di Gianmaria Tammaro
Ogni giovedì, in prima serata su DMAX, va in onda una nuova puntata de La chiamavano pausa pranzo, l’esordio dello youtuber sul piccolo schermo. Un format, dice, che gli è stato cucito addosso e che cerca di essere il più vero e popolare possibile. L’intervista.

Quando ero bambino Alessandro Bologna, vero nome di Franchino Er Criminale, youtuber e foodvlogger, voleva fare il pompiere. Perché, mi dice, è uno dei mestieri più belli e importanti che ci siano. Crescendo ha cambiato obiettivi e si è adeguato. Come tanti della sua generazione, ha lavorato più per necessità che per passione. Poi, a un certo punto, è successo qualcosa: ha conosciuto il pugilato ed è riuscito a tenere insieme soddisfazione e felicità, professione e impegno. In quel periodo, ha scoperto YouTube e ha deciso di provarci. Aveva 42 anni. Oggi ne ha 48 e su DMAX conduce il suo primo programma tv: La chiamavano pausa pranzo, in onda ogni giovedì alle 21:25.
È una sfida, dice Alessandro. Una sfida perché si tratta di una cosa nuova, con nuove persone, e perché la televisione, rispetto a YouTube e Internet, è un altro mondo. Non uno più complicato, ma diverso. Quando si è rivisto per la prima volta, ha fatto fatica a riconoscersi. Ci vorrà del tempo, mi spiega, per abituarsi. Su Internet, ma anche in altri spazi, dice che c’è un problema: stanno diventando luoghi tossici, alimentati dalla rabbia e dalla frustrazione; i contenuti, come i video e i reel, che vengono pubblicati sono di pessima qualità, si assomigliano tutti, nessuno vuole proporre qualcosa di nuovo. E poi c’è il pubblico, con la sua dose di responsabilità: se certi personaggi hanno successo, è colpa sua. Da grande, Alessandro spera di potersi ritirare in campagna, ritrovando un rapporto più sano con il tempo. Stiamo andando troppo veloci, ripete. Non riusciamo più a vivere l’attimo.

Che reazioni ci sono state dopo l’annuncio del tuo passaggio in tv?
«Ho la sensazione che per le persone la televisione continui a essere un punto d’arrivo, una sorta di salto di qualità. L’ho visto nei commenti che sono arrivati in questi giorni, sui social. Gli invidiosi dicono una cosa, cercando di sminuirti; gli altri, che magari pensano di farti un complimento, dicono che ce l’hai fatta. Ma ce l’hai fatta in che senso?»
Te lo chiedo anche io.
«La televisione è una piattaforma, una delle prime; ha avuto l’esclusiva dell’intrattenimento delle famiglie negli ultimi cinquanta, sessant’anni. Ma rimane una piattaforma, tanto quanto YouTube e, più in generale, Internet. È una cosa diversa, ma non l’ho fatto perché volevo andare in televisione».
Perché l’hai fatto, allora?
«Perché volevo conoscere un altro contenitore, con le sue caratteristiche, e perché volevo mettermi alla prova lavorando con persone diverse. Per quanto mi riguarda, è stata un’esperienza estremamente formativa, anche dal punto di vista tecnico».
Che cosa hai imparato?
«Tante cose. In televisione c’è un altro approccio, che non è per niente scontato o facile. Ti faccio un esempio. Pensa all’inquadratura. Quando faccio un video per YouTube, io sto fermo e parlo come se fossi con un amico. In televisione è un’altra cosa: sono ripreso da tre camere e guardo davanti a me, perché sto parlando con il pubblico a casa. E quindi mi adeguo a seconda dell’inquadratura. Ecco, è una cosa complessa».
Su YouTube l’ultima parola – sul montaggio, la scrittura, anche sulle inquadrature – è tua. In tv no. È stato difficile affidarti a qualcun altro?
«No, non troppo. Ma perché il format mi piaceva e poi le autrici, Anna Agata Evangelisti e Olimpia Sales, sono state molto brave a cucirmelo addosso. È ovvio che personalmente cambierei alcune cose. Non subito, non per la prima esperienza. Per la prima esperienza, mi sono lasciato guidare e ho cercato di fare tutto quello che mi veniva chiesto. Se ci sarà una seconda stagione, proverò a fare anche io delle proposte: sulla comunicazione, per esempio, o sull’utilizzo del romano. Si tratta di piccole cose, sfumature, che però possono fare la differenza tra televisione e web».
Tu da piccolo che cosa volevi fare?
«Il pompiere».
Perché?
«“Perché il pompiere paura non ne ha”. (ride, ndr) A parte gli scherzi, secondo me è uno dei mestieri più nobili che ci siano».
E come sei arrivato, alla fine, a YouTube?
«Questo è un lavoro che è arrivato in tarda età. Prima di YouTube ho vissuto tantissime altre vite, con tantissimi altri mestieri. Appartengo a una generazione che ha conosciuto un altro mercato del lavoro e spesso non facevi quello che volevi fare, ma quello che serviva per sopravvivere. Solo a volte mi è capitato di fare quello che volevo fare; nella maggior parte dei casi, no. Negli ultimi anni, sono riuscito a trovare una quadra. Ho trasformato una delle mie grandi passioni, il pugilato, nel mio lavoro. E credo di aver dimostrato di essere un discreto tecnico a livello nazionale. Frequentando altri youtuber, ho visto quello che facevano, come si divertivano e in che modo organizzavano il loro lavoro. Così ho deciso di provarci anche io. Ho intravisto la possibilità di fare quello che mi piaceva, cioè il video editing, e di trasformarlo in un vero e proprio mestiere».
Quindi non avevi nessuna aspettativa.
«Nessuna. Ho iniziato per scherzo, se vuoi. Proprio perché ci volevo provare. Ed è questo, secondo me, che dovrebbe essere il presupposto: aprire un canale YouTube con l’unico obiettivo di diventare famoso e di guadagnare non ha senso, meglio lasciar perdere. È importante fare le cose, questa tipologia di cose quantomeno, perché ci piacciono e vogliamo farle. In questo modo, se non dovesse succedere nulla, non si perde niente. Se invece hai fortuna, puoi pensare al resto e al futuro».
Che cos’hanno in comune il pugilato e la cucina?
«Sicuramente la disciplina, la costanza e la perseveranza».
C’è qualcosa della tua carriera nel pugilato che hai portato su YouTube?
«Qualcosa me lo sono portato, sì, ma non dalla carriera nel pugilato. È proprio il mio approccio al lavoro, inteso come professionalità. Mi sento estremamente responsabile per i miei impegni».
Hai mai pensato di prendere una pausa da YouTube e dal confronto costante che, per forza di cose, si crea con il pubblico?
«Il modo in cui vivi il rapporto con il pubblico è una cosa estremamente personale; dipende dal tipo di carattere che hai e da come sei fatto tu».
Tu come sei fatto?
«Male. (ride, ndr) Soffro molto queste cose. E invece ci sono dei colleghi che se ne fregano proprio; tutto gli scivola addosso come niente fosse. Insomma, parliamo di un’attitudine personale. Oggi gli ambienti in generale, quindi non solo il web, sono estremamente tossici».
In che senso?
«Vedo una frustrazione incredibile che le persone riversano nei confronti non di chi ce l’ha fatta, ma di chi, addirittura, sta provando semplicemente a fare il proprio lavoro».
Però ci sono anche content creator, youtuber come te, che cavalcano questa frustrazione.
«È una moda, specialmente in quest’ultimo periodo. Il problema della tossicità di Internet, se vuoi, dipende anche dai content creator. Negli ultimi anni, il livello delle cose fatte e pubblicate, con content creator che insultano le persone e bestemmiano in continuazione, si è abbassato tantissimo. E questo ha avuto un effetto anche sulle persone che seguono i content creator. Si ripete sempre lo stesso schema e ogni volta è sempre peggio; mi pare, insomma, che si sia perso qualunque controllo».
Come ti senti rispetto a questa cosa?
«Non riesco a riconoscere questi content creator come colleghi. Anzi, quasi mi vergogno di fare il loro stesso lavoro. Per questo, mesi fa ho detto che piano piano mi sarei ritirato. Per ora ho rallentato. Poi, a un certo punto, lascerò proprio la scena. Nel frattempo, mi sono tirato fuori da tantissime discussioni».
In questo senso, la televisione è stata una boccata d’aria fresca? Un modo per trovare una distanza?
«Sicuramente c’è un pochino di distanza in più rispetto al commento tossico, alla frustrazione di cui ti parlavo prima. Ma per un semplice motivo: le persone sono già abituate a scegliere. Poi per carità, ci sono sempre delle eccezioni. Pensa anche alla musica. Ci sono tanti artisti che non mi piacciono, ma non vado sul loro profilo Instagram a scrivere commenti negativi. A volte, invece, succede anche questo. È il meccanismo che non capisco: perché insultare chi non ci piace? Perché investire così tante energie nel criticarlo?»
Alessandro Borghese o Anthony Bourdain?
«Vabbe’... (ride, ndr) Non me ne voglia Borghese, ma Anthony Bourdain».
Bourdain è stato una fonte di ispirazione? Specie nell’approccio al racconto.
«Per alcune cose sì. Bourdain è stato una figura estremamente complessa. Il cibo può essere un conduttore perfetto per raccontare il mondo intorno a noi ed è un’idea bellissima. Il problema, se vuoi, è un altro».
Quale?
«Le persone non vogliono queste cose; le persone, nella maggior parte dei casi, vogliono contenuti più effimeri, senza profondità o spessore. Così non fosse, non ci sarebbero le tiktoker che comprano le scimmiette».
E che effetto ha questa cosa sul tuo lavoro, per esempio?
«Ha un effetto sul lavoro di tutti, in realtà. Prima parlavamo di Alessandro Borghese, no? Magari vuole fare altro, magari ha altre idee. Però muoversi in questo ambiente è difficile, devi sempre scendere a compromessi – forse non è nemmeno il caso di Borghese, sto facendo un esempio. Quindi anche la domanda “Borghese o Bourdain?” va contestualizzata. E visto che spesso si tende a dare alle persone quello che le persone sembrano volere, è proprio il sistema a essere fallato».
Di che cosa c’è bisogno?
«Di cominciare a pensare innanzitutto a quello che vogliamo fare noi. Non possiamo cercare sempre di accontentare il pubblico. È un discorso che si ricollega ai content creator che propongono pessimi contenuti. Dobbiamo spezzare questo circolo vizioso, in qualche modo».
C’è una sovrapproduzione, ora come ora, di contenuti verticali sulla cucina?
«Sì, certo, ma non solo sul cibo; c’è una sovrapproduzione di cose ovunque. È la tecnologia che ci permette di fare video senza sforzarci troppo. Spesso si tratta di pessimi contenuti, ma sono contenuti che fanno comunque traffico e che puntano sempre alla stessa cosa».
Cosa?
«A farsi vedere».
Qual è il compromesso più grande che hai dovuto fare lavorando in tv?
«Grandi compromessi non ce ne sono stati. È stato tutto molto fluido. Partiamo da un tipo di format che mi appartiene: la quotidianità, il lavoratore, la pausa pranzo. È molto vero, concreto e popolare. Sicuramente la televisione è strutturata in modo diverso e quindi c’è stata un’altra gestione degli ospiti e dei locali. Bisogna continuare così, su questa strada».
Qual è stata la tua prima reazione quando hai visto una puntata finita di La chiamavano pausa pranzo? Ti sei riconosciuto?
«Snì. Mi ha fatto un po’ di impressione, ovviamente. Specie vedermi in quel contesto e in quella forma. Devo farci l’abitudine».
Tu sei critico con te stesso?
«Tantissimo. Pensa: sul set ero l’aiuto regia che il regista, Jovika Nonkovic, non voleva. (ride, ndr) Quando lui diceva che una scena andava bene, io chiedevo sempre di rifarla».
Ti capita mai di essere soddisfatto?
«Poche volte».
Prima abbiamo parlato di quello che volevi fare quando eri piccolo. Ora ti chiedo: che cosa vuoi fare da grande?
«Vorrei avere più tempo per me stesso e vorrei avere un rapporto migliore con la campagna, che mi piace più della montagna e del mare. Da grande, diciamo così, vorrei ritirarmi in campagna, in una casa possibilmente carina, con un bel pergolato e la vista sui boschi».
Il tempo è prezioso?
«Il tempo, a volte, è tutto. E ci scivola continuamente dalle mani. Non ce ne accorgiamo, ma lo sprechiamo per qualsiasi cosa. Per i click, per i reel, per i social. Non ci annoiamo più, o così ci sembra. Non appena c’è un momento morto, apriamo i social e cominciamo a scrollare. Il tempo, oggi, scorre due volte più veloce. E io voglio rallentare».
YouTube è un mestiere per giovani, a un certo punto bisogna fare un passo indietro?
«Ci sono tantissimi youtuber di età avanzata. Io ho 48 anni e ho iniziato quando ne avevo 42. No, YouTube non è un mestiere per giovani. È importante, però, continuare ad aggiornarsi sia a livello creativo che a livello tecnico».