di Gianmaria Tammaro
Nell’opera prima di Harry Lighton, tratta dal romanzo Box Hill di Adam Mars-Jones e distribuita da I Wonder Pictures, i due protagonisti, interpretati da Harry Melling e Alexander Skarsgård, sono uniti da una relazione che va oltre il semplice contatto fisico e che esplora a fondo le loro coscienze e i loro caratteri. Il sesso, nel film di Lighton, è uno strumento, un ponte e, in alcuni momenti, uno specchio. L’approfondimento.

Negli ultimi anni, specie nel cinema italiano, si è diffusa una consuetudine: il sesso viene visto solo come un riempitivo; il sesso non ha alcun valore drammaturgico, e pertanto va usato con il contagocce, senza esagerare, senza metterne troppo, rimanendo però su quella linea sottile – e, per certi versi, fastidiosissima – del didascalismo. Il sesso deve essere immediatamente riconoscibile come sesso: i corpi si devono toccare, cercare, sfiorare; i personaggi coinvolti devono ansimare o al contrario ammutolirsi per l’emozione. Allo spettatore va servito un piatto carico di cliché e di luoghi comuni, e il sesso, così, deve essere svuotato di qualunque altro significato: il sesso è carne, è sudore, è la sovrapposizione di due figure e di due corpi; è una decorazione, e in quanto decorazione non può pretendere nient’altro che qualche minuto di montaggio serrato e ripetitivo, in cui si mischiano umori (finti), in cui il piacere (altrettanto finto) viene espresso in una nenia di mugolii (questi, per la cronaca, fintissimi) e in cui lo spettatore viene costretto a subire passivamente. Non a eccitarsi, non a incuriosirsi; nemmeno a chiedersi chi siano questi due personaggi che sono davanti a lui (o a lei). No. Quando si fa sesso non si parla, e non si ragiona.
Il cinema italiano è uno spazio tutto sommato limitato, dove talvolta possono accadere dei veri e propri miracoli (pensiamo, per esempio, a Il lungo viaggio, il biopic su Franco Battiato, dove Elena Radonicich riesce a incarnare qualcosa di più del semplice desiderio). Altrove, all’estero, vengono battute strade differenti, tentati esperimenti, e il sesso torna a essere quello che, in teoria, dovrebbe essere di solito: uno strumento narrativo. Attenzione, però: “strumento” non significa che va privato di uno scopo attivo; significa, al contrario, riconoscergli un peso e una funzione importante all’interno del racconto. Il sesso è un tramite, un ponte e, talvolta, uno specchio. Mette in contatto due o più personaggi e allo stesso tempo ce li mostra per ciò che sono davvero: persone più o meno fragili, più o meno convinte; fasci di nervi pronti a tendersi e a cercarsi; sguardi che si illuminano, o che si spengono, a seconda del momento. Il sesso, insomma, è tanto forma quanto contenuto. E in alcuni film finisce per rivestire un ruolo specifico.

In Pillion, l’opera prima di Harry Lighton, tratta dal romanzo Box Hill di Adam Mars-Jones (in Italia pubblicato da Orville Press) e distribuita da I Wonder Pictures a partire dal 12 febbraio, il sesso non è solamente uno dei tanti argomenti della trama o il modo più immediato – e, diciamoci la verità, più efficace – attraverso cui i due protagonisti, interpretati da Harry Melling e Alexander Skarsgård, possono entrare in contatto. È qualcos’altro. Anzi, qualcosa di più. Nel film di Lighton il sesso è il sottotesto che avvolge ogni cosa, ogni scelta, ogni situazione e ogni pensiero; ed è pure un miraggio lontano, non proibito ma accolto sempre con una certa resistenza e una certa paura. Il sesso è privato. E deve rimanere privato. E invece in Pillion diventa pubblico, viene mostrato alla luce del sole (o dei lampioni di un vicolo isolato), e si trasforma in una delle colonne portanti del rapporto tra due uomini.
Adattando il libro di Mars-Jones, Lighton ha provato ad attualizzare la storia, a portarla nei nostri giorni, e così facendo la soglia di pregiudizio e di qualunquismo è stata spostata più avanti. Di poco, probabilmente. Ma è vero che la famiglia di Colin, il personaggio interpretato da Melling, non ha alcun problema sulla sua sessualità. Al contrario, prova a incoraggiarlo, a dirgli di uscire, di conoscere altri uomini. E quando incontra Ray, il personaggio di Skarsgård, i suoi genitori sono contenti. All’inizio, in realtà, sono increduli. Perché non si aspettavano di vedere Colin con qualcuno del genere, un motociclista fascinoso e altissimo, capelli biondi e occhi di ghiaccio. Però sono felici. O almeno, lo sono finché non arriva il sesso. La relazione tra Colin e Ray è una relazione di dipendenza profonda, con ruoli ben definiti e una gerarchia impossibile da ignorare. Colin vive in funzione di Ray, e Ray non si fa alcun problema nell’approfittare di Colin, della sua gentilezza e delle sue cortesie. Non c’è abuso. Non come lo intendiamo noi oggi. C’è un rapporto molto più complesso, che è difficile da capire e, soprattutto, da accettare. I genitori di Colin insistono nel voler incontrare Ray, nell’averlo a cena da loro. E quando finalmente cominciano a parlare della relazione che ha con il figlio, giudicano. Non lo fanno per rabbia, ma per paura: perché non sanno niente di quest’uomo con cui Colin passa tutto il suo tempo.

Oltre a un livello strettamente legato alla messa in scena, Lighton ne crea un altro, più sottile ma ugualmente interessante, ed è il livello in cui è la fisicità dei due protagonisti a parlare. Colin è più basso di Ray, e già questo, visivamente, sembra suggerire una certa sudditanza. Ray, poi, è biondo mentre Colin è moro. Il primo è bello e seducente; il secondo è timido e fa una fatica enorme nell’aprirsi con gli altri. Lighton, insomma, costruisce una contraddizione evidente. E la usa non solo per definire il rapporto che unisce i due protagonisti, ma pure per ribadire quanto siano complementari. Se Ray non dice niente di sé stesso, Colin cerca in tutti i modi – nonostante la sua timidezza – di presentarsi, di instaurare un rapporto che vada oltre il contatto fisico. E se Ray risulta freddo, quasi distaccato, in Colin resiste sempre una vena di ironia involontaria, quasi sarcastica, che mette in dubbio qualunque cosa (a cominciare, per esempio, dall’interesse che Ray prova nei suoi confronti).
Questa contraddizione viene resa magnificamente non solo dalla scrittura o dall’attenzione con cui la regia sottolinea determinati passaggi o momenti, ma pure dalle interpretazioni di Melling e Skarsgård: se uno è indubbiamente il centro e la voce narrante del film, l’altro lavora per sottrazione, usando il corpo e lo sguardo, imponendosi nella scena con la sua fisicità e il suo carisma. Più che con le espressioni, Skarsgård recita con gli occhi. E poi con le mani, con le spalle, con la tensione del torace e del busto. Suggerisce quello che sta per dire prima ancora di dirlo. Melling, invece, è meno definito. E questo perché il suo Colin deve capire che cosa vuole fare. E dunque Melling si impegna al massimo nel restituire allo spettatore questa confusione, questo insieme di pulsioni e di sentimenti: la sorpresa per il primo incontro, la tensione erotica per i momenti di completa solitudine; l’affetto che si nasconde nella presa delle dita di Colin sulla giacca di pelle di Ray.

Pillion è una storia d’amore e di scoperta, e in questa scoperta il sesso ha un ruolo centrale. Prima ancora di presentarsi, Ray chiede a Colin di incontrarlo. Prima ancora di parlargli, lo costringe in un angolo, in ginocchio, e prima ancora di chiedergli come sta, lo invita a fare sesso orale. Ma non c’è prepotenza. Non c’è volgarità. C’è la sorpresa di Colin, questo sì, e c’è anche una sospensione narrativa diversa, più densa, difficile da decifrare con la massima chiarezza. È amore, questo? Oppure Colin non ha nessuna possibilità di scelta? E che cos’è la scelta quando si ama – si pensa, cioè, di amare – qualcuno? Dove inizia il corpo, con le sue estensioni e i suoi punti di piacere, e dove invece interviene la mente, con il suo giudizio. Il sesso, in Pillion, si impone come argomento e come strumento narrativo, ma non è mai eccessivo o – cosa più importante – inutilmente didascalico. Ha un suo scopo. Aiuta la storia nella sua progressione, e permette al personaggio di Colin di conoscersi meglio, di imparare a fare i conti con un aspetto del suo carattere che non pensava di avere. E non appena il sesso viene meno e si trasforma in altro, in un’affezione che ha bisogno di un tipo differente di intimità, Ray si ritrae.
È un gioco di pesi e contrappesi, Pillion. E sta esattamente qui la sua forza. Non cerca di sorprendere lo spettatore a qualunque costo. Presenta una normalità, una nuova normalità anzi, prendendosi il tempo che gli serve. E poi avvolge ogni cosa in uno strato spesso e continuo di paure e desideri. Grazie al rapporto con Ray, Colin riesce a capire chi è e, soprattutto, chi vuole essere. Non c’è benaltrismo, non c’è una banalizzazione eccessiva dei temi e dei toni del racconto. Pillion funziona per la sua estrema onestà e anche per la precisione con cui ci mostra le varie situazioni. Quella che mette in scena è una storia d’amore che cresce, che si evolve, che ha i suoi alti e bassi, e che costringe i suoi protagonisti a fare delle scelte: cambiare oppure no per l’altro; accettarsi o continuare a nascondersi; trovare la propria felicità a qualunque costo o imparare ad accontentarsi. Essere davvero, fino in fondo, o negarsi questa possibilità. Pillion invita alla spudoratezza e a non aver paura del sesso. E questo, per un certo cinema contemporaneo, è un atto di ribellione.
Pillion di Harry Lighton sarà al cinema dal 12 febbraio con I Wonder Pictures. All’interno dell’articolo sono presenti banner pubblicitari che rimandano direttamente alla pagina ufficiale del film, dove è disponibile la lista completa delle sale che lo proiettano.