di Gianmaria Tammaro
Nel suo nuovo film, al cinema dal 26 febbraio con I Wonder Pictures, Mascha Schilinski indaga sul passato e sulla storia di quattro donne, e lo fa costruendo un racconto che va avanti e indietro nel tempo, che si divide tra passato e presente e che ci parla di sospensione e incompiutezza, tra senso imminente di morte e l’oppressione della perdita. L’approfondimento.

Il suono di una caduta di Mascha Schilinski, scritto con Louise Peter e distribuito da I Wonder Pictures a partire dal 26 febbraio, è un film lungo un secolo intero. Racconta più storie, ambientate sempre nella stessa casa, e riesce a costruire un legame tra le protagoniste che va oltre il tempo e lo spazio. Siamo in Germania, e questo è chiaro fin dal primo istante. E andiamo avanti e indietro, ondeggiando, dall’inizio del Novecento fino al nostro presente. Quelle che seguiamo sono tutte donne giovani, figlie di famiglie numerose, che decidono ognuna per motivi differenti di vivere in questa casa enorme, attaccata a una fattoria. Poco lontano c’è un fiume, dove le protagoniste vanno spesso: chi per nuotare, chi prendere il sole insieme alla madre e alla sorella; chi per rimanere finalmente da sola. Il suono di una caduta, però, fa anche un’altra cosa, ed è una cosa piuttosto complicata: prova a usare le immagini oltre la loro compostezza e i loro limiti fisici; gioca con le fotografie, con le sagome ritratte, crea queste atmosfere angoscianti, quasi orrorifiche, dove famiglie intere si raccolgono intorno al cadavere di una ragazza per mettersi in posa e sorridere all’obiettivo; e poi va indietro, si infila nei pensieri, negli spiragli dell’intimità degli adolescenti, quando ogni cosa, anche la più piccola, sembra una grande conquista.

Indaga sul piacere e sulle sue innumerevoli forme, segue le occhiate lascive delle ragazze, le mani che cercano, che stringono, che palpano. E lo fa rimanendo sempre nello stesso luogo: la casa, la fattoria e il fiume. Per certe cose, Il suono di una caduta può ricordare Here di Robert Zemeckis, tratto dall’omonimo fumetto di Richard McGuire (in Italia pubblicato da Rizzoli Lizard). Ma la verità è un’altra: nel film di Schilinski il tempo e lo spazio procedono linearmente; ci sono sì dei salti all’indietro, dei flashback e, di conseguenza, dei flashforward, ma concettualmente viene mantenuta una direzione e un andamento preciso. E ogni trama mantiene il suo passo. La centralità della casa, come luogo in cui si raccolgono le persone, che resiste al tempo e che sopravvive ai suoi abitanti, fa venire in mente un altro film: Parasite di Bong Joon-ho. La casa, infatti, non è soltanto una casa: è un edificio con una sua storia e una sua vita e – in alcuni momenti – una sua coscienza.

Nonostante il dolore e la sofferenza che l’attraversa, nonostante i tantissimi segreti che i suoi abitanti hanno conservato nel corso del tempo, la casa di Il suono di una caduta resiste e si trasforma quasi in un monumento alla memoria. Come ha avuto modo di dire lei stessa, Schilinski era interessata a esplorare i ricordi: il peso che hanno, il segno che lasciano; l’impatto che possono avere sui singoli individui e sulle loro esistenze. Le immagini hanno anche questo scopo: aiutano a ricordare. Catturano momenti precisi che non torneranno più, riflettono sulla possibilità di scegliere e poi però procedono lo stesso, senza rallentare e senza nascondersi. Se c’è una cosa che cambia, sono i colori e la qualità – intesa proprio come densità – della fotografia. Con questa grana che in alcuni momenti si fa più evidente e che in altri sembra quasi scomparire. E anche con questo giallo che riempie, che copre e che stravolge tutto. Il colore è un altro modo, insieme ai costumi e alle scenografie, per rievocare un’epoca. La consistenza delle immagini segue pari passo gli anni in cui una determinata scena è ambientata.

Impariamo tantissime cose nel corso de Il suono di una caduta: sulle persone che incontriamo, sulle protagoniste, sul modo in cui la Germania è cambiata. Però c’è anche altro: c’è questa intimità senza nome, senza una forma precisa, che unisce i figli con i genitori, gli amici con altri amici, gli uomini con le donne. È un’intimità che non ha bisogno di essere espressa chiaramente per poter esistere. È un’intimità che si ispessisce quando qualcuno muore, e che diventa più leggera quando ci si ritrova insieme per una festa. Questa stessa intimità rischia più volte di venire travolta dalla rabbia e dalla sofferenza, dal rancore e dalla depressione. Tutte le protagoniste de Il suono di una caduta sono giovani e hanno a che fare con problemi simili: le più piccole devono imparare a convivere con le loro famiglie, a essere obbedienti e ad ascoltare; quelle più grandi, adolescenti, devono imparare a convivere con sé stesse, con le aspettative esterne e con il proprio corpo. Spesso sentiamo le protagoniste, specie le ragazze che vivono nella Germania a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta e in quella del presente, riconoscere le attenzioni non volute degli estranei o addirittura dei loro parenti. La scoperta della sessualità, così, diventa una sorta di tormento: queste ragazze che non capiscono che cosa sta succedendo, e allo stesso tempo non sanno come reagire davanti a un’occhiata o a una carezza più lunga delle altre.

Pensano alla morte. La loro e quella degli altri. Si immaginano perse nell’acqua, in fondo al fiume, oppure travolte da un trattore. Fanno i conti con il loro corpo che si trasforma e con il mondo che le circonda. Eppure anche questi momenti, che nel loro insieme appaiono estremamente chiari e riconoscibili, non appartengono mai a un unico flusso narrativo. Schilinski gioca con la materia del racconto, inserisce sequenze più o meno lunghe e per un momento – più di un momento in realtà, specialmente se prendiamo in considerazione la prima parte del film – lascia che i vari piani temporali finiscano per accavallarsi e per confondersi. Questo senso di perdita e di dolore non va mai via. A volte viene costretto in un angolo, mentre altre volte viene messo in risalto da eventi particolari. Le protagoniste de Il suono di una caduta sembrano intenzionate a sparire, a rimuovere sé stesse dalla casa in cui si trovano e ad allontanarsi dagli altri. Si sentono sole, benché circondate da tantissime persone. E spiano, ascoltano, subiscono senza nemmeno rendersene conto.

Vedono per esempio le domestiche portate via a forza dagli uomini della casa, tra l’inizio del Novecento e gli anni Quaranta. Tremano per le urla di un ragazzo che perde una gamba, e si immergono nel mistero del suo sguardo, nella sua tristezza, nei disegni che raccoglie nella camera dove, una volta rimasto senza arto, si rifugia. La ritualità della casa lascia il posto a un altro tipo di ritualità: quella del singolo individuo che si ritaglia i suoi momenti, che cerca di allontanarsi dagli altri e di fare pace con la propria solitudine. Il suono di una caduta è, per questo motivo, un film estremamente denso. Non si limita mai a essere una cosa soltanto. Ma cerca di affrontare più prospettive nello stesso momento, a rischio di perdersi o al contrario di soffermarsi troppo a lungo su dettagli che, per il pubblico, possono essere fuorvianti.

Il suono di una caduta è un film complesso. E la sua complessità coincide esattamente con la quantità di temi e di sfumature, di punti di vista e di situazioni differenti che raccoglie dentro di sé. Una casa, anche se limitata dalle sue stanze, può essere grande quanto il mondo intero e trasformarsi nel palcoscenico ideale per raccontare una storia potenzialmente universale. Quattro ragazze tedesche possono diventare un simbolo per le ragazze di tutto il mondo, al di là del tempo in cui sono nate e cresciute. C’è, in questo, una ciclicità che torna, che sembra dirci che certe cose non cambiano mai davvero. Se pensiamo alla scrittura e alla costruzione narrativa di questo film, è impossibile non apprezzare la fatica autoriale fatta da Schilinski e dalla co-sceneggiatrice Peter. Perché hanno dovuto trovare il modo per tenere insieme più cose, più personaggi e più piani temporali. Senza mai separarli nettamente, ma intrecciandoli nel corso del racconto.

Nonostante non sia un horror o un thriller, è impossibile non interrogarsi sulla tensione emotiva de Il suono di una caduta: è una sensazione precisa, che torna ripetutamente durante il film, e che non dà mai spazio a una vera risoluzione per le singole trame (quella a inizio Novecento, quella negli anni Quaranta, quella negli anni Ottanta e quella ambientata nel presente). Quindi, insieme a questa malinconia e a questa riflessione senza un reale inizio e una reale fine sui ricordi e sulla memoria, c’è un altro tema, ugualmente importante, che coincide con un senso profondo, quasi raggelante, di incompiutezza. Perché facciamo quello che facciamo, che cosa ci aspetta dopo la morte; quanto è utile, se è utile, il dolore che proviamo. Per quasi due ore e mezza, ci ritroviamo in un mondo non-mondo, in cui tutto esiste nello stesso tempo: passato, presente e futuro. E in cui la storia di quattro donne sembra, in realtà, un’unica storia: una che parla di resilienza, sensualità, desiderio e famiglia.
Il suono di una caduta di Mascha Schilinski è al cinema con I Wonder Pictures dal 26 febbraio.