di Gianmaria Tammaro
La nuova docuserie per HBO Max, la storia di Saman Abbas, il rapporto con il cinema, la difficoltà di sperimentare. Il rispetto per gli intervistati e per le persone raccontate. Che cosa significa girare un documentario e quali opportunità offre. E poi il prossimo progetto ambientato a Rebibbia, il carcere femminile più grande d’Europa. L’intervista.

Nel documentario Francesca Mazzoleni ha trovato una dimensione precisa, una dimensione in cui sentirsi tanto in controllo quanto esposta. Guarda gli altri, li studia, prende appunti. Un documentario, mi dice, non racconta mai solo una storia. Ma tante. Saman: La verità nascosta, la docuserie crime di cui ha diretto due episodi, disponibile su HBO Max, è stata un’occasione per mettersi alla prova, per sperimentare con il genere e per restituire alle persone – gli intervistati e gli spettatori – un istante di umanità. Per una volta, è stato importante tornare indietro, agli anni precedenti l’omicidio di Saman Abbas, proprio per darle un’altra identità: non quella, semplicemente, della vittima, ma quella di una ragazza che si emancipa, che esce, che si innamora e che vive la sua giovinezza.
Il documentario è un linguaggio preciso, con le sue regole. E in quanto linguaggio può essere piegato alle necessità del momento per infilarsi tra le pieghe di ciò che ci sembra impossibile da descrivere. Un documentario fotografa. E la sua messa a fuoco è determinata da chi lo dirige. Il documentario, mi dice Francesca, rappresenta un modo per rimanere nel mondo reale, con i piedi per terra, per non lasciarsi andare troppo alle storie di fantasia. Prima Puntasacra, poi Saman: La verità nascosta, prossimamente un film documentario su Rebibbia, il carcere femminile più grande d’Europa: Francesca usa la realtà come una rete e, allo stesso tempo, come un’ancora; la usa per avere nuove idee e per trovare un equilibrio.

Che tipo di impegno è stato quello di raccontare la storia di Saman Abbas?
«Ovviamente è stato difficile. Quando hai davanti degli esseri umani che hanno vissuto in prima persona una cosa del genere, ti arriva un carico emotivo enorme. La cosa più importante, prima di tutto, è stata rimanere in ascolto. Le interviste sono state impostate per non essere in alcun modo ideologiche e per accogliere il punto di vista di chiunque. Alla base, poi, c’è stato un grande studio insieme agli autori. Conoscevamo già molti aspetti e volevamo che uscissero nel modo più chiaro possibile. Poi c’è stato l’elemento personale, che cambiava a seconda del momento. Tutti, alla fine, si sono messi in discussione e hanno tirato fuori quello a cui tenevamo anche noi: i fatti, i ricordi personali, le complessità, le scelte, gli errori. In questo c’è stata una sinergia di intenti evidente. Non abbiamo dovuto aggiungere niente».
Qual era il vostro – il tuo, anzi – obiettivo?
«Provare a mettere a fuoco quello che è andato storto, quello che non ha funzionato. Volevamo fotografare il sistema: quello istituzionale, quello della collettività. Un sistema che, poi, ha fallito».
Che tipo di impegno è stato, invece, dal punto di vista personale?
«Quando si lavora a storie del genere, l’impegno è sempre lo stesso: riuscire a tenere insieme l’empatia e la lucidità della distanza. Questa è stata la mia prima esperienza con una docuserie crime: ho dovuto seguire altre regole, provando comunque a trovare il modo per aggiungere qualcosa di mio. Ci tenevo all’asciuttezza dei fatti, e non volevo minimamente abbandonarmi alla pornografia del dolore. Odio, e dico davvero, quando le morti e gli eventi tragici vengono sfruttati per ottenere visibilità».
In questa docuserie mi pare che ci sia stato il tentativo di trovare una distanza rispetto alla tragicità della storia. Una distanza utile al racconto. È stato difficile mantenerla?
«Sono state prodotte e distribuite talmente tante serie crime che la novità, in questo caso, stava esattamente qui: nel taglio che le abbiamo dato. Ed è anche la cosa che mi ha fatto dire di sì. Ci siamo posti una domanda precisa: che cosa possiamo aggiungere, noi, a questa storia? Una storia che, ricordiamocelo, è stata trattata spesso con molta superficialità. La storia di Saman, invece, è complessa. E questa complessità passa proprio dai fatti. Nella cronaca mainstream, a volte ci si è soffermati sugli stessi elementi: la religione, la famiglia, la cultura di appartenenza. Studiando la storia di Saman, sono stati immediatamente evidenti due elementi. Il primo: l’errore che ha commesso la macchina, quella statale e quella sociale, nei confronti di Saman. Ed è un errore che non è mai stato raccontato».
Qual è stato l’altro elemento immediatamente evidente?
«L’importanza di andare indietro, di raccontare anche gli anni precedenti di Saman. È stato fondamentale un approccio un po’ più cinematografico, di ricostruzione: dalla recitazione alla musica, abbiamo deciso di usare questo aspetto per realizzare una sorta di coming-of-age. Perché è vera anche un’altra cosa: quando qualcuno muore, difficilmente ci si chiede chi era. Quando c’è una vittima, non si parla d’altro che del crimine. Quindi abbiamo lavorato contemporaneamente sia sui fatti che su un approccio più cinematografico. Parliamo di una storia universale: una ragazza che prova a determinarsi e a trovare la sua strada al di là della sua famiglia».
Seguire un progetto come questo, così lungo e complesso, significa rinunciare a un pezzo della propria vita e del proprio tempo. A parte gli aspetti che hai appena citato, c’è stato altro che ti ha convinto a lavorare a questa serie?
«Per me è un atto di amore verso Saman. Raccontarla per chi era davvero e senza morbosità mi sembrava il modo migliore per fare una docuserie diversa. Quando ho letto il racconto di come è arrivata in Italia, di come ha provato a frequentare la scuola, di come si è innamorata, di quella volta che ha preso il treno, da sola, per andare in Belgio, del coraggio di contattare gli assistenti sociali per andarsene di casa, ho sentito l’istinto di connettermi con lei. Volevo che ogni cosa venisse fatta in maniera rispettosa. Mi sono sentita quasi in dovere, insomma, di lavorarci. Dal punto di vista professionale, a me piace studiare e sperimentare con linguaggi che non mi appartengono, che non ho mai usato prima. Soprattutto quando si parla di documentari».
Una volta che la serie è stata chiusa, il senso di responsabilità è andato via? Si è affievolito?
«Rimane. In questi giorni sto ricevendo i messaggi di chi ha visto la serie. Ne ho parlato anche con la responsabile dei Giovani Pakistani in Italia. E poi ci sono i messaggi di chi abbiamo intervistato. Personalmente non lascio mai andare niente. Dopo Puntasacra, ho fatto un festival all’Idroscalo di Ostia, dove è ambientato il film. Ora, con il mio nuovo progetto nel carcere femminile di Rebibbia, mi sono immersa in un’altra realtà. Già di solito è difficile fare finta di niente. Con una storia come quella di Saman è ancora più complicato».
Il documentario, oggi, come sta in Italia?
«Le docuserie crime, rispetto al documentario di cui di solito mi occupo io, che è il documentario di osservazione, sono una cosa diversa. Questa serie non cercava l’intrattenimento o lo scandalo, un aspetto su cui questo tipo di progetti punta costantemente. Questa serie prova a restituire umanità dove è avvenuto un atto disumano. Io non condivido la scelta di chi prova a coinvolgere il pubblico con l’orrore. È una cosa che non mi interessa. Così come penso che i documentari sui personaggi famosi, che siano sportivi o cantanti, dovrebbero aggiungere sempre qualcosa di nuovo e non ricadere nell’operazione di marketing. I documentari, quelli che hanno una certa impostazione, che puntano al cinema, che magari vincono ai festival ma non hanno una distribuzione, fanno ancora molta, molta fatica. E ciò nonostante i documentari restano più liberi e indipendenti. Perché costano meno rispetto ai grandi film e possono essere più sperimentali e politici. Anche per questo continuo a farli».
Cosa manca?
«Una cultura del documentario. Mi pare che si faccia sempre una grande fatica nel preservare questi lavori e nel trovare un punto di contatto con chi c’è dall'altra parte, con il pubblico che dovrebbe vederli».
Il fatto che si producano tante docuserie crime è un problema anche rispetto a questo discorso che fai?
«Sì, è un problema. In Italia tendiamo a ripetere la stessa cosa fino allo sfinimento quando ottiene un po’ di successo. Ora tocca alle docuserie crime. In passato, e lo so perché ho girato un film sullo stesso tema, toccava alle serie teen. Questo è un paese che spreme fino all’ultima goccia quello che sembra funzionare, provando raramente a cambiare, a esplorare, a trovare un’alternativa o una voce originale. È importante valorizzare il lavoro che c’è dietro un prodotto, ma è importante anche distinguere chi si muove in velocità, per cavalcare l’onda, da chi, al contrario, prova a fare qualcosa di diverso. Secondo me, bisogna sempre sfruttare le possibilità che si hanno per capire e approfondire, non solo – banalmente – per intrattenere. Il punto, insomma, non è il genere in sé; il punto è come il genere viene esplorato e usato».
Ultimamente c’è una vera e propria tendenza nell’adattare storie di cronaca, alcune piuttosto recenti, per il cinema.
«Credo che, più o meno, sia lo stesso discorso. Raccontare l’oggi e la nostra società è sempre un bene, ci serve. Ci serve meno abbandonarci ai titoli, alle semplificazioni narrative. È una cosa che succede anche con i libri, quando si adattano per il grande schermo o per la tv. Spesso quello che manca è uno slancio creativo. E ti faccio un esempio pratico: si nota il numero molto basso di giovani donne con idee autoriali. Quelle che sono emerse si contano sulle dita di una mano e sono bravissime. Il caso di cronaca o il libro sono un ottimo elemento e un ottimo punto di partenza, se l’autore si ritrova in quello che dicono. Altrimenti diventa evidente la difficoltà che si fa da un punto di vista creativo».
Perché per te è così importante il documentario di osservazione?
«Per tanti motivi diversi. Da un lato, mi aiuta a rimanere ancorata alla realtà. Perché quando si scrivono storie di finzione ci si allontana dal mondo. Un documentario ti permette di ascoltare gli altri e di lasciarti inondare dall’emotività di quello che dicono. Ed è una cosa che, come autrice, è preziosissima. Quando fai un documentario, finisci sempre per appuntarti altre idee, influenzata proprio da quello che osservi. Dall’altro lato, il documentario di osservazione è anche veloce. Per carità: per riuscire a girare il mio nuovo progetto, mi ci sono voluti quattro anni. Però se lo avessi scritto non avrei mai avuto la schiettezza delle storie che ho trovato. E preciso un’altra cosa: per me non è così importante la distinzione tra film e documentario. Mi piace guardare le persone come se fossero dei personaggi; mi piace scrivere con la realtà».
Che cosa hai imparato dopo aver lavorato a questa docuserie?
«Per me è stato un salto nel vuoto. Ho sicuramente trovato una nuova prospettiva».
Perché dici “salto nel vuoto”?
«Era qualcosa di lontano da me a livello di genere. Quello che ho notato che è arrivato agli altri è ciò a cui tenevo di più: l’umanizzazione di una storia con un elemento di forte disumanità. Visto che l’impianto del racconto era molto legato ai fatti, ho provato a restituire Saman agli altri, agli spettatori. E a giudicare dai commenti mi pare che ci siamo riusciti. Il lavoro che abbiamo fatto con Alessia Giovarruscio, che interpreta Saman in alcune scene, è stato importante. Abbiamo provato sempre a rimanere su Saman, mentre Alessia ha interpretato emotivamente ogni singolo momento. Non ci siamo limitati a una ricostruzione piatta; siamo andati oltre, abbiamo cercato di dare un’altra profondità e un altro spessore a quello che Saman ha vissuto. E poi abbiamo girato nei luoghi reali, non nei teatri di posa a Roma».
Che cos’è che conta in questo lavoro?
«Devi immergerti completamente, umanamente, in quello che stai raccontando. Ed è questa l’opportunità che ti dà il documentario di osservazione. Per il mio nuovo progetto sono stata in carcere, con le donne di Rebibbia, e ho vissuto fino in fondo quella realtà. Io voglio creare una fusione tra la persona e il contenuto, tra la persona e il racconto. Ho bisogno di essere attraversata dalla storia di cui decido di occuparmi».
Foto di Andrea Ottavi.