fisicamente e mentalmente tutto quello che fa, e ne esce stremata e consapevole. Intanto ti calmi è solo l’ennesima dimostrazione di quello che è in grado di fare: una dimostrazione che, forse, avrebbe meritato molta più attenzione da parte della critica di settore e di una certa informazione. Anche perché, paradossalmente, parlava di tutto ciò che volevamo sapere.
Illustrazione di Margherita “La Tram” Tramutoli. Grafica di Manuel Bruno.